Nell’Isola la cifra chiave del precariato dei docenti oscilla tra il 20 e il 25% nelle quattro province ed è sempre in aumento rispetto agli anni precedenti. Ce lo spiega Gianfranco Meloni, coordinatore regionale della Gilda, sindacato autonomo degli insegnanti. Nella sola provincia di Nuoro nel corso del primo mese di scuola sono stati assegnati 700 incarichi di supplenza su un organico di circa 3000 insegnanti. A detta del coordinatore questa specifica situazione estremizza uno scenario che riguarda tutta la Sardegna.
Ma concretamente, cosa significa essere insegnanti precari? Oltre ai numeri, ciò che lamenta il sindacato riguarda anche una precarizzazione in corso del personale di ruolo. Come spiega Meloni, con la diffusione delle cattedre orario esterne (COE) ai docenti vengono assegnate cattedre suddivise tra più istituti, ciascuno dei quali a sua volta comprende ormai anche 5 comuni, determinando un aumento delle richieste part-time e un moltiplicarsi delle rinunce da parte dei supplenti.
Partiamo da B.: 52 anni, è un’insegnante di italiano e storia all’Istituto alberghiero di Tortolì, ma vive a Quartu Sant’Elena. È entrata di ruolo quest’anno dopo sei anni da precaria, ma essendole stata assegnata una COE divide le sue ore tra due istituti a Tortolì e uno a Perdasdefogu. Ancora oggi fa 280 km al giorno tutti i giorni per raggiungere la scuola, spendendo in benzina 400 euro dei 1800 di stipendio. Fare la pendolare le è più conveniente che stare in pianta stabile in Ogliastra: affittando una casa a Tortolì spenderebbe il doppio. «La precarietà per me non è una condizione solo oggettiva - ci spiega - ma uno stato mentale».
Tutto ciò, inevitabilmente, si traduce in una precarietà dell’apprendimento per i ragazzi, che quasi ogni anno sono costretti a cambiare insegnanti. «A tagli fatti ci ritroviamo con una scuola qualitativamente a pezzi» spiega Meloni, «la nostra preoccupazione è il futuro dei ragazzi, perché fino a questo momento nulla è stato fatto a favore del loro benessere».
Poi c'è C., 39 anni, insegnante di lingua inglese di ruolo da questo settembre dopo 10 anni di precariato; è preoccupata per gli studenti. «Per insegnare non basta entrare in aula e fare una lezione: bisogna conoscere gli alunni, le loro difficoltà e i loro punti di forza e costruire con loro un rapporto di fiducia», spiega. «Quando un docente arriva in una classe e sa di poterci rimanere nel tempo ha la possibilità di progettare un percorso più continuativo, seguire i progressi dei ragazzi e adattare il lavoro alle loro esigenze». Ma andiamo per gradi, anche perché forse la prima domanda alla quale rispondere è: oggi, come si diventa insegnanti?
Precarietà di sistema
Il solo percorso per poter accedere all’insegnamento è indicativo di una superficiale - se non assente - considerazione che al giorno d’oggi si ha della professione, e di un sistema che quasi costringe alla precarietà.
Chiaramente i requisiti e i passaggi cambiano a seconda del tipo di scuola in cui si intende lavorare ma di norma, è necessario essere in possesso della laurea. Se si parla però di scuola Secondaria di I e II grado (medie e superiori) oltre la laurea è necessaria un’apposita abilitazione. Fino al 2022 quest’ultima poteva essere acquisita durante il percorso accademico, inserendo nel proprio piano di studi 24 crediti a scelta tra antropologia, pedagogia, psicologia o didattica.
Oggi, sulla base di un decreto varato nell’agosto 2023, l’acquisizione dell’abilitazione può avvenire solo attraverso un percorso formativo da 60 crediti, esterno all’iter universitario e a pagamento, con costi che variano dai 1.500 ai 3.000 euro. Il tutto senza tener conto delle spese che gli insegnanti alle prime armi sono costretti a sostenere per poter frequentare il corso, perché le uniche due università nell’Isola in cui il titolo può essere ottenuto sono quelle di Cagliari e Sassari.
Dal 2025, il possesso del titolo di accesso congiunto all’abilitazione è un requisito ordinario di accesso ai concorsi. Così la scuola diventa appannaggio di un sistema classista che premia solo chi se lo può permettere. Oltre ciò, il percorso abilitante non sempre si rivela lineare per tutti. C. ci racconta che avendo già lavorato diversi anni come precaria avrebbe potuto accedere al percorso semplificato da 30 crediti, il quale non prevede il tirocinio diretto a scuola per chi ha già maturato esperienze di insegnamento. Nel suo caso non è stato però possibile usufruirne perché la sua esperienza lavorativa era maturata su classi di concorso diverse da quella per cui voleva conseguire l’abilitazione, per cui è stata costretta ad affrontarlo per intero, compreso il tirocinio in classe.
