Quando si parla del femminile in Sardegna torna spesso la parola matriarcato. Fa spesso parte dell’immaginario collettivo nativo. È una parola forte, seducente, capace di dare forma a qualcosa che molte persone percepiscono come vero, ovvero la presenza profonda delle donne nella vita dell’isola. Però è anche una parola rischiosa, che può trasformare una storia complessa in una lettura semplicistica. Prima di usarla bisogna quindi chiarire i termini.
Matriarcato indica, in senso proprio, un sistema sociale o politico in cui il potere principale appartiene alle donne o alle madri. Matrilinearità è un’altra cosa: riguarda la trasmissione della discendenza, dei beni o dello status attraverso la linea materna. Matricentrismo, invece, indica la centralità della madre nella vita familiare, simbolica o comunitaria. Sono tre concetti diversi. Confonderli non aiuta. E nel caso sardo, nessuno dei tre basta davvero. Non abbiamo bisogno di immaginare un dominio femminile speculare a quello maschile per riconoscere la forza storica delle donne. Il punto, semmai, è capire se la società sarda abbia conosciuto forme di equilibrio tra i generi diverse da quelle imposte dai modelli patriarcali successivi.
Non matriarcato, ma complementarità
Una chiave di lettura utile arriva da Heide Goettner-Abendroth, studiosa delle società matriarcali. Nel suo lavoro sulla nascita del patriarcato, l’autrice colloca la Sardegna dell’età del bronzo dentro l’orizzonte delle società mediterranee tardo-matriarcali, poi progressivamente patriarcalizzate dalle conquiste fenicie, cartaginesi e romane. Al di là dell’etichetta, il punto interessante è questo: il patriarcato non viene letto come origine, ma come processo storico. Questa lettura permette di guardare alla Sardegna antica senza partire dall’idea che il patriarcato sia sempre stato la sua forma naturale.
Il culto dell’acqua, i pozzi sacri, le figure interpretate come sacerdotesse, le tombe collettive, gli spazi rituali e comunitari indicano un orizzonte in cui il femminile non appare marginale. Non sono prove di un potere femminile organizzato, ma segnali di una struttura simbolica più articolata. Per questo preferisco parlare di complementarità etnostorica di genere: uomini e donne non occupano ruoli identici, né vivono in una parità moderna, ma partecipano alla tenuta della comunità attraverso funzioni diverse, riconosciute e interdipendenti. La donna non è solo madre, né solo figura domestica. È parte dell’economia familiare, della cura, della trasmissione orale, dei riti, della mediazione, della memoria.
La Carta de Logu e la donna nella norma
Questa complessità non appartiene solo al mondo antico o simbolico. Riemerge, molti secoli dopo, anche in una Carta de Logu che non dimostra un matriarcato sardo, ma impedisce di leggere la società medievale dell’isola con categorie troppo rigide. Eleonora d’Arborea viene spesso trasformata in icona mitica. Ma prima dell’immagine romantica della giudicessa conta il dato storico: nel sistema giudicale sardo l’autorità femminile poteva esprimersi attraverso meccanismi precisi di titolarità, trasmissione dinastica e reggenza.
Non si può dire che le donne governassero in quanto donne, né che esistesse un potere femminile generalizzato, ma si deve riconoscere che il femminile non era affatto escluso dallo spazio politico e giuridico. Questo vale anche per le donne di tutt’altro status sociale. Nella Carta de Logu infatti la donna è presente come soggetto regolato, tutelato, responsabile. Le norme intervengono su violenza, reputazione, matrimonio, sessualità, famiglia, eredità, responsabilità penale e sociale. Non dobbiamo leggere tutto questo con categorie contemporanee, ma nemmeno ignorarlo. La donna non è un vuoto giuridico. Sta dentro l’ordine de su Logu. Questo significa riconoscere che il femminile non era affatto al margine della struttura sociale. Era nominato, disciplinato, protetto, coinvolto. Questo dato rende povera sia la formula del matriarcato, sia quella di un patriarcato assoluto.
Patriarcalizzazione coloniale
Se matriarcato non è la parola giusta, non per questo dobbiamo accettare l’altra scorciatoia di una cultura naturalmente patriarcale. È qui che la questione diventa politica. Il patriarcato, in Sardegna, può essere letto come patriarcalizzazione coloniale: non solo dominio degli uomini sulle donne, ma imposizione progressiva di modelli esterni che trasformano divisioni e funzioni in gerarchie. Conquiste, amministrazioni, codici giuridici, istituzioni religiose e Stato moderno hanno inciso sugli equilibri locali, spesso irrigidendoli.
La colonizzazione non passa soltanto dalle armi o dalle tasse. Passa anche dalle parole con cui un popolo viene descritto, dalle leggi che sostituiscono altre forme di regolazione, dagli sguardi che chiamano arretrato e inferiore tutto ciò che non sanno leggere. A questo punto la domanda iniziale non può più restare chiusa in un sì o in un no. Chiedersi se la Sardegna sia stata un matriarcato è utile solo se ci permette di arrivare a una questione più precisa: quali forme di equilibrio tra maschile e femminile sono esistite prima che i modelli patriarcali legati alla conquista, al dominio e all’assimilazione le traducessero in gerarchia?
L’isola ha conosciuto forme di relazione tra i generi che non coincidono con il dominio femminile, ma nemmeno con la subordinazione totale. In questo spazio stanno le donne che tengono la genealogia e la memoria, le anziane che reggono il mondo con la preghiera, i saperi del corpo, i segni, i silenzi, il rapporto con la terra e con gli animali. La Sardegna non ha bisogno del mito del matriarcato per restituire centralità alle sue donne. Ha bisogno, piuttosto, di liberare la propria storia dalle categorie che l’hanno colonizzata.





