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Erica Chenoweth e la Pratobello che è in noi

Dalla teoria della politologa Erica Chenoweth sulla forza della resistenza non violenta al caso della Pratobello: perché una mobilitazione che ha raccolto oltre 211mila firme non è bastata e quali forme di lotta potrebbero (forse) incidere davvero sui rapporti di forza.

Maurizio Onnis
Maurizio OnnisAutore
29 OTT 2026
7 min
Uno scatto durante la consegna nel 2024 dei plichi con le 210.729 della Pratobello

Uno scatto durante la consegna nel 2024 dei plichi con le 210.729 della Pratobello

Erica Chenoweth è una politologa statunitense. Una quindicina di anni fa scrisse un libro che fece qualche rumore, almeno tra chi si oppone ai governi tirannici. Il libro, che non fu tradotto in italiano, s’intitolava Why civil resistance works ed esponeva una tesi poi affinata dall’autrice in ulteriori ricerche.

La Chenoweth in sostanza diceva: abbiamo esaminato centinaia di casi di resistenza alle leggi ingiuste nel corso del Novecento e nei primi anni Duemila. Resistenza violenta e resistenza non violenta, armata e non armata, basata sul conflitto aperto o, al contrario, sulla disobbedienza civile. E abbiamo scoperto che il successo ha arriso in proporzione molto maggiore, più che doppia, a chi ha rifiutato l’uso delle armi. 

Ancora: abbiamo scoperto, dice, che una vittoria sul governo tirannico generata dalla violenza porta quasi sempre ad altra violenza e a governi autoritari. Mentre una vittoria sul governo tirannico generata dalla non violenza porta, con maggiore probabilità, a governi democratici e alla conquista di diritti civili e politici. 

La “regola del 3,5%”

Stabilì, la Chenoweth, quella che poi è passata al linguaggio divulgativo come “regola del 3,5%”. Dove un movimento riesce a mobilitare in modo continuativo almeno il 3,5% della popolazione, il successo è altamente probabile. Ovviamente, non si tratta di una legge scientifica verificabile con assoluta certezza, ma la “regola” dà secondo l’autrice un buon grado di sicurezza. A patto, ripete, che quel 3,5% sia composto da attivisti capaci di tenere viva la lotta per un lasso di tempo sufficiente a scuotere la resistenza dell’avversario, comunicare adeguatamente i loro obiettivi e praticare tutti gli strumenti della non violenza: dalla resistenza passiva al boicottaggio, dalla disobbedienza civile alla non cooperazione.  

Ognuno può valutare autonomamente la consistenza della tesi della Chenoweth. Che è senza dubbio affascinante e, sottoposta ad analisi quantitativa, trova parecchie conferme e diverse smentite. D’altro canto, gli esempi da esaminare non mancano. I più celebri, come la lotta per i diritti degli afro-americani negli Stati Uniti o quella anti-apartheid in Sudafrica. I meno citati, come le battaglie di Solidarność contro il governo comunista polacco o i numerosissimi conflitti anti-coloniali in Africa e Asia attorno alla metà del secolo scorso. Si può tirare l’ipotesi di studio da una parte e dall’altra, anche sbagliando: cioè lasciandosi influenzare, più che dai dati, dalle proprie idee politiche.  

Ma parliamo della Pratobello…

È comunque una tesi che può essere utilmente applicata pure a situazioni a noi vicine. Viene da chiedersi, dolorosamente, perché non abbia funzionato nel caso della Pratobello. Dopo tutto, 211.000 firme a sostegno di un disegno di legge popolare rappresentano circa il 7% della cittadinanza sarda. Una quota doppia rispetto a quella indicata dalla Chenoweth come sufficiente a dare il successo. 

Firme, poi, accompagnate da una mobilitazione che, nella sua fase più intensa, è durata almeno per tutta l’estate del 2024 con sit-in, cortei e proteste largamente partecipate, in città e paesi dell’Isola. Culminando, il 2 ottobre 2024, nella consegna delle firme stesse ai rappresentanti del consiglio regionale sardo. Vale a dire, ai rappresentanti del popolo nelle istituzioni.

Dopo di che le firme si sono perse. Gli scatoloni con gli elenchi certificati delle sottoscrizioni sono finiti in qualche ripostiglio del palazzo del consiglio regionale e l’istanza dal basso è stata raccolta solo molto più tardi, con la creazione di una commissione consiliare dedicata alla questione energetica insediatasi nel settembre 2026. Due anni dopo. Un commento su tanta sollecitudine è inutile.

La Pratobello, insomma, è stata affondata. Con buona pace di Erica Chenoweth e della “regola del 3,5%”. Allora: è sbagliata la “regola” o qualcosa non andava nell’iniziativa popolare?

Che cosa è necessario per scalzare davvero il potere autoritario dello Stato?

Spostiamo il focus su un’altra domanda: che cosa è necessario per scalzare davvero il potere autoritario dello Stato? Che cosa può realmente fargli danno e costringerlo ad accedere alle richieste del popolo? Elenchiamo. 

∙ Una mobilitazione protratta per un lunghissimo periodo di tempo: non mesi, ma anni, tenacemente, senza pause.

∙ Una mobilitazione massiccia, sempre. Una mobilitazione fatta di grandi numeri costantemente schierati contro lo Stato. Non di grandi numeri occasionali e invece, nella maggior parte delle occasioni, di pochi attivisti. 

∙ Una mobilitazione unitaria, guidata da un fronte consapevole dell’obiettivo comune e non frammentato in tante schegge, ciascuna in lotta per un proprio obiettivo e con un proprio calendario. 

∙ Una mobilitazione libera dalla paura di doversi guardare dal “nemico interno”, ovvero tutti coloro che nella società civile collaborano con l’avversario e fanno il suo gioco per le ragioni più varie: interesse economico, ideologia, orgogliosa appartenenza alla “zona grigia” o semplice stupidità.

∙ Una mobilitazione capace di comunicare efficacemente al mondo i propri obiettivi: “al mondo”, cioè all’esterno del proprio territorio di lotta, perché la pressione esercitata da alleati e testimonial potenti è preziosa.

∙ Una mobilitazione capace di utilizzare in modo originale e diversificato tutti gli strumenti della lotta non violenta: non solo petizioni e disegni di legge popolari, già importanti, ma anche strumenti che esigono maggiore organizzazione, consapevolezza e spirito di sacrificio, come appunto il boicottaggio, la disobbedienza alle leggi ritenute ingiuste, la resistenza passiva, la non cooperazione.  

∙ Tutti questi punti assieme, perché solo la loro intera applicazione può dare qualche possibilità di raggiungere il successo.  

Calarsi nella realtà sarda e cercare una via

Portare al consiglio regionale la Pratobello ha richiesto uno sforzo enorme. È stato uno sforzo straordinario e ha dimostrato che i sardi non sono affatto indifferenti al proprio destino. Ma non è bastato, perché non era uno sforzo volto alla giusta direzione. Mettere le firme nelle mani delle istituzioni, fidando nel loro sostegno, è stato un errore. La politica istituzionale aveva e ha ancora oggi interesse a cassare ogni iniziativa dal basso. La politica istituzionale, gravemente implicata nella speculazione energetica, non poteva collaborare. E non ha collaborato. Il movimento si è fermato lì. 

Ora, dell’elenco stilato in precedenza il punto forse più importante va sotto l’etichetta “non cooperazione”. Perché l’esperienza dimostra che l’autorità si lascia smuovere e le istituzioni provocare solo quando si pianta un cuneo nella macchina del potere, bloccandola. Solo allora lo Stato (o la Regione, in sedicesimo) è costretto a correre ai ripari e cercare una soluzione ai danni che lui stesso ha causato con le leggi ingiuste. 

Calandoci nella realtà sarda: dobbiamo trovare una forma di “non cooperazione” applicabile in massa. E se la vogliamo applicata massicciamente deve essere facilmente realizzabile e non deve mettere a rischio le persone e i loro beni. Non può essere, ad esempio, il blocco stradale perché porta alle denunce penali. Non può essere l’obiezione fiscale, che si traduce in cartelle esattoriali, sanzioni e recupero del dovuto. Non può essere lo sciopero della fame, perché mette a rischio la salute fisica. Non può essere niente, insomma, che allontani chi lotta dalle sicurezze del proprio vivere quotidiano: non è bello dirlo, ma è così. E non c’è niente di strano. Le azioni pericolose sono appannaggio dell’avanguardia. Se vogliamo trasformare i cittadini, tutti i cittadini, in difensori dei loro diritti traditi dobbiamo suggerirgli una forma di lotta facile, non rischiosa e dal risultato misurabile.

È impossibile? Se non ci riusciremo, se non riusciremo cioè a rovesciare per questa strada i rapporti di forza con l’autorità, soffriremo la speculazione energetica (e poi chissà che altro) e non avvicineremo di un passo l’Isola e i suoi abitanti all’autodeterminazione.

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