Poi ci sono le graduatorie. I docenti precari e i laureati per poter insegnare possono inserirsi ogni due anni nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS), utilizzate per attribuire sostituzioni fino al 30 giugno e al 31 agosto, e nelle corrispondenti Graduatorie d’Istituto (GI), utilizzate invece per le supplenze brevi. Alla prima fascia delle GPS si accede con l’abilitazione o la specializzazione nel sostegno, mentre per la seconda fascia occorre la laurea specifica per la classe di concorso d’interesse. In alternativa, spesso anche senza i titoli richiesti, si può accedere agli interpelli (le vecchie MAD), a cui le scuole, in assenza di personale, attingono una volta esaurite le GI e le GPS. A grandi linee, il sistema è questo.
Questioni di riconoscenza
La realtà però, è un personale che si fa politico. V., 51 anni, è entrata di ruolo quest’anno a Cagliari come personale educativo nei convitti da una graduatoria di concorso del 2001. La prima chiamata è arrivata qualche anno fa per Sassari, ma vivendo in un piccolo paese dell’Ogliastra e avendo i figli piccoli è stata costretta a rinunciare. Nel frattempo si è laureata, ha conseguito un dottorato in Storia, ha vinto una borsa di ricerca e ha iniziato a lavorare con delle supplenze annuali, insegnando storia e filosofia. Sebbene sia poi riuscita a conseguire l’abilitazione, non superando la prova orale del concorso non ha potuto ottenere la cattedra per la sua classe di concorso.
«Mi dispiace molto che tutte le competenze acquisite negli anni non vengano riconosciute come dovrebbero - ci spiega - il continuo cambiamento delle modalità di accesso alle graduatorie, ai concorsi, e dei punteggi assegnati ai titoli fanno vivere la precarietà con molta sofferenza». A questo si aggiunge che ai docenti principianti nessuno insegna come insegnare. Così, tutti i titoli accumulati negli anni vengono meno quando devi rapportarti a una classe di persone reali.
F. non ha ricordi positivi della sua prima esperienza lavorativa, lamenta un mancato sostegno e un’inesistente preparazione al mestiere. «Sono stata catapultata in una classe senza sapere come avrei dovuto fare lezione, approcciarmi ai ragazzi e interagire con gli altri colleghi presenti in aula», racconta. Da allora ha scelto di rifiutare ogni chiamata per la sua classe di concorso e di dedicarsi solamente al sostegno. «Gestire un’intera classe è un’enorme responsabilità e il nostro stipendio non è assolutamente equo né rispetto ad esse né rispetto al carico di lavoro richiesto».
Uno dei settori che maggiormente soffre la precarietà è però - ahinoi - proprio quello del sostegno. Francesca Palmas, responsabile Scuola e Centro studi di ABC Italia e Sardegna, parla di una percentuale di non specializzazione tra gli insegnanti che va dal 27 al 30%, numero direttamente proporzionale alla precarizzazione. Palmas chiama alla responsabilità i sindacati lamentando una mancata pressione rispetto alle organizzazioni che tutelano i ragazzi con disabilità, chiedendo inoltre una formazione obbligatoria sia per i docenti di sostegno che per quelli curriculari.
Attualmente, di fatto, viene immesso nel sostegno anche chi non ha una specializzazione: si pesca dalle graduatorie secondarie chi si mette a disposizione e così - spiega - ci ritroviamo insegnanti di sostegno non qualificati, persone con il solo diploma o che non riescono a entrare di ruolo nella loro specifica disciplina. Tendenza dominante è infatti quella di usare il sostegno come scorciatoia per arrivare alla cattedra, poiché maturati 5 anni di servizio si arriva al ruolo senza dover passare per i concorsi. «Il punto non è demonizzare gli insegnanti, che hanno tutto il diritto a essere riconosciuti - afferma Palmas - però c’è un vizio di forma a cui si deve rimediare, che si riflette poi sugli alunni con disabilità, i cui diritti valgono meno di quelli del lavoratore».
Sebbene con l’introduzione di un nuovo modello di PEI (Piano Educativo Individualizzato) molte cose stiano migliorando, l’intervento non basta a colmare il buco nel sistema. Così, al danno di un sistema che esclude e trasforma l’accesso alla professione in un privilegio invece che in un merito, si aggiunge la beffa di un meccanismo che spinge ad aggirare gli ostacoli senza avere un occhio di riguardo nei confronti degli studenti, gli ultimi a rimetterci. Che chic no?
di Michela Loddo




