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Cultura

Non chi ha sbagliato ma perché la parola "subcultura" brucia

Una call lanciata da Vogue Italia e PhotoVogue volta a raccontare "realtà locali e regionali, modi di vivere e di essere fuori dal mainstream ma profondamente radicati nel tessuto culturale del Paese", ha suscitato un dibattito che nell'ultima settimana ha animato l'Isola attorno al concetto di "subcultura". Nella polarizzazione che spesso guida in maniera unidirezionale verso la ricerca del torto o della ragione, l'occasione può invece essere quella di una riflessione che a partire dai termini che hanno fatto la vicenda (e il reale), guardi alla realtà culturale isolana e a come la sensibilità sarda sia memoria vivente di un rapporto storico asimmetrico.

Filippo Fròsini Piras
Filippo Fròsini PirasCorrispondente
12 MAG 2026
6 min
Immagine estrapolata dall'open call di Vogue Italia e PhotoVogue

Immagine estrapolata dall'open call di Vogue Italia e PhotoVogue

Il 29 aprile scorso, Vogue Italia e PhotoVogue hanno dato il via a una open call intitolata Subcultures in Italy. L’iniziativa, nella sua impostazione, non aveva nulla di provocatorio: si trattava di invitare fotografi e videomaker a raccontare quelle realtà locali e regionali che vivono lontane dai riflettori del mainstream, pur restando saldamente radicate nel tessuto sociale e culturale italiano. A fare da corredo all’annuncio è stato scelto uno scatto dell'artista sardo Gianmarco Porru, tratto dal suo progetto Sweet Fritters Ballad. La fotografia ritrae una figura in abito tradizionale di Desulo con il volto coperto e la gonna sollevata, in una posa che infrange deliberatamente ogni iconografia consueta della tradizione.

Non c’è traccia di cartolina turistica. Eppure, proprio quell’accostamento – l’abito di Desulo e la parola subcultures – ha scatenato un dibattito acceso, destinato a protrarsi per giorni. Chi ha torto? Chi ha ragione? Forse non sono queste le domanda da porsi. Ciò che bisogna chiedersi è piuttosto come una parola tecnicamente neutra possa provocare tanto dolore.

Il significato di un termine frainteso

Procediamo con ordine. Il concetto di subcultura è stato elaborato dalla sociologia per descrivere quei gruppi che sviluppano stili, linguaggi, estetiche e valori in una certa tensione o distacco dalla cultura maggioritaria. In questa accezione, il prefisso sub non equivale a inferiore: indica piuttosto una posizione laterale, talvolta oppositiva, mai un rango inferiore in una scala di dignità culturale. In ambito antropologico, la definizione è ancora più neutra: indica un gruppo culturale che opera all’interno di una comunità più vasta.

Alessia Glaviano, Head di PhotoVogue, ha spiegato come la scelta del termine fosse volutamente contemporanea, avente l’obiettivo di mettere in luce la molteplicità di comunità, pratiche e linguaggi visivi che coesistono in un paese, spesso in dialogo o in resistenza rispetto ai racconti dominanti. Sul piano puramente lessicale, dunque, nessuna offesa. Vogue non intendeva declassare la cultura sarda a prodotto di serie B, anzi: selezionare l’abito di Desulo come apripista di una call internazionale è piuttosto un tentativo di valorizzazione. E allora perché tanto clamore?

Il corpo che non dimentica

Forse, invece del dizionario, per rispondere dovremmo guardare alla storia. La Sardegna non è un’appendice pittoresca dell’Italia, né un borgo tra mare e monti da dépliant. La sua cultura affonda le radici in un passato millenario autonomo. Tuttavia, per secoli, l’Isola è stata raccontata quasi esclusivamente da sguardi esterni: cartoline turistiche, stereotipi comodi o narrazioni esotizzanti. Il termine colonialismo interno qui non è iperbole ma descrizione del rapporto tra lo Stato centrale e l’Isola. Un rapporto fatto di sfruttamento di risorse, di imposizione linguistica e culturale, di sistematica marginalizzazione politica.

