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Abbarìfestival, il talk con Murubutu tra giovani, cultura e utopia

Tra scuola, musica e politica, con Murubutu si è discusso della necessità di trovare nuovi strumenti per affrontare la complessità del presente e immaginare il futuro.

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Redazione Corrispondente
3 SET 2026
7 min
Foto di Francesca Burrani

Foto di Francesca Burrani

Al termine del talk, parte del pubblico si avvicina timidamente a Murubutu. Chi chiede una fotografia, chi un autografo. Lo ringraziano per le canzoni, per il supporto trovato nella sua musica. Quest’ultima scena sembra riassumere il senso dell’incontro: la relazione che si instaura fra artista e pubblico, una volta spente le luci del palco.

È sulla spiaggia della Torre di Bari Sardo che il 18 agosto si è svolto il talk con Murubutu, ospite dell’Abbarìfestival. L’incontro, moderato da Giovanni Egidio, giornalista di Repubblica, ha intrecciato scuola, musica, filosofia, informazione e politica, partendo proprio dal rapporto dell’artista con le nuove generazioni.

Alessio Mariani, in arte Murubutu, è rapper e insegnante di filosofia al liceo Matilde di Canossa di Reggio Emilia. La sua produzione musicale nasce dall'intersezione tra rap, letteratura, storia e filosofia: nei suoi brani la narrazione diventa uno strumento per raccontare personaggi, vicende e temi storici e sociali. Parallelamente, il lavoro a scuola lo mette quotidianamente a contatto con adolescenti, linguaggi e trasformazioni generazionali. Due esperienze che, nel suo caso, non procedono su binari separati, ma finiscono per alimentarsi reciprocamente.

«Io invecchio, mentre le mie studentesse e i miei studenti hanno sempre la stessa età», dice sorridendo. Una battuta che una rimanda a una domanda più ampia: che cosa significa, oggi, essere giovani?

Dati, trasformazioni sociali e cronache restituiscono l’immagine di una generazione fortemente connessa, ma allo stesso tempo esposta a nuove forme di vulnerabilità. Secondo l’ultima indagine Istat Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi, realizzata nel 2023 e pubblicata nell’aprile 2026, tra gli 11 e i 19 anni soltanto il 41,3% guarda al futuro con curiosità e fiducia, mentre il 17% preferisce non pensarci. E se il 72,6% incontra gli amici almeno una volta alla settimana, il 68,5% dichiara di aver subito almeno un comportamento offensivo o violento, online o offline.

Numeri che tracciano un quadro complesso e spingono a domandarsi: quali strumenti stiamo offrendo alle nuove generazioni per interpretare il presente, orientarsi nella complessità e immaginare ciò che ancora non esiste?

 

Dalla spiaggia al confronto

 

Il sole sta tramontando, il vento porta l’odore del mare, i piedi affondano nella sabbia fresca e l’antica torre spagnola svetta bianca alle spalle degli spettatori. Le sedie sono posizionate davanti al palco, ma non manca chi siede sugli asciugamani. È una cornice informale, coerente con la vocazione dell’Abbarìfestival: portare il confronto culturale fuori dai luoghi tradizionali e farlo incontrare con il territorio.

A rompere la distanza tra palco e pubblico contribuisce anche la struttura del talk. Prima di lasciare la parola ai presenti, Giovanni Egidio chiede a Murubutu quale sia stato il momento più significativo della sua carriera da insegnante e quale di quella da rapper.

«Come insegnante ci sono tanti momenti importanti, ma quelli più soddisfacenti sono senz’altro quelli in cui sono riuscito a convincere studenti e studentesse a non abbandonare gli studi». Come rapper, invece, «la maggiore soddisfazione è stata esibirmi davanti a Francesco Guccini, che per me rappresenta un punto di riferimento importante».

Il pubblico è intergenerazionale e partecipe. Intervengono non solo adulti e insegnanti, che grazie ai brani di Murubutu sono riusciti a coinvolgere i propri studenti, ma soprattutto ragazze e ragazzi, interessati al rapporto tra musica, scuola, cultura e società.

Tra le loro domande, una cerca di far emergere il lato personale dell’artista: «Hai parlato di te come rapper e come insegnante, ma dove si colloca Alessio Mariani in tutto ciò?».

Murubutu ammette: «Effettivamente faccio fatica a parlare della mia vita, anche se penso che tramite le canzoni in qualche modo emerga sempre una componente biografica, seppur non direttamente».

 

Quando vengono meno i riferimenti

 

Il confronto si sposta così dalla biografia dell’artista a una questione più ampia: quali riferimenti vengono offerti oggi alle e ai giovani per orientarsi?

Le appartenenze politiche tradizionali si sono indebolite e le ideologie del Novecento non costituiscono più, per molte generazioni, un sistema di riferimento facilmente riconoscibile. Il bisogno di identità e appartenenza, però, non scompare.

In questo vuoto Murubutu legge alcune delle dinamiche che attraversano il mondo giovanile. «Manca una costellazione valoriale», osserva. «Non un sistema di principi sacro e intoccabile, ma il nulla rende difficile orientarsi». Da qui l’idea di un «orientamento debole», che non sia assertivo né impositivo, ma proponga il confronto e una pluralità di prospettive.

La questione riguarda anche la capacità della politica di trasformare i valori in azioni concrete. «La difficoltà in questo periodo è dimostrare, nel nostro piccolo, come la sensibilità verso gli ultimi, verso le minoranze e verso i soprusi deve essere qualcosa che non diventi la banalità del male», spiega Murubutu.

«Bisogna dare degli strumenti, delle vie per interpretare questo mondo con una prospettiva diversa». Strumenti che, secondo il rapper, devono tradursi in «proposte di legge, manifestazioni e pratiche politiche e sociali».

Sul genocidio a Gaza, Murubutu osserva che «le nuove generazioni hanno dimostrato grande sensibilità per la questione», riconoscendo anche il ruolo di una «campagna massmediale importante». Ma la comunicazione da sola non basta a spiegare le diverse reazioni alle questioni del presente.

«Credo che l’essere umano, per quanto sia saturo e desensibilizzato rispetto alle criticità del mondo contemporaneo, abbia una soglia che non può essere oltrepassata. La sinistra, secondo me, deve intercettare questa soglia».

 

Dalla perdita dell’ideologia alla ricerca dell’utopia

 

Guerre, crisi ambientali, precarietà economica, trasformazioni tecnologiche e una continua esposizione a notizie e immagini possono rendere il futuro più temibile che desiderabile. Diventa allora necessario sviluppare la capacità di pensare alternative possibili e individuare strumenti per mettere in discussione la realtà.

«L’idea di una rivoluzione marxista, ad esempio», osserva Murubutu, «ora diventa utopistica e autoreferenziale»: non è possibile semplicemente riproporre modelli politici appartenenti a un’altra epoca. Occorre costruire nuove prospettive.

«Anche la perdita di figure di riferimento, da Berlinguer in poi, può essere letta come parte della difficoltà della sinistra attuale a costruire un immaginario condiviso».

Il rapper mette in guardia anche dalla ricerca di una formula eccessivamente «pop» nella comunicazione e nell’insegnamento: «rischia di far perdere la dignità della proposta». La cultura può cercare nuovi linguaggi senza rinunciare alla complessità.

In quest’ottica, l’utopia non è una fuga dalla realtà, ma la capacità di immaginarne una diversa. Leggere criticamente il presente significa anche riconoscere che non è l’unico presente possibile.

 

Orientarsi

 

Il ruolo dell’educazione torna così centrale. «Non basta parlare semplicisticamente di giovani: è necessario partire dalle loro riflessioni», sottolinea Murubutu, incontrandoli nei loro linguaggi e riconoscendo le domande che portano con sé.

Tra questi linguaggi ci sono inevitabilmente i social network. Il rapper e insegnante sottolinea la necessità di dedicare anche tempo scolastico all’educazione ai social: non perché siano per forza positivi o negativi, ma perché fanno ormai parte della quotidianità e degli ambienti nei quali ragazze e ragazzi costruiscono relazioni, identità e opinioni.

È dunque fondamentale fornire strumenti per leggere le informazioni, riconoscere la manipolazione, comprendere il funzionamento degli algoritmi e distinguere tra comunicazione e propaganda.

Se le nuove generazioni hanno bisogno di riferimenti, non è detto che vogliano risposte già confezionate e dettate con fare paternalistico. Potrebbe essere più utile fornire loro gli strumenti per costruire le proprie domande e sostenere il peso della complessità senza rifugiarsi nelle risposte facili.

Il compito riguarda la scuola, ma non solo. Riguarda la cultura, l’informazione, la politica e la capacità di offrire a ragazze e ragazzi un presente da abitare, ma anche un futuro da poter desiderare.

Più che una direzione, si potrebbe consegnare loro una bussola per orientarsi. Un «orientamento debole», per riprendere le parole di Murubutu, capace di lasciare spazio al dubbio senza trasformarlo in smarrimento e all’utopia senza confonderla con l’illusione.

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