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Abitare la Terra. Sulle tracce di Bachisio Bandinu tra ecologia, comunità e legame con il territorio

Cosa può insegnarci il Pianeta nell’epoca dell’emergenza climatica e della solitudine sociale? Ce lo spiegano cinque pensatori con cinque punti di vista comuni.

Natascia Talloru
Natascia TalloruCorrispondente
15 LUG 2026
9 min
Bachisio Bandinu

Bachisio Bandinu

Quando nel 1968 gli astronauti dell’Apollo 8 videro sorgere la Terra dall’orizzonte lunare, scattando la celebre fotografia ‘Earthrise’, descrissero il pianeta come un’oasi blu, bianca e verde, sospesa nel buio. Quel verde esiste grazie alle foreste e ai boschi che oggi coprono circa il 31% della superficie globale e senza di esse la Terra assomiglierebbe a una sterile sfera di roccia. Eppure, continuiamo a comportarci come se quel verde non esistesse e fossimo noi il centro dell’Universo, quando siamo soltanto una delle tante specie che popolano questo pianeta.

Che cosa può insegnarci, dunque, questa grande sfera composta non solo di roccia, nell’epoca dell’emergenza climatica e della solitudine sociale? Problematiche, queste, apparentemente lontane tra loro ma che in realtà potrebbero avere una radice comune: il progressivo logoramento del nostro rapporto con la Terra e con la comunità dei viventi. Una crisi di relazione - con la natura, con il territorio, con la comunità -  e in fondo,   con noi stessi.

A suggerire questa tesi, da prospettive diverse, sono le voci di diversi pensatori che, pur appartenendo a mondi differenti, sembrano convergere verso la stessa intuizione, invitandoci a rivedere il nostro modo di abitare il Pianeta: la crisi ecologica, sociale e persino spirituale del nostro tempo forse nasce dall’aver dimenticato e sottovalutato una semplice verità, ovvero che l’uomo non è un essere separato dalla natura ma è parte di essa, analogamente alle altre specie viventi. Le conseguenze di queste crisi avrebbero portato allo sradicamento personale e al deterioramento ambientale ma anche ad un impoverimento dello sguardo nei confronti delle ‘cose’ che abitano il mondo.

La ferita del territorio è una ferita dell’essere umano

Secondo Bachisio Bandinu, antropologo, giornalista e scrittore sardo scomparso di recente, le ferite del territorio sono ferite dell’uomo. Egli ha raccontato per tutta la vita il processo di dissoluzione delle comunità tradizionali che si è verificato gradualmente in Sardegna e ha tentato di analizzare le cause che hanno portato e stanno portando i paesi a perdere quel senso di appartenenza al territorio, suggerendo come, gli incendi in particolare, rappresentino sintomi assoluti di questa perdita. 

Secondo Bandinu in Sardegna si è verificata una conversione dalle comunità. Si è passati dalla reciprocità, dalla condivisione di saperi e dalla relazione col territorio a una condizione che tende sempre più al modello di competizione, individualismo, produttività tossica e isolamento.

Proprio in merito ai discorsi sugli incendi che ogni anno, puntualmente, devastano ettari di territorio, egli andava oltre la cronaca ponendo un quesito universale ed essenziale nella sua forma: perché un uomo arriva a distruggere la terra in cui vive? Per l’antropologo bittese il paesaggio non è mai stato uno sfondo: un bosco, un altopiano, persino il silenzio di certi luoghi poteva custodire memoria e identità e dunque il fuoco non brucia soltanto alberi e pascoli, brucia un Legame. O meglio Il Legame: quello tra uomo e territorio. Secondo Bandinu non basta spegnere un fuoco, occorrerebbe ricostruire una coscienza.

Se lungo i secoli la Sardegna e la sua cultura sono state appartenenza, luogo di relazioni e di reciprocità oggi l’isola, al contrario, rischia sempre più di essere percepita come una risorsa da consumare, uno spazio anonimo e asettico, sfruttabile territorialmente. Un qualcosa di esterno a noi che quasi non può essere gestito autonomamente, data l’impotenza economica e politica che ci accompagna storicamente.

La crisi ecologica allora, che comprende non solo la Sardegna ma qualsiasi luogo del mondo, risulta essere prima ancora una crisi culturale. È la perdita di memoria e del senso del limite, conseguente ad una mancata consapevolezza e coscienza nell’essere parte di qualcosa di più grande che ci appartiene, e che non possiamo avere la pretesa di controllare. Dobbiamo ritornare ad abitare questo Pianeta, questo territorio, un territorio parecchio "parlato" – come diceva Bandinu -  in riferimento anche alle varianti della lingua che ci contraddistinguono. 

Il mito della competizione

Anche Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale e Direttore del Laboratorio di Neurobiologia