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Cosa resta di un paesaggio autunnale senza le sue storie?

Le storie di Maria Incantada, delle Panas e di San Martino mostrano come il paesaggio autunnale della Sardegna sia anche un archivio di memoria.

Natascia Talloru
Natascia TalloruAutrice
22 OTT 2026
9 min
Foto di Natascia Talloru

Foto di Natascia Talloru

"L’autunno s’inoltrava coi giorni dolci di ottobre, coi primi freddi di novembre". Così Grazia Deledda in Canne al vento, descriveva il passaggio di questa stagione in una Sardegna tra fine Ottocento e i primi del Novecento, donandoci un fotogramma visionario di un varco in cui il tepore residuo dell’estate apriva le porte al gelo dell’inverno.

In questo periodo, nelle campagne, il profumo del mosto si fondeva con quello che un tempo accoglieva le prime piogge, oggi sempre più rade; le terre da pascolo rinverdivano e le vigne cambiavano colore; nei boschi gli alberi disegnavano sfumature dorate accanto alle tonalità persistenti dei sempreverde con le nuvole che dipingevano fantasiosi rilievi, per poi aprire spazi ai raggi del sole che animavano qualsiasi cosa. Persino le pietre, i muretti a secco e le chiome meno folte degli alberi acquisivano un’anima.

Era un paesaggio mutevole allora e lo è anche oggi, seppure in forma diversa, poiché è tuttora attraversato dal vento, dall’acqua, dalla terra. Il vino dopo le vendemmie viene raccolto nelle cantine, le giornate diventano più corte, l’aria si impregna del fumo che risale dai comignoli dei primi caminetti accesi e le sere ci invitano a raccoglierci in casa, all’interno del nostro caldo guscio.

Pezzi di (nostre) storie

Attorno al fuoco, dentro questa atmosfera magica, la fatica conseguente al lavoro nelle campagne lasciava spazio alla parola e ai racconti. Si ricordavano vicende famigliari, storie relative a fatti di paese, il più delle volte dai retroscena oscuri e inspiegabili: una sorgente, un sentiero, un Nuraghe, un tesoro nascosto, un luogo di cui si conosce il nome senza necessariamente attribuirne un significato preciso, sono diventati lo scenario di fatti, di presenze, di lotte, di amori impossibili.

Così una roccia custodisce la storia di una donna diventata pietra; una sorgente il racconto di un’anima in pena;  la dimora di una jana può essere abitata da tessitrici d’oro.  Anche la paura, spesso, prende forma in queste storie, e la notte e il buio occupano gli spazi del nostro immaginario, creando confini meno distinguibili con la realtà: il verso di un animale, o gli spiriti erranti di lavandaie trasformate in esseri oscuri possono dunque assumere sembianze familiari.  

È il caso ad esempio delle leggende di Maria Incantada e dei racconti sulle "Panas", o della storia di San Martino e del Diavolo, che ci riporta invece a una data precisa, l’undici novembre, e che si collega al vino nuovo dell’ultima vendemmia. Il periodo che accompagna la fine di ottobre e l’inizio di novembre è correlabile anche alla memoria dei defunti: mentre la tradizione celtica celebrava il Samhain, in Sardegna celebravamo e celebriamo ancora is animas.

È in questo lungometraggio fantasy che i riferimenti cristiani e le figure dei Santi convivono con fate e anime penitenti; le formule religiose vengono accompagnate da ‘altri tipi’ di preghiere assumendo anche significati differenti a seconda del contesto e della situazione. A unire i pezzi delle storie sono gli elementi e tutto ciò che li descrive e li caratterizza: le pietre, l’acqua, le case, la campagna, le persone. Raccontare diventa quindi un esercizio di memoria collettiva che attraversa il tempo e ravviva la tradizione. 

Oggi percorriamo le stesse strade, raggiungiamo le campagne con mezzi differenti e percepiamo nei suoni della notte un sentire diverso da quello dei nostri antenati. Eppure i luoghi conservano ancora le memorie attorno alle quali queste narrazioni sono cresciute. L’autunno come stagione è perfetta per raccoglierci e nella luce che si ritira forse è bene seguire il suo sussurro: quello di provare ad ascoltare ancora e, attraverso il racconto, ritornare ad abitare questo paesaggio, questo territorio.

Maria Incantada, il canto che attraversa l’altipiano di Su Pranu

A Meana Sardo, Maria Incantada, nota anche come Maria Cantada, era una jana che trascorreva le giornate tessendo col suo telaio d’oro, ordito con fili d’oro. Il ritmo del suo lavoro prodotto dal suono di ‘ is cascias’ del telaio era accompagnato da un canto melodioso, tanto intenso da propagarsi lungo l’altipiano di Su Pranu dove, in prossimità del rilievo Cuccuru ‘e Noltza sorge, oltre al Nuraghe omonimo Noltza, anche il Nuraghe denominato appunto Maria Incantada, in una zona adiacente alla Chiesa Campestre di San Lussorio. 

Qui viveva un omone solitario e temuto, potente e malvagio vestito con pelli di animali, custode del tesoro ‘scusolgiu’. Come accade nelle storie tramandate oralmente, il racconto si divide in più versioni. Alcune dicono che il custode tenesse prigioniero l’uomo amato da Maria che non riuscendo a liberarlo, cercava di alleviare la sua sofferenza attraverso il canto: la sua voce poteva così raggiungere quel luogo dal quale l’innamorato non riusciva a fuggire. Un’altra versione indica invece il custode vittima infelice di Maria, che non ricambiava i suoi sentimenti. 