Questo non ha ucciso la cultura sarda, anzi: ne ha rafforzato la capacità di resistenza. Ma l’ha anche costretta a vivere in una condizione di profonda asimmetria. Chi parlava sardo a scuola veniva deriso. Chi indossava l'abito tradizionale veniva considerato arretrato. Chi rivendicava autonomia veniva etichettato come estremista. E quando si attraversano generazioni di questi squilibri, si sviluppa una sorta di allerta permanente.

Quello che vale la pena riconoscere con chiarezza, è che l’iniziativa di Vogue nasceva da un intento positivo. Nel bando si parlava di portare alla luce storie e identità poco visibili, di realtà radicate ma fuori dai circuiti del mainstream. Non c’era volontà di gerarchia né tantomeno di offesa. Al tempo stesso però, ciò che bisogna riconoscere è anche che la comunicazione non avviene mai su un terreno neutro. Arriva sempre su un suolo che ha una sua storia. E in questo caso, quel suolo è segnato da secoli di squilibri e rappresentazioni non rispettose, di sguardi provenienti da lontano che hanno spesso deciso come e cosa raccontare.

Non si tratta allora di attribuire responsabilità dirette a Vogue o a chi vi lavora. Piuttosto, di osservare un meccanismo che va oltre questo singolo episodio. Quando una cultura per secoli marginalizzata si sente nominare da una posizione centrale, anche un gesto benevolo può inavvertitamente sfiorare il dolore. La sensibilità sarda, in questo senso, è la memoria vivente di un rapporto storico asimmetrico.

Autonoma per millenni, subalterna per forza

C’è poi un’altra questione, forse la più profonda. La cultura sarda, nella sua essenza storica, non è mai nata come subcultura. Per definizione sociologica, una subcultura esiste sempre in relazione a una cultura dominante. La Sardegna invece possiede una cultura che non è reazione a nessuno: ha lingua, riti, sistemi giuridici propri, architetture uniche, un’estetica e un legame con il territorio che preesistono e sono autonomi rispetto allo Stato italiano. I dati archeologici e genetici lo confermano senza possibilità di smentita: il popolo sardo è uno dei più antichi d’Europa in termini di continuità insediativa, con radici che risalgono al Neolitico.

Ma la storia non è fatta solo di essenze pure. È fatta anche di rapporti di forza, e da quando la Sardegna è stata incorporata nel dominio italiano, che lo si accetti o meno, la sua cultura è stata presa e infilata a forza in un alveo più grande, sradicata. Non per scelta, ma per imposizione coloniale, linguistica, scolastica, amministrativa e mediatica. Da quel momento, una cultura millenaria e autonoma è stata obbligata a convivere con un sistema che la voleva minore, folklorica e soprattutto, silenziosa.

In questo contesto, il termine subcultura diventa paradossalmente una descrizione realistica della sua posizione: una cultura che oggi è in tensione (volente o nolente) con quella italiana, perché è stata messa ai margini. No, non si tratta di accettare questa definizione con rassegnazione. Si tratta di riconoscere che la violenza dell’incorporazione ha prodotto proprio questo effetto. Una cultura antichissima ridotta a vivere in una posizione subalterna. E quando oggi qualcuno usa la parola subculture, molte persone sarde non sentono la neutralità del vocabolario, sentono la morsa di secoli di sopraffazione. Anche se chi parla ha tutt’altra intenzione.

Una cultura viva non sta ferma

Alla fine, il vero valore di questa vicenda non sta - come anticipato - nell’assegnare torti o ragioni. Sta piuttosto nel far emergere una questione profonda: il rapporto tra le culture locali e i racconti "nazionali", tra chi ha il potere di nominare e chi viene nominato. E soprattutto, tra ciò che una cultura è nella sua storia millenaria e la posizione subalterna che è stata costretta a occupare.

Il confronto, per essere fecondo, deve trasformarsi in dialogo e non restare un monologo. Questo significa riconoscere che la reazione sarda non è esagerazione, ma difesa legittima. E, allo stesso tempo, riconoscere che le intenzioni di Vogue erano buone. Perché una cultura viva non è quella che non viene mai sfiorata. È quella che, anche quando viene toccata, sa ancora raccontare chi è e come, suo malgrado, sia stata messa all’angolo.

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