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Storie, parole e tavole tra Sardegna e Tunisia

In un presente in cui l'Occidente spesso semplifica il mondo arabo guardando ai ponti come muri d'acqua, la cultura diventa resistenza. La connessione però esiste, e va oltre le tensioni. Basta sedersi a tavola trasformando i sapori in sguardo consapevole per osservare le mappe per ciò che sono sempre state: rotte di passaggio.

Paola Pilisio
Paola PilisioAutrice
19 OTT 2026
9 min
Foto di Paola Pilisio

Foto di Paola Pilisio

In linea d'aria, la costa meridionale della Sardegna dista dalle sponde della Tunisia - tra Bizerte e la punta di Capo Bon - poco più di cento miglia nautiche. Meno di 250 km di mare. Che l'isola sia geograficamente e cromaticamente più vicina al Nord Africa che al continente europeo non è una rivelazione, ma una verità fisica sotto gli occhi di chiunque guardi una carta geografica. E una contiguità del genere non poteva non lasciare tracce profonde: la restituzione di una mappa reale, scritta nei nomi dei luoghi, nelle storie e naturalmente nelle tavole.

Pensiamo ad Arbatax: c'è una disputa linguistica bellissima attorno all'origine del suo nome. C'è chi lo fa risalire all'arabo Arba'at 'ashar (أربعة عشرة‎) - quattordici -, come la quattordicesima torre o fermata lungo le antiche rotte di navigazione che disegnavano il perimetro dell'isola; e c’è chi pensa al latino arbutus, il corbezzolo. A noi, che amiamo guardare il mare senza pretese accademiche, piace pensare che sia andata proprio così: una tappa numerata su una mappa liquida condivisa.

E il dubbio non si ferma all'Ogliastra. Diversi studiosi si sono interrogati su altri toponimi dell'isola, come Assemini, ipotizzando derivazioni che riportano alla stessa grammatica: dall'arabo ṯāmin – ottavo -, proseguendo l'antica numerazione delle tappe lungo le vie d'acqua e di terra.

D'altronde, al di là degli indizi di un paesaggio linguistico condiviso, c'è una storia inoppugnabile che incarna questa contiguità: quella dei tabarchini di Carloforte e Calasetta. Pescatori e marinai giunti, in qualche modo, dall'isola di Tabarka e che hanno attraversato il mare portando con sé memorie, lingua e, soprattutto, il cascà - la semola lavorata a mano, sorella del cuscus nordafricano. La prova di un nomadismo circolare, che si è insinuato nel parlato locale con vocaboli feriali: dalla facussa per il cetriolo allungato (da faqqūs) alla batanéa per la coperta (da baṭṭāniyya). Dimostrazione che né le parole né gli ingredienti chiedevano il permesso per passare.

Non confini ma legami

Eravamo così connessi che la navigazione non era un'impresa eccezionale, ma la routine della posta e dei viaggiatori: basti pensare al piroscafo Furia della compagnia Rubattino, che nell'Ottocento faceva regolarmente la spola tra Cagliari e il porto di Tunisi, La Goulette. C'era un servizio postale, un flusso costante di persone, merci e idee che attraversava il mare ogni settimana. Un tessuto che oggi è stato smantellato per far posto alla retorica delle sponde estranee.

E c'è un filo straordinario che lega l'isola di San Pietro al cuore del potere tunisino. Nel 1798, la tredicenne carlofortina Francesca Rosso fu rapita e fatta schiava dai corsari e infine condotta a Tunisi. Diventata consorte del Bey con il nome di Lālla Ǧannāt, diede alla luce Aḥmad Bey, il sovrano che nel 1846 avrebbe reso la Tunisia il primo paese arabo ad abolire la schiavitù. A guidare ed ispirare le riforme di quel sovrano illuminato c'era proprio la madre sarda, consigliera ascoltata, Francesca Rosso.

