Collettività non è sinonimo di pluralità. Indica una molteplicità che spesso massifica il tutto, contempla sì la varietà ma non è garanzia di cancellazione di quelle disparità di potere che escludono dai processi decisionali, dall'accesso alle risorse, dall'adesione e dalla partecipazione alla res publica. E se si guarda alle grandi opere strategiche per la transizione energetica con occhio attento al margine, quello che emerge è un arcipelago di storie che nel mare del progresso green non abitano la riva dei benefici, anzi. «Noi stiamo solo subendo». Ma anche: «È come se ci avessero detto: da oggi in poi non potete lavorare. Ci stanno togliendo il pane di bocca».
Due voci differenti, due storie che abitano due angoli opposti dell'Isola: le campagne di Ittiri e il mare di Quartu Sant'Elena, rispettivamente sito in cui si intende realizzare il progetto di batterie di accumulo elettrochimico Bess-470 Mw, e sede dei lavori di quello che Terna definisce il nuovo corridoio elettrico al centro del Mediterraneo, il Tyrrhenian Link.
Lavoro interdetto
A Terra Mala, la transizione sbarca prima di tutto come interdizione. Tra le cronache sarde se ne parla principalmente rispetto ai disagi legati al traffico e alla mobilità via terra (ci sono lavori lungo la Strada provinciale 17 e in prossimità del Parco di Molentargius per la realizzazione della nuova Cabina Primaria Quartu Sud) ma il doppio cavo (sottomarino) che collegherà la Sicilia con la Sardegna e la Campania, arriva dal mare. Il Tyrrhenian Link approda sulla costa quartese con un'ordinanza, la n. 210/2025 della Capitaneria di porto di Cagliari, prorogata fino al 30 giugno 2026. È vietato navigare, ancorare e sostare con qualunque unità, sia da diporto che ad uso professionale, ma anche effettuare attività di immersioni subacquee, svolgere attività di pesca e ogni attività connessa all’uso del mare non espressamente autorizzata.
Sul piano amministrativo è il linguaggio ordinario della cantierizzazione, sul piano materiale il tutto si traduce in uno specchio d'acqua che diventa spazio sottratto. E per chi vive di mare, la geografia di questa grande opera è prima di tutto una rotta interrotta. «Ho anni di esperienza perché sono un vecchio pescatore, però una pesca così limitata come quest'anno non l'abbiamo mai avuta». A parlare - «ma solo in anonimo, non voglio essere messo alla berlina» - è Davide, nome di fantasia.
Per lui la questione non è tanto l'impossibilità di transitare in mare in un'area (di difficile perimetrazione) sottoposta a interdizione, ma il fatto che proprio lì si concentrano «da generazioni» i punti di pesca da cui dipende la sopravvivenza economica di molte famiglie. «Non vogliono che buttiamo là le reti ma quello è un punto di pesca tramandato, è lì che possiamo vivere di pesca». Il danno è insieme logistico ed economico. «Facciamo la metà della pesca degli altri anni. Riusciamo appena a coprire il gasolio per andare, e campare». Un dato? «Se prima pescavamo 70 chili di polpi, ora 30».
Nella narrazione aziendale, il Tyrrhenian Link è "un record in Italia per un’infrastruttura elettrica": circa 970 chilometri di collegamento sottomarino, 1000 MW di potenza, 3,7 miliardi di euro di investimento. L'approdo dei cavi marini avverrà con tecnica HDD (perforazione orizzontale direzionale), trivellazione controllata che riduce l'impatto in superficie e evita scavi a cielo aperto, lasciando "inalterati ambiente e paesaggio". Rassicurazioni che se affiancate al percepito di chi del fondale conosce variazioni, abitudini, presenze e assenze per esperienza diretta, risultano dissonanti.
«Non so cosa stanno combinando», prosegue Davide. «Quello che penso è che smuovendo il fondale, stanno distruggendo l'habitat della pesca: se ti demoliscono la casa non ci resti là, e i pesci fanno lo stesso». Un sapere empirico che interpreta l'impoverimento del pescato come la conseguenza di un'alterazione profonda dell'ecosistema, e respinge spiegazioni che attribuiscono il calo ad altri fattori. «C'è chi dà la colpa al ciclone Harry, ma la mia esperienza di mare mi suggerisce che il problema sia altro; anche in caso di altri fenomeni metereologici forti i pesci non si sono mai spostati così tanto».
Oltre il danno immediato, a emergere è anche la sensazione di un esproprio del diritto all'esistenza. «Ci negano il lavoro ma chi mi dà da mangiare? Chi mi paga le bollette? Siamo costretti a subire stando zitti perché sono opere che servono alla collettività, ma noi cosa siamo?». La percezione è quella di subire un costo concentrato in nome di un beneficio distribuito altrove. «La verità è che questi progetti servono solo a ingrandire le loro tasche, che la Sardegna è il trampolino di lancio dell’Italia, e noi siamo la colonia dove lo Stato fa e disfa quello che vuole. Non abbiamo voce in capitolo, e nessuno ci ascolta». Ma il mare di Quartu, in un'Isola in cui da anni si parla di lotta contro la speculazione energetica, non è un'eccezione. A circa 200 chilometri di distanza, la stessa promessa di interesse collettivo riappare producendo attriti e percezioni di ingiustizie simili.
Il diritto di vivere qua
A Ittiri il conflitto passa per la prospettiva di un impianto di accumulo di energia a batteria di grande taglia (470 MW) che, agli occhi di chi vive quelle campagne, non porta sviluppo. È piuttosto veicolo di abbandono, pericoli, consumo di suolo, industrializzazione e non da poco, sovradeterminazione. Qui la transizione si affaccia sui terreni di Su Dragone, località agricola «molto vissuta e antropizzata», fatta - raccontano - di vigneti, uliveti, orti, aziende, allevamenti, abitazioni, persone che quel paesaggio lo attraversano ogni giorno. Si trova ai piedi del monte Torru, area di interesse naturalistico e geologico, profondamente radicata nell'immaginario locale. «Con quel progetto, questa diventerà una zona industriale, una seconda Porto Torres».
Pauline Dupont e Cristiano Bano - lui friulano, lei di origine francese - a Su Dragone non sono arrivati per caso. Lì hanno scelto di costruire insieme una casa, una famiglia (con loro, due bambini), un lavoro e un progetto di vita: coltivano mele in biologico e raccontano di aver creato «qualcosa che non c'era», con l'idea di una vita «semplice ma dignitosa». Per questo l'impianto è percepito come un'incursione dentro la trama della propria esistenza. «Quando l'abbiamo saputo si è aperta una voragine che ci ha inghiottito dentro. Ti distrugge, ti toglie l'energia, la speranza, ti sconvolge tutto in pochi minuti».
Anche qui, come a Terra Mala, il primo elemento che ricorre nei racconti è il modo in cui la notizia arriva: non come esito di un processo condiviso ma per vie laterali, e opache. «Siamo venuti a saperlo tramite un post allarmista comparso online», raccontano. Solo dopo, tra voci di paese e verifiche all'ufficio tecnico, emerge che l'impianto dovrebbe sorgere proprio sul terreno di fronte alla loro azienda: a circa 20 metri dall'attività e 40 dall'abitazione. Il Comune aveva evidenziato criticità e mancanza di coinvolgimento di altri enti; loro stessi hanno presentato una relazione sugli impatti del progetto.
Nelle informazioni raccolte dalla famiglia - supportata dal comitato locale di cittadine e cittadini che si oppongono alla speculazione energetica e al "furto della terra" (Comitadu NO eolicu PALAS a terra) - l'impianto prenderebbe la forma di un'infrastruttura di grandi dimensioni: oltre 200 container, più di 1500 inverter e 100 trasformatori, sistemi di ventilazione e raffreddamento continui. La preoccupazione riguarda il rumore, l'impatto termico, quello elettromagnetico, la biodiversità, il consumo di suolo e la prossimità tra un impianto industriale di questo tipo e attività agricole, case, spazi frequentati ogni giorno anche da bambine e bambini - nella zona è presente un centro estivo. «Non e' qualcosa che cambia solo il panorama - spiegano Pauline Dupont e Cristiano Bano - se un impianto così sorge, la nostra attività viene distrutta perché noi non ci possiamo lavorare né vivere». Coltivando mele, spiegano, che per crescere hanno bisogno dell'escursione termica che scandisce il giorno dalla notte; il possibile alterarsi del microclima potrebbe costituire un fattore di compromissione del lavoro. Ma questo è solo un esempio, chiariscono.
I sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS) hanno il compito di mantenere il flusso di energia rinnovabile anche quando il sole non splende o il vento non soffia. Quello che però l'ISPRA sottolinea [qui] è come la recente esperienza operativa dei BESS con ioni di litio evidenzia una serie di incidenti "particolarmente significativi" anche in termini di effetti (tipicamente incendi ed esplosioni causati da runaway termico, un sovraccarico del sistema). "Non è assolutamente possibile escludere nella fase di incidente vero e proprio anche lo sviluppo di dispersioni tossiche e infiammabili e nella fase di gestione dell’emergenza la necessità di gestire le acque derivanti dalle azioni di spegnimento".
Quello che anche dal dialogo continua a emergere è una sproporzione che parte dall'analisi delle parole. Da una parte il linguaggio dell'accumulo necessario, delle opere funzionali alla decarbonizzazione e alla transizione ecologica; dall'altra una famiglia che sente di dover dimostrare di avere «diritto di vivere qua». «Questa transizione non è tale. Una transizione, come vuole anche il termine, viene accompagnata, gestita e pianificata a tutela di tutti e tutto. Queste sono imposizioni e forzature gestite dal denaro. Non è per il bene della comunità, è una colonizzazione ulteriore».
Il timore è che la nascita dell'impianto sia direttamente collegata (e funzionale) all'addensarsi sul territorio di altri progetti energetici. «Sul nostro territorio al momento incombono tra approvati e in fase di approvazione due mega impianti di fotovoltaico da circa 45 ettari l’uno e nove impianti eolici che complessivamente porteranno poco meno di 80 pale da 200 metri; ma la gente non ne sa nulla», spiegano dal Comitadu. Da qui la richiesta che il dissenso non resti confinato nei rilievi tecnici o nei video social, ma trovi una forma politica esplicita: «Vogliamo una presa di posizione ufficiale del Comune - spiegano Pauline Dupont e Cristiano Bano - i tecnicismi possono essere scavalcati: manca una strada? La costruiscono. Noi tutti vogliamo che il Comune dica che questo progetto non si può fare perché rovina e mette in pericolo Ittiri».
La petizione "Salviamo Su Dragone", rilanciata dal Comitadu No Eolicu Palas a terra attraverso i loro canali social, nasce da questa esigenza: riportare il tutto al centro di una questione collettiva, senza cedere - dicono - al sensazionalismo ma provando a costruire informazione, presidio, pressione pubblica e consapevolezza.
Collettività mutilata
Quelle che arrivano dal mare di Terra Mala e dalle campagne di Su Dragone sono testimonianze che ricordano che la collettività non può essere un'operazione sommaria: ha nomi, lavori, case, territori, relazioni; è fatta di scelte di vita a volte ancorate alla tradizione, a volte all'idea di voler essere garanti di una presenza leggera che in un mondo appesantito dall'impatto umano, è possibile.
Certo, si potrebbe dire: meglio una famiglia che si sposta, pescatori che non pescano, che morire tutti di crisi climatica. «Noi forse siamo di parte», rispondono in conclusione Pauline Dupont e Cristiano Bano. «La famiglia siamo noi. E crediamo che nessuno debba essere sacrificato».


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