L'orbace non si guarda. Si fiuta. Ha un odore di pecora e di cenere, di sudore asciutto e di camino spento. Chi lo ha indossato davvero, non per la foto o per la sfilata, sa che il primo contatto con le dita è ruvido, quasi ostile. La lana non si arrende e non si lascia piegare. È un tessuto che resiste al corpo più di quanto il corpo resista a lui. Non è bello nel senso comune. Non luccica, non cade morbido né avvolge con grazia. Eppure, per secoli, è stato il tessuto più importante della Sardegna. Un tessuto che ha accompagnato l'isola dalla culla alla tomba.
Il suo paradosso
Nell'abito tradizionale, l'orbace ha ruoli precisi e inconfondibili. Per gli uomini, è il tessuto del gonnellino, sas ràgas, che si indossa sopra i calzoni bianchi di tela. È il tessuto delle ghette (sas cartzas) che avvolgono il polpaccio e la scarpa, e del cappotto pesante (su gabbànu) che protegge dal freddo e dalla pioggia. È il tessuto di sa berrìtta, il copricapo a sacco che si porta piegato sul capo o lasciato cadere sulla spalla. Per le donne, l'orbace è la gonna (sa gorési o sa fardetta) che si indossa plissettata, con la balza di panno rosso o di velluto, e che si tramanda di madre in figlia. A Tonara la gonna viene chiamata abratzeddu da abratze, ossia orbace, rinforzando la connessione tra il tessuto e l’indumento.
L’orbace fascia il corpo nei giorni di festa e in quelli di lutto, accompagna le spose e le vedove. L'orbace non è un tessuto tra gli altri. C'è un paradosso in questo panno. Da una stoffa che nasce ruvida e quasi ostile, i sardi hanno saputo ricavare abiti di una complessità modellistica che lascia senza fiato. Sas ràgas non è un semplice pezzo di stoffa arricciato in vita. È un capo studiato: fittamente pieghettato, con una struttura a campana che si allarga sui fianchi, due tasche laterali a fessura messe in evidenza da guarnizioni di panno rosso o velluto nero, e una sottile striscia di tessuto che unisce la parte anteriore a quella posteriore, passando sotto il cavallo. Una geometria del corpo che la moda, oggi, fatica a riprodurre.
La gonna è plissettata in vita con una tecnica, s'assaittonzu, che vede la creazione a mano delle pieghe, una a una, poi fissate con acqua bollente e pressione, in modo che durino per sempre, senza bisogno di stiratura. La balza inferiore, spesso in panno rosso o velluto, è alta fino a quaranta centimetri e richiede una precisione sartoriale che non ha nulla da invidiare all'alta moda. Gli spacchi laterali delle tasche sono rifiniti con ricami e tessuti in tinta, una soluzione pratica che diventa, nelle mani delle sarte, un elemento decorativo.
Storia ruvida
Questi abiti non erano semplici. Erano complessi, pensati, cesellati. La povertà del materiale non ha mai significato povertà di progetto. Poi nell'Ottocento, con la rivoluzione industriale, sbarcano sull’Isola tessuti più economici - il cotone, il panno, il fustagno - e l'orbace comincia a sembrare un reperto. Chi può permetterselo lo abbandona, restando a chi non ha altra scelta. Proprio quando sembrava destinato a scomparire, viene riscoperto. Negli anni Trenta, il governo di Mussolini lo adotta come tessuto simbolo dell'autarchia, la politica di autosufficienza che doveva liberare l'Italia dalle importazioni straniere. L'orbace diventa la divisa delle Camicie Nere. Un tessuto che era stato dei pastori e dei contadini - dei poveri, degli esclusi - viene ora indossato da chi detiene il potere. Si ritrova cucito addosso a un'idea di nazione e di disciplina.
Il potere non crea mai dal nulla: prende ciò che è già lì e lo riveste di un'altra storia. L'orbace, però, è anche una questione filosofica. È il luogo in cui si incrociano la materialità più grezza e il senso più profondo. Nel 1550 Sigismondo Arquer scrive che i sardi “vivunt in diem vilissimoque vestuntur panno” - un panno vile, di poco conto. Eppure, quel tessuto disprezzato è diventato il centro di un sistema culturale ricchissimo. Forse perché l'orbace non è mai stato soltanto un tessuto: è un atto di resistenza e di sopravvivenza. La sua ruvidezza non è un difetto, ma una scelta. Il corpo che lo indossa sa di essere protetto, avvolto da una seconda pelle che non si strappa.
L'orbace non cerca di apparire, ma dura e racconta. E come tutti i linguaggi che non si imparano sui banchi di scuola, è una parola che si può perdere facilmente, quando le mani si fermano e i corpi smettono di indossarlo. Questo è forse il punto più dolente della sua scomparsa. Non stiamo perdendo solo un tessuto, ma un modo in cui il rapporto tra il corpo e ciò che lo copriva non era di consumo ma di coesistenza. L'orbace è un tessuto che diventa parte di chi lo porta, che si consuma con lui, che si adatta ai suoi movimenti, registra il suo sudore e la sua fatica. Se oggi gli oggetti sono sempre più temporanei, l'orbace rappresenta l'opposto.
Ogni cultura costruisce il proprio rapporto con i materiali e quel rapporto è sempre anche un rapporto con il senso. I sardi hanno scelto l'orbace non solo perché era disponibile, ma perché era il tessuto giusto per la loro vita. È il paradosso dell'orbace: un tessuto nato dalla povertà che è diventato il simbolo più autentico di una cultura. Non malgrado la sua ruvidezza, ma grazie a essa. È per questo, forse, che l'orbace ci manca. O forse ci manca quello che rappresentava: un modo di stare al mondo in cui le cose non si comprano e si gettano, ma si fanno e si tengono. Un rapporto in cui la bellezza non è solo ornamento, ma una traccia lasciata dal lavoro.




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