Nel vicino territorio di Samugheo si racconta che l’innamorato di Maria Cantada fosse il Re Medusa, un sovrano crudele,  che la raggiungeva su un cavallo ferrato a rovescio per confondere eventuali inseguitori. Si incontravano a tre chilometri dal castello, in una zona conosciuta come ‘Pappu de Lei’. Scoperto poi da ‘s’innimicu’ dovette fuggire per sempre in un luogo più sicuro. 

Cambiano i protagonisti e i racconti ma resta la figura di una tessitrice la cui voce ammalia e supera le distanze. Il paesaggio diventa così parte della vicenda: il Nuraghe conserva la storia e l’altipiano permette al canto di raggiungere il paese dove gli anziani dicevano che la notte, tendendo l’orecchio verso la zona del Nuraghe, si sentivano battere ancora ‘is cascias’ del telaio di Maria Cantada. 

Panas, le lavandaie della notte

La tradizione della Sardegna colloca le Panas, anime di donne morte di parto, lungo i corsi d’acqua. Dopo la mezzanotte e sino al sorgere del sole tornavano sulle rive dei fiumi e dei ruscelli per lavare i panni dei loro bambini. Si narra che il loro lavoro dovesse ripetersi ogni notte per sette anni, terminando prima del sorgere del sole. Nessuno poteva bloccarlo: un’interruzione le avrebbe costrette a ricominciare la penitenza per altri sette anni, diventando dunque pericolose.

La tradizione attribuisce anche dei doni per le defunte, per facilitare le loro pene. Si racconta che nelle loro bare venissero deposti sapone, aghi, filo e ditale, perché portassero nell’aldilà quanto serviva a lavare e mantenere in ordine la biancheria dei piccoli.

In altre storie invece, parlare o incontrare le Panas mentre lavavano i panni significava esporsi a fatti spiacevoli. Una donna insistette nel rivolgere la parola a una lavandaia notturna, che infine le scagliò un panno sul viso, lasciandole una macchia per tutta la vita. Ancora più oscuro è il racconto di un uomo che, tornando dalla campagna, rimproverò le ‘Panas’ dopo essere stato raggiunto da alcuni spruzzi d’acqua. La maledizione delle lavandaie lo seguì sino a casa, dove la moglie morì di parto insieme al bambino.

Non tutti gli incontri con le ‘Panas’ avevano però conseguenze terribili. In un’altra versione si dice che una volta una giovane donna raggiunse il ruscello e lì trovò una donna intenta a sciacquare i panni di un neonato. Le due lavorarono fianco a fianco senza parlare, finché la sconosciuta se ne andò. Soltanto quando tornò a casa la giovane scoprì dalla madre che quella donna era morta di parto. Probabilmente la giovane era stata salvata dal rispetto e dal silenzio.

Queste sono narrazioni a volte tenebrose, alle volte impregnate di tristezza, che restituiscono ai fiumi e ai ruscelli anche la memoria delle donne impegnate nei loro lavori quotidiani. 

San Martino, il vino e le parole della verità

A novembre invece, il racconto torna nelle case e nelle cantine. L’undici difatti ricorre San Martino, il cui nome accompagna tradizionalmente l’assaggio del vino novello. Un proverbio sardo racconta il legame tra il Santo con il calendario agrario: A Santu Martinu in dònnia carrada est prontu su binu, a San Martino in ogni botte è pronto il vino.

Il lavoro appena svolto durante la vendemmia trova così un momento di attesa e condivisione. Si apre la cantina, si osserva il risultato, si assaggia ciò che fino a poche settimane prima era ancora uva sui filari. Alla figura del Santo è associata anche la leggenda secondo cui Martino, ancora soldato, incontra un mendicante infreddolito e divide con lui il proprio mantello. Al gesto generoso viene associato il ritorno di un tepore inatteso, ricordato nell’espressione "estate di San Martino".

Nei racconti popolari della Sardegna però, il Santo affronta anche il Diavolo: in questa storia viene presentato come un sacerdote caritatevole, che il demonio cerca più volte di ingannare assumendo le sembianze di un mendicante. 

Dopo innumerevoli incontri nei quali il Diavolo finto mendicante si dissolse, l’ultimo avvenne in una casa dove si stava celebrando un matrimonio. I familiari erano impegnati nei preparativi perché doveva arrivare lo sposo. Martino chiese ospitalità per una notte, e invitò tutti ad andare a dormire poiché, se lo sposo fosse arrivato, sarebbe stato lui ad accoglierlo e li avrebbe avvisati. Arrivò dunque lo sposo ma Martino riconobbe Il Diavolo con al seguito il suo esercito infernale.

Essi si sfidarono sulle dodici parole della verità. Martino superò la prova e costrinse queste presenze maligne a ritirarsi; nella fuga, il Diavolo sfondò la porta con un calcio rabbioso e scomparve buttando giù un angolo della casa. Ed è proprio da questo fatto che si ricollega la tradizione delle dodici parole di San Martino, scongiuri e preghiere tramandate in diverse varianti e recitate per difendersi dal male e dai temporali. Nelle credenze popolari, la precisione delle parole aveva un’importanza fondamentale: sbagliare poteva compromettere la protezione richiesta.

Dunque, il Santo legato al vino e alla misericordia diventa così anche custode della casa. Nelle sue storie possiamo trovare la gratitudine per il raccolto dell’ultima vendemmia ma anche la paura di perdere, durante una brutta tempesta, la casa e tutto ciò che è stato realizzato col lavoro della campagna. 

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