Ken Loach ha compiuto 90 anni il 17 giugno. Ha vinto due volte la Palma d’oro a Cannes, con Il vento che accarezza l’erba nel 2006 e con Io, Daniel Blake nel 2016. Fa cinema da sessant’anni. Amatissimo da una schiera di pubblico non larga ma fedele e disposta a credere nel domani.
E qui non ci interessa definirlo come regista politico. Chi lo conosce sa già che è questo. Non ci interessa nemmeno studiare la sua tecnica. Qui ci interessa capire in che modo Ken Loach usa la macchina da presa per mirare al cuore del fascismo. Ebbene, il suo modo è: stare risolutamente dalla parte degli ultimi, di chi resiste, di chi lotta per la libertà.
Il mondo dei deboli: donne, bambini, ragazzi
Basta guardare alle sue opere. Famiglie in cerca di una casa, si parla del problema dei senza tetto: Cathy Come Home (1966). Donne, seguite con occhi amorevoli, senza retorica. Donne indomite, letteralmente incapaci di farsi piegare dalle avversità. Donne sole, che crescono un figlio tra prostituzione e uomini violenti: Poor Cow (1967). Donne cui i figli vengono strappati dai servizi sociali: Ladybird Ladybird (1994). Ma anche donne che, per emergere dai bassifondi della società, si trasformano in spietate sfruttatrici dei lavoratori: l’esperienza fallimentare, che non paga, di In questo mondo libero (2007).
Bambini troppo piccoli per difendersi, ragazzi abbastanza grandi per imparare a farlo. Kes (1970), un piccoletto dello Yorkshire maltrattato che trova un’occasione di pace e riscatto nell’amicizia con un gheppio. E, oltre trent’anni dopo, Sweet Sixteen (2002), storia di un adolescente che aspetta l’uscita della madre dalla prigione per festeggiare insieme il sedicesimo compleanno.
I lavoratori che non si arrendono, l’uomo comune che si barcamena
I lavoratori, ripresi nell’infinita scala di grigi dei salari che scendono, delle fabbriche che chiudono, dei sindacati che si arrendono. E loro, invece, che non si arrendono mai. Riff Raff (1991), il cantiere edile dopo le sconfitte sindacali degli anni Ottanta. Paul, Mick e gli altri (2001): cosa accade agli operai del settore ferroviario britannico quando i loro diritti vengono cancellati. Bread and Roses (2000), cronaca del riscatto di un gruppo di immigrati negli Stati Uniti, clandestini e lavoratori sfruttati che si ribellano.
Qui stanno anche i lavori realizzati da Loach e mai visti o visti solo con grande ritardo. Come i documentari che la rete televisiva Channel 4 gli commissionò nel 1982 sul sindacato inglese e le politiche del lavoro della Thatcher: ebbero una diffusione limitata e una vita travagliatissima. O come il documentario Which Side Are You On (1985), sullo sciopero dei minatori britannici e censurato dalle emittenti.
Poi c’è l’uomo comune che si barcamena, tirando avanti come può. Piovono pietre (1993): il protagonista fa debiti per dare alla figlia il vestito che merita nel giorno della prima comunione. L’alcolista di My Name Is Joe (1998), coinvolto per disperazione in un traffico di droga. Io, Daniel Blake (2016), storia di un uomo che combatte con il sistema sanitario britannico e assaggia l’indifferenza dello Stato. E Il mio amico Eric (2009): un postino supera le difficoltà della vita e rimette insieme i pezzi della sua famiglia grazie alla vicinanza degli altri postini.
L’individuo alle prese con la storia
L’uomo nella storia. Che è più grande di lui eppure va abitata, orientata. Perché se non lo fa l’uomo buono, l’uomo giusto, a orientare la storia sarà il potere, l’autorità, l’oppressore. Così abbiamo L’agenda nascosta (1990), che racconta il terrorismo di Stato britannico nel conflitto nordirlandese e procura a Loach l’accusa di propagandista dell’IRA e di tradimento della causa inglese.
Terra e libertà (1995), l’appassionata e dolorosa rievocazione degli scontri interni al fronte repubblicano durante la Guerra di Spagna. La canzone di Carla (1996), storia di una donna che ha perso il suo uomo nella guerra civile nicaraguense. Il vento che accarezza l’erba (2005), immersione nelle lotte per l’indipendenza dell’Irlanda da Londra, tra anni Dieci e Venti del Novecento. E ancora Jimmy’s Hall (2014), storia di un uomo che, nell’Irlanda prima della guerra civile e poi dell’indipendenza, si trasforma in un leader della comunità grazie alla sua sala da ballo. The Old Oak (2023) chiude: è il difficile ambientamento in Inghilterra dei profughi in fuga dalla guerra civile siriana.