Negli stessi anni, un altro bambino sardo catturato dai corsari nel 1810, poi chiamato Ismāʿīl, iniziava nel Palazzo del Bardo una scalata sociale pazzesca. Diventato l'uomo di fiducia del Bey per la sua incorruttibile onestà, gestì i silos di grano dello Stato e le foreste d'ulivo del Paese, fino a diventare Generale di Brigata e farsi costruire nella medina il palazzo Dār Qāʾid al-Sabsī. Da quel bambino sardo rapito a dieci anni discende direttamente Béji Caid Essebsi, il quinto Presidente della Tunisia contemporanea.

Non si tratta di curiosità folkloristiche, ma prove storiche che tra Sardegna e Tunisia c’era un legame che varcava i confini di oggi. Anche sul piano politico. C'è stato un tempo in cui Cagliari non si percepiva come la periferia di un'Europa distratta, ma come un centro d'ascolto e di solidarietà mediterranea. Come ricordano gli arabisti Angela Daiana Langone e Giuliano Mion nel recente saggio Gli arabi e la Sardegna (UNICApress, 2025), tra il 1880 e il 1881 proprio nel capoluogo sardo si stampava al-Mustaqill (L'Indipendente), l’unico giornale in lingua araba pubblicato in Italia.

Per oltre un anno, un intreccio di intellettuali, ex garibaldini e imprenditori sardi sostenne da Cagliari le ragioni dell'indipendenza tunisina contro le mire coloniali della Francia. Non era beneficenza, ma la testimonianza di una Sardegna che si sentiva politicamente e geograficamente legata alla vicinissima sponda sud.

Stare al mondo con cura

Eppure, in Occidente ci ostiniamo a sentire il mondo arabo come qualcosa di lontano o a ridurlo a poche categorie note. Della Tunisia affiora spesso il turismo organizzato o la memoria politica di Hammamet, come se non ci fosse spazio per un passato e un presente che raccontano ben altro. Ma basterebbe attraversarla, questa manciata di miglia, per vedere quella semplificazione cadere subito e restituirci la misura di un paese in cammino.

La Tunisia, vissuta dalle fermentazioni culturali della capitale ai villaggi trogloditici del Dahar, sfiorando le comunità Amazigh e Beduine tra i confini con l'Algeria e la Libia, ti regala un modo per stare nel mondo senza paura e senza scorciatoie.

Non è un museo a cielo aperto e non è una società “post-Ben Ali” da analizzare con le categorie dei salotti europei. La Tunisia contemporanea è molto più viva, complessa e contraddittoria di come viene spesso raccontata: non è ferma nel passato, ma è un presente che con fatica respira, soffre e produce. Non è un “fuori dal tempo” , o forse per certi aspetti lo è, ma è soprattutto un luogo in tensione, dove convivono repressione politica, creatività radicale, desiderio di libertà e forme nuove di resistenza culturale.

Una generazione politicamente disillusa, ma culturalmente lucidissima, che accanto alla piazza produce arte, musica e lingua. Dove il francese pesa ancora come un’eredità coloniale e l'arabo è il luogo vivo in cui scegliere ogni giorno di riconoscersi.

L'Islam qui rivela un'altra densità. Lo si avverte intorno alle piccole e grandi moschee del paese, fino alla Grande Moschea di Qayrawan - uno dei luoghi di culto più antichi e maestosi del mondo islamico, per secoli centro propulsore di sapere, filosofia e giurisprudenza. Camminando in questi spazi si percepisce chiaramente la misura del nostro analfabetismo. Eppure, spogliati dei nostri pregiudizi, ci accorgiamo che il bisogno umano resta esattamente lo stesso: una ricerca di senso, di raccoglimento, di comunità.

E poi ci sono città di mare e di porto come Sfax, che rifiuta di farsi bonificare o di travestirsi per compiacere lo sguardo altrui. È la stessa sensazione che restituiscono città come Marsiglia o Genova: luoghi complessi, a tratti ruvidi, talvolta persino spietati, ma capaci di darti un pugno al cuore e rimanerti dentro per sempre. Città dove la contraddizione e la vita vera convivono senza filtri. In posti come questo capisci che la Tunisia ha una verità profonda, che è la forma più alta e sostenibile di accoglienza.

I sapori di una stratificazione

In questo presente in tensione, la cultura non è intrattenimento: è la prima, fondamentale forma di resistenza. E la cucina ne è la grammatica più immediata. Fregula e bərkūkəs: non si tratta di una coincidenza, ma della medesima tecnica di lavorazione del grano duro, l'arte di sgranare la semola con le dita e di essiccarla. O pensiamo alle fritture di Carnevale: nel Campidano is zippulas vengono comunemente accostate nel parlato alla "frittura araba", rivelando una preparazione, un'alveolatura e una forma a ciambella del tutto sovrapponibile al bambalūni tunisino o alla zlābya.

Perfino nella dolcezza e nelle spezie: il sardo tukkuru o tsukkuru risale direttamente all'arabo sukkar, mentre la presenza dello zafferano delinea un perimetro sensoriale comune. Anche la marineria più profonda dell'isola parla questa lingua: nel mondo delle tonnare sarde, il capo che dirige la mattanza e la vita del mare è l'arráis, un vocabolo derivato direttamente dall'arabo al-ra'īs ("il capo").

Quando poi ci si siede a tavola, la connessione è totale: la cucina del Nord Africa, come la nostra, si fa parlando, assaggiando e correggendo insieme. Le spezie non si misurano in grammi ma in generosità: il tabil, il cumino, il coriandolo, l'harissa che non serve a coprire i sapori ma a svegliare la bocca. Si preparano la slata mechouia con le verdure bruciate sul fuoco, la ojja con la merguez, il brick croccante con l'uovo morbido. E, dopo il fuoco, la macedonia rinfrescante all'acqua di rose.

Ed è attorno a questa tavola e di fronte a questa contiguità che sorge spontanea la domanda: quando e chi ci ha allontanati? Ci hanno allontanati i confini inventati a tavolino, la Chiesa e le narrazioni della fortezza europea e quel bisogno politico di costruire un nemico o un “diverso” appena al di là dell'orizzonte per definire un'identità rigida. Abbiamo trasformato un ponte in un muro d'acqua, dimenticando che le culture non sono perimetri da difendere, ma processi di stratificazione.

Forse il vero inganno sta nell'aver applicato al Mediterraneo l'idea moderna di Stato-nazione, fatta di confini terrestri rigidi e perimetri chiusi: una categoria concettualmente e storicamente inadatta a questo mare. Anziché considerarci cittadini di continenti separati, dovremmo renderci conto di appartenere da sempre a un'unica, enorme rete di città portuali, dove l’acqua unisce, mescola e connette molto più di quanto la terra possa mai dividere.

Ci ha allontanati, soprattutto, quel complesso di superiorità duro a morire: la narrazione dell'Europa come unico baluardo di civiltà e democrazia, spinta a dispensare lezioni d'etica mentre, con cinica ipocrisia, stringe accordi di contenimento dei flussi con i governi autoritari del Nord Africa. Perorare la causa di questo mare non significa idealizzare la realtà né chiudere gli occhi sulle ferite del presente. La Tunisia oggi soffre sotto la cappa di una deriva autoritaria che reprime il dissenso e piega la società civile. Ma è proprio per questo che dobbiamo starle vicini. Non con la condiscendenza di chi guarda dall'alto in basso, ma con la solidarietà politica e umana che si deve a una comunità sorella.

Se c'è una lezione che ci si porta a casa continuando a mescolare i sapori e le storie del Mediterraneo, è che l'identità non è una fortezza e la purezza non esiste. Il bisogno di raccoglimento intorno a una tavola, il bisogno di sentirsi comunità resta lo stesso. Capire che la diversità non è una frattura, ma la continuità stessa della vita: ci permette di stare nel mondo senza paura e di vedere chi sta dall’altra parte del mare non come un estraneo, ma come parte di un’identità condivisa e in continua evoluzione.

Luoghi come Sfax, i villaggi del Dahar o i quartieri di Tunisi dimostrano come una comunità possa restare vitale proprio perché rimane viscerale, imperfetta, reale. Un invito ad andare, per chi può. E per chi rimane, l'occasione di guardare finalmente le mappe per quello che sono sempre state: rotte di passaggio, non muri da fortificare.

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