Legge regionale 14 settembre 1993, n. 44 - Istituzione della giornata del popolo sardo «Sa Die de sa Sardigna». Non è un modo accattivante per iniziare un pezzo sulla festa nazionale del popolo sardo, me ne rendo conto. Eppure è proprio all’istituzione per legge regionale che vale la pena arrivare, e da lì ripartire per un ragionamento collettivo che ci scomodi, che faccia emergere le nostre contraddizioni.
Se Sa Die non pesat avolotu - se la memoria del 28 aprile 1794 non apre alcun conflitto - rischia di diventare una rinuncia organizzata.
Alla legge che istituì la “giornata del popolo sardo” non si arrivò grazie a una spinta trasversale endogena. Che essa sia stata o meno realmente il risultato della volontà e della determinazione di poche persone, fu il punto di distacco tra le celebrazioni istituzionali e quelle popolari, riflesso dello scollamento tra una parte di società e una parte di mondo culturale. Dal 1993 furono organizzate conferenze, coinvolte per qualche anno le scuole con continuità e svolte rievocazioni storiche, in un complesso di iniziative sulla storia e sulle lingue della Sardegna.
Fu l’innesco di un movimento di massa, di un crescente entusiasmo popolare attorno a Sa Die de sa Sardigna. Si è trattato di un fenomeno non coordinato, che non ebbe il tempo di strutturarsi in modo trasversale. Tuttavia dimostrò, per un certo periodo, il potenziale di irriducibilità ai disegni egemonici del 28 aprile, non tanto e non solo come ricorrenza, quanto come opportunità di riunione collettiva. Perché, dunque, a un certo punto le istituzioni e una parte delle élite intellettuali, dell’accademia e della stampa hanno cominciato non solo a disinteressarsi di Sa Die, ma anche a screditarla come ricorrenza?
C’è qualcosa che la rende una circostanza da cui prendere distanza: a qualche livello rappresenta una minaccia, nonostante sembri non sappiamo esattamente cosa fare, cosa essere dopo aver ricordato. Il fatto stesso che un popolo - concetto che non coincide necessariamente con popolazione - si raduni attorno a qualcosa di simbolico, anche senza organizzare un dispositivo discorsivo, ha di per sé un significato politico profondo. Un segmento della società sarda non si riconosce nell’ordine costituito e si pone in continuità con il popolo che, alla fine del Settecento in Sardegna, seconda solo alla Francia rivoluzionaria, si era ribellato per motivazioni interne e non per intervento dei rivoluzionari francesi.
Oggi, più che in altri momenti della storia, agire insieme come un corpo, un insieme di corpi, può essere una forma significativa di contestazione che attraversa e occupa lo spazio pubblico. A maggior ragione se si tratta di corpi precarizzati, in terra colonizzata, espropriata, occupata militarmente in nome del progresso e della modernizzazione.
Cos’è che “spegne” l’entusiasmo attorno al 28 aprile?
Sembra esserci un inciampo che la rende una soglia difficile da oltrepassare, un ostacolo alla partecipazione alle iniziative meritevoli, come quelle messe in piedi da Assemblea Natzionale Sarda (qui). È un’urgenza non a fuoco, un timore inconscio che la memoria abbia conseguenze concrete. È per questo che accettiamo di mettere da parte il conflitto di cui Sa Die è vettore?
Conflitto dentro la società, interno alle comunità, con lo Stato, con le istituzioni. È legittimo anche non avere un rapporto pacificato con Sa Die de sa Sardigna, avere dubbi sul senso di questa giornata, farsi domande, interrogare la collettività. Il conflitto è visto prevalentemente come negativo, il dissenso è depotenziato, quando non criminalizzato. Così si finisce per abituarsi al senso d’impotenza: la rassegnazione è scambiata per la malattia, ma in realtà è il sintomo della precarizzazione. È un effetto delle varie forme di dominazione che ci opprimono, a causa delle quali, anno dopo anno, troppe persone se ne vanno per mancanza di alternative. Lasciando l’Isola sempre meno presidiata e progressivamente più esposta all’aggressione del capitale.
La nostra è una terra che merita una domanda di giustizia. Prepotente, disubbidiente. Ribelle. La Sardegna è il luogo dove nominarsi, dove farsi presenza e situarsi coscientemente per definirsi un popolo che ancora esiste e resiste. Questo è già, di per sé, un atto politico percepito come qualcosa di fastidioso, da sminuire e negare. Alla luce di questo, è possibile costruire un’atmosfera festosa attorno a Sa Die? La festa può coesistere con la rivendicazione?
Certamente dobbiamo interrogarci sulle contraddizioni che caratterizzano la giornata del popolo sardo e, allo stesso tempo, vigilare su di essa, difendendola da coloro che, per non fuoriuscire dai limiti imposti dalle relazioni con lo stato italiano, si rifiutano pervicacemente - anche solo per un giorno - di rinunciare alla postura tutt’altro che neutra dell’essere sardi-ma-anche italiani ed europei. Dimostrando come la volontà popolare possa essere cooptata, orchestrata e veicolata da chi detiene il potere, attraverso una copertura mediatica altrettanto ben organizzata. Così quella volontà viene svuotata e ridotta a mera strategia di autolegittimazione e di mantenimento dei rapporti di subalternità.
Forse, prima o poi, smetteremo di scusarci per la nostra unicità e decideremo di abbandonare la necessità fasulla di essere sardi speciali, italiani speciali, per dare voce, corpo e concretezza all’urgenza della liberazione. Nel frattempo: che lotte ci rimangono? Quali rivoluzioni? Cosa vogliamo fare, chi vogliamo essere, dopo aver ricordato?



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