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Fiumesanto e la transizione che brucia ancora carbone

Un rapporto di ReCommon svela gli interessi fossili e gli aiuti pubblici dell’imprenditore ceco che vuole convertire a gas la centrale a carbone di Fiume Santo in Sardegna.

Sara Brughitta
Sara BrughittaCorrispondente
16 GIU 2026
7 min
Sassari, centrale termoelettrica di Fiume Santo - foto di Gianni Careddu

Sassari, centrale termoelettrica di Fiume Santo - foto di Gianni Careddu

Una rete complessa di interessi politici ed economici in cui tra gli attori principali vi è il magnate ceco Daniel Křetínský, con la Sardegna tra gli scenari centrali, nello specifico la centrale di Fiume Santo, simbolo di una transizione energetica che rischia di restare solo dichiarata. È quanto emerge dal nuovo report "Il miliardario ceco e il carbone di Fiume Santo" realizzato da ReCommon, associazione che lotta contro gli abusi di potere e il saccheggio dei territori "per creare spazi di trasformazione nella società". Trasformazione e consapevolezza.

«Ci sembrava molto rilevante analizzare il caso di Fiume Santo – spiega Luca Manes di ReCommon – perché rappresenta un impianto con una traiettoria particolarmente critica: da una chiusura prevista si passa a un prolungamento della vita utile, fino alla possibile conversione a gas». Una dinamica che, più che segnare una discontinuità, ricalca uno schema già osservato in altri contesti europei. Come spiegano dall'associazione, il passaggio al gas viene infatti giustificato con la narrativa della decarbonizzazione della Sardegna, ma nel frattempo la centrale a carbone continua a operare ben oltre le scadenze inizialmente previste. Un paradosso che solleva interrogativi sulla reale direzione della transizione energetica dell'isola.

La centrale si estende su circa 153 ettari nel Golfo dell’Asinara, tra Sassari e Porto Torres. Secondo i piani ufficiali avrebbe dovuto chiudere entro il 2025. Tuttavia, nel settembre dello stesso anno, un decreto governativo – con l’avallo della Regione Sardegna – ne ha riaperto il futuro, prolungandone l’attività e orientando il sistema energetico dell’isola verso il gas. Il sito si trova all’interno di un’area classificata come SIN (Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche), cioè una zona altamente contaminata dove la priorità dovrebbe essere il risanamento ambientale. La permanenza e la possibile riconversione dell’impianto appaiono dunque in contraddizione con gli obiettivi di decarbonizzazione.

«Stiamo parlando di impianti che dovrebbero essere chiusi – continua Manes – e che invece vengono rilanciati seguendo una strategia industriale precisa, che permette di continuare a trarre profitto dal fossile anche nella fase della cosiddetta transizione».

Il carbone che non si spegne

La centrale di Fiume Santo è alimentata a carbone e si colloca in un’area già compromessa dal punto di vista ambientale. Avrebbe dovuto cessare le attività entro il 2025, in linea con il phase-out, cioè il processo di eliminazione graduale del carbone dal mix energetico. Oggi, invece, la sua operatività è stata estesa almeno fino al 2028.

La proroga sembra inserirsi in una strategia più ampia. In un SIN, per definizione, l’obiettivo dovrebbe essere la riduzione delle fonti inquinanti. Il Testo Unico Ambientale stabilisce che non si dovrebbero introdurre nuovi fattori di rischio in aree già compromesse. Eppure, nel caso di Fiume Santo, si procede nella direzione opposta.

Le conseguenze sulla salute pubblica sono significative: secondo ISDE e il Progetto Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità, nell’area Porto Torres–Sassari si registrano eccessi di malattie respiratorie, cardiovascolari e oncologiche. In particolare, si osserva un aumento della mortalità del 6% e un incremento del 49% dei tumori respiratori nelle donne.

Nonostante questi dati, e nonostante il carbone rappresenti oggi meno dell’1% della produzione elettrica nazionale, la sua uscita viene rinviata. Nel primo semestre del 2025 ha prodotto circa 1.500 GWh, confermando un ruolo marginale. Eppure, Fiume Santo continua a essere considerata strategica, anche in vista della conversione a gas. «Si tratta dell’ennesimo progetto fossile fuori tempo massimo – sottolinea Manes – che avrà un impatto sia ambientale che sociale, anche per l’introduzione di nuove infrastrutture e il riutilizzo di strutture che dovrebbero essere dismesse».

Una transizione senza cambiamento

Il futuro della centrale è legato alla sua conversione a gas, spesso presentata come passaggio intermedio verso la sostenibilità. Tuttavia, il gas naturale resta un combustibile fossile e rischia di consolidare un modello ad alta intensità di carbonio.