Regole di cinema: come si guarda al mondo degli emarginati
È un elenco noioso e scolastico? No, è lo specchio delle idee e del lavoro di un artista coerente. Un artista militante, che travasa nelle sue opere il credo politico che lo brucia. Non a caso, Loach è stato per decenni iscritto al Partito laburista e poi membro di diverse associazioni anti-capitaliste e della sinistra radicale. È un elenco da cui si capisce facilmente che, degli ultimi, Ken Loach racconta la vita quotidiana. Nessun eroismo, se non quello di affrontare le avversità dell’esistenza, senza abbassare lo sguardo. E superarle, quando possibile.
In un contesto sociale messo in scena senza finzioni. Niente abbellimenti scenografici, solo strada e interni, domestici e non domestici, in luce naturale, con estremo realismo. Così come sono. E realismo anche nella lingua e nel parlato. Chi ha un accento regionale tiene l’accento, chi si mangia le parole continua a mangiarsele, chi farfuglia non smette di farfugliare.
Tutto ciò perché proprio dalla strada sono spesso presi i protagonisti. Le storie autentiche hanno bisogno e si valorizzano con interpreti autentici. Quasi mai nomi noti del cinema, mai star e superstar. A mostrarsi e a parlare sono le facce e le voci della gente comune. E non ci sono storie complicate. Non servono intrecci indecifrabili per tenere viva l’attenzione di chi guarda. Perché ogni storia è unica e questo basta a renderla interessante.
Contro il fascismo per sconfiggere il fascismo
Dicevamo: Ken Loach sta dalla parte degli ultimi. E gli ultimi sono le vittime usuali, preferite e indifese del fascismo. Per questo stare dalla loro parte sempre, ogni volta, imperterriti, lungo interminabili decenni, anche quando non è di moda, anche quando nel lavoro sporco alla destra si unisce la sinistra, significa mirare al cuore del fascismo.
Però sconfiggere il fascismo è un’altra questione. Come si fa? Il sistema che ti schiaccia perde quando ha contro la massa degli ultimi. È la rabbia a innescare il conflitto, l’unità a sostenerlo, la cooperazione a dargli superiorità morale. Gli ultimi vincono perché sono incazzati, perché stanno assieme e non si lasciano dividere. Soprattutto, vincono perché la loro causa è la giusta causa.
Poi: i film di Ken Loach sono pieni di speranza. Una speranza e un amore per l’uomo che irritano molti critici di mestiere. Li scambiano per ingenuità. Sbagliano. I film di Ken Loach, anche quando inscenano le storie più cupe, sono colmi di ottimismo. Perché il fascismo si batte intrecciando relazioni d’amore e solidarietà, di scambio reciproco, di dono, che aprono al futuro. Non ci sono chiusure. C’è solo la promessa di un domani migliore. La promessa di abbattere il sistema che ci strappa, ogni giorno, mente e corpo banchettandone per i suoi fini.
È sempre così, nei suoi film. Anche quando la storia finisce male. L’insegnamento per il pubblico, per noi, è uguale, che ci sia o non ci sia il lieto fine. Commovetevi a questa storia, dice Ken Loach. Sentitevi pieni dello stesso orgoglio dei miei personaggi. E non mollate. Combattete assieme e sentitevi responsabili. Tutti voi, ognuno di voi, è responsabile della vita di chi gli sta accanto. Non dimenticatelo.
Non dimentichiamolo.
In calce
Lui l’ha detto, a proposito della storia che poi ha generato Io, Daniel Blake. Una vicenda raccolta da Loach passando ore e ore al banco alimentare, a discutere con la gente che arriva a prendere il sacchetto, soprattutto ad ascoltarla.
«Avevamo la sensazione di aver trovato una storia importante, perché storie come questa non vengono raccontate all’opinione pubblica. Eppure centinaia di migliaia di persone vivono così. E nessuno può fare a meno di esserne colpito. Noi avevamo la sensazione di avere una storia perché grazie al cinema, che è un mezzo potente, siamo connessi con le persone».
Il cinema è un mezzo potente. L’arte è un mezzo potente. E se la destra e la sinistra se la prendono con questo cinema e quest’arte, vuole dire che il loro autore è dalla parte giusta della Storia.



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