La mano sale al mento, passa una catenella d'argento sotto il viso e la fissa ai lati del manto. Oppure scende alla vita, stringe il grembiule. O ancora si ferma sul petto, e unisce le due parti del corpetto. È un gesto semplice, quasi automatico: chiudere un abito. Eppure, nella tradizione dell'abbigliamento sardo, quella chiusura ha una storia molto più ampia. La gancera è un piccolo oggetto funzionale che, a seconda del luogo e del capo, può assumere forme e nomi diversi. In Ogliastra è chiamata cadenàtzas o càncios de frénu; a Busachi, Samugheo e nella Trexenta come gancera de chinzu; a Villagrande Strisaili come ganciu de frenu. La varietà delle denominazioni accompagna quella delle funzioni.
A Villagrande la sua duplice natura emerge con particolare chiarezza. La stessa gancera serve a trattenere il manto del capo femminile e a chiudere sul davanti su gippone, il giacchino. Nel primo caso una catenella d'argento passa sotto la gola e si fissa al manto attraverso due placche; nel secondo interviene direttamente nella costruzione dell'abito. La gancera, insomma, non appartiene a un solo elemento del costume: si sposta, cambia funzione, ma conserva il medesimo principio.
Il grembiule offre alcune delle testimonianze più interessanti. A Busachi, nel costume festivo, su perenanti, un grembiule in panno di lana nero veniva serrato con una catena d'argento. Alcune di queste chiusure erano particolarmente elaborate: sa gancera a conca de angellu terminava con piccoli putti, mentre sa gancera a grughitta era decorata con croci. A Tonara la catena poteva terminare in piastre incise e traforate, talvolta cuoriformi. Nella Trexenta, una catenella fissata alla vita poteva avere un elemento ornamentale che ricadeva lungo il fianco.
Anche il corpetto presenta soluzioni diverse. Nel Sarrabus su cossu veniva allacciato sotto il petto con la prancia de pitturrasa, una fermatura d'argento filigranata con pietre colorate. Nella Trexenta, invece, la chiusura era collocata sopra il petto e affidata a una cintura d'argento. Cambiava dunque il punto in cui interveniva la gancera, ma non il suo ruolo fondamentale.
La funzione che incontra l'ornamento
Le testimonianze più antiche, tuttavia, riguardano l'abbigliamento maschile. Nel 1773, in un inventario dei beni di Perfugas redatto dal notaio Guiso Muru di Nulvi, compaiono quattro paia di ganci d'argento destinati a su collettu, oltre ad altri tre paia di ganci di misura media. Un'indicazione importante nella sua semplicità: la gancera compare già come un bene concreto, posseduto e registrato.
Le descrizioni che si susseguono tra Settecento e Ottocento. Su collettu, capo indispensabile per contadini e pastori, realizzato con pelli di capretto o cervo per proteggersi dal freddo e dall’umidità. Veniva chiuso sul petto con fermagli, ganci o catenelle d'argento. La qualità della chiusura poteva variare in rapporto alle possibilità economiche di chi la indossava. L'argento era un elemento attraverso il quale si rendeva visibile il valore del capo oltre a una soluzione pratica. È proprio qui che la funzione incontra l'ornamento. La Marmora osserva che alcune gancere potevano raggiungere prezzi considerevoli per la ricchezza delle decorazioni.
La gancera può essere semplice o complessa. Nella sua forma più essenziale consiste in due fermagli uniti da una catenella, talvolta intrecciata a giunchigliu. Nelle versioni più elaborate compaiono invece piastre snodate in lamina d'argento, traforate e decorate a cesello e a bulino, collegate da più maglie. Tra i motivi compaiono uccelli, alberi stilizzati, maschere apotropaiche, grifoni e cavalieri. Bresciani descrive piastre d'argento traforate con motivi a fogliami, mascherine, cetere e arpe, insieme a borchie raffiguranti musi di leone, draghi o grifi. La parte dell'abito destinata a essere chiusa diventa così anche una superficie sulla quale il gusto e il valore possono essere dichiarati. Nel vestiario maschile del meridione dell'isola la fattura è generalmente più semplice, spesso ridotta ai due elementi di chiusura e alla catenella.
Il passaggio
Nell'Ottocento su collettu comincia progressivamente a scomparire. Il capo, realizzato con materiale organico, si consuma e viene perduto; l'argento, invece, può essere conservato. È un passaggio decisivo. La gancera sopravvive all'indumento che aveva contribuito a chiudere e la ritroviamo nei costumi femminili dell'Ottocento e del Novecento. Le fonti documentano questa presenza, ma non permettono di stabilire quando, né attraverso quali passaggi, sia avvenuto il trasferimento. Possiamo seguire l'oggetto, ma non ricostruire interamente il percorso che lo ha portato da un abito all'altro.
La nuova vita della gancera appare con particolare evidenza nel copricapo femminile dell'Ogliastra, in particolare a Villagrande. Qui una catena d'argento passa sotto il mento e mantiene aderente al viso un piccolo manto di lana, bordato e guarnito. Carlo Corbetta, nel 1877, descrive questa chiusura come una corta catena fissata ai lembi laterali del panno. Altre testimonianze, riferite anche a Tortolì e Lanusei, insistono sulla presenza della catenella sotto il volto. Negli anni Trenta del Novecento, Arata e Biasi osservano che a Lanusei della tradizione vestimentaria era sopravvissuta soprattutto la cappottina portata sul capo e assicurata proprio da una catenella d'argento.
Attraversando generazioni e famiglie, l'argento si consuma con l'uso. Conserva le conseguenze del tempo e, attraverso quelle tracce, sembra trattenere qualcosa di chi lo ha portato. Nel Novecento cambia però anche lo sguardo rivolto alla gancera. Da oggetto d'uso diventa oggetto da conservare. La trasformazione è quasi perfetta nella sua semplicità: ciò che era nato per chiudere un abito viene esposto aperto.
In una vetrina, una gancera non compie più il suo gesto. Il metallo, però, è ancora lì. Manca soltanto ciò che non può essere musealizzato: la mano che la chiudeva. Ed è proprio questo gesto forse la parte più difficile da conservare. Una gancera chiusa era parte della vita quotidiana. Una gancera aperta è diventata memoria.