Più che una transizione, quello che pare emergere è che si tratta di una sostituzione interna tra fonti fossili. Il rischio è quello del cosiddetto lock-in, una condizione in cui infrastrutture e investimenti vincolano il sistema energetico per decenni. Ciò che dall'associazione evidenziano è che nel caso della Sardegna, questo significherebbe ritardare ulteriormente una transizione energetica giusta e duratura, basata sulle energie rinnovabili, sulla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili e sulla risposta ai bisogni concreti delle comunità locali, che dovrebbero essere al centro delle scelte energetiche dell'isola.

«L’isola avrebbe le condizioni per passare direttamente alle energie rinnovabili senza passare per la metanizzazione – osserva Manes – ma non con progetti imposti dall’alto, bensì attraverso iniziative decentrate a partire dai territori, e non grandi infrastrutture calate dall’alto». Una posizione condivisa anche da Italia Nostra Sardegna, che in un recente comunicato ha definito la metanizzazione «una strategia ormai superata e dannosa», sottolineando come investire oggi in infrastrutture fossili «vincoli l’isola a una nuova dipendenza dal gas, in controtendenza rispetto all’accelerazione europea verso l’abbandono dei combustibili fossili».

L’associazione evidenzia inoltre come tali progetti non risolvano le criticità esistenti: «non solo non affrontano il problema del carbone, ma non danno risposta alle reali difficoltà industriali», che richiederebbero invece «una vera riconversione e interventi seri di bonifica». Il rischio, dunque, è quello di una scelta che non solo ritarda la transizione, ma la compromette strutturalmente.

La logica

Per comprendere il quadro è necessario considerare il ruolo di EPH (Energetický a průmyslový holding), gruppo energetico europeo con sede in Repubblica Ceca controllato da Daniel Křetínský, attivo nella produzione e distribuzione di energia, con una forte presenza negli impianti a carbone e gas.

EP Produzione, la controllata italiana, gestisce centrali termoelettriche tra cui Fiume Santo, con circa 4,6 GW di capacità installata e una produzione annua di circa 13 TWh. In merito, una precisazione è necessaria: come sottolineano dall'associazione «EP Produzione è stata rinominata TTEP Italia ed è ora parte di TTEP, la nuova joint venture controllata da EPH e TotalEnergies. Fiume Santo però non è parte della joint venture tra EPH e Total e resta sotto il controllo diretto di EPH attraverso Fiume Santo S.p.A.».

Centrale resta la strategia del gruppo, la quale combina continuità e adattamento: mantiene attivi asset fossili ancora redditizi, mentre si presenta come attore della transizione energetica. Questa ambivalenza emerge nella creazione di EP Energy Transition, società separata che raccoglie gli asset più inquinanti, pur mantenendo forti legami operativi e finanziari.

Qui, il modello Křetínský si basa su alcuni passaggi chiave. Il primo è l’acquisizione di asset fossili a basso costo: centrali a carbone, impianti a gas e miniere acquistati quando il loro valore è in calo ma ancora funzionali al sistema energetico. Il secondo è il mantenimento in funzione il più a lungo possibile, anche grazie a meccanismi come i capacity payments, che garantiscono compensi pubblici agli operatori. Il terzo è la costruzione di alleanze strategiche, come quella con TotalEnergies nel 2025, che ha portato alla creazione di una joint venture da circa 14 gigawatt, in gran parte basata sul gas.

Parallelamente, il gruppo mantiene una forte presenza nel carbone: nel 2023 le sue miniere hanno prodotto oltre 50 milioni di tonnellate. Una parte dei ricavi deriva anche da incentivi destinati alle rinnovabili, in particolare attraverso impianti a biomasse. La riorganizzazione societaria consente inoltre di migliorare l’immagine del gruppo, separando formalmente gli asset più inquinanti senza rinunciare ai benefici economici del fossile. Nel complesso, è quindi un modello che non abbandona il fossile, ma lo prolunga e lo integra nella transizione.

Tra occupazione e alternative possibili

Nel dibattito pubblico, uno degli argomenti più utilizzati per giustificare questi progetti è quello occupazionale. Tuttavia, anche su questo fronte emergono criticità: «Il lavoro offerto da queste infrastrutture è spesso di breve periodo – osserva Manes – e una volta completate non richiedono molta forza lavoro, che tra l’altro arriva spesso da fuori».

Al contrario, sia ReCommon che Italia Nostra sottolineano la necessità di investire in modelli alternativi. «Già in passato alcune valutazioni, come quelle di Arera, hanno mostrato come questi progetti non siano efficaci in termini di costi e benefici», ricorda Manes. Per Italia Nostra la strategia attuale espone l’isola anche a «vulnerabilità geopolitiche legate al gas importato», rafforzando la necessità di puntare su un modello energetico più autonomo e sostenibile. Uno scenario in cui, per Manes, il ruolo della popolazione è importante «Più si crea massa critica, più si rafforzano le pressioni sulle decisioni politiche e sulle aziende. Essere consapevoli degli impatti di questi progetti è il primo passo per cambiarli».

Questo articolo rappresenta la prima parte di un approfondimento più ampio: seguirà un secondo focus dedicato alla metanizzazione dell’isola.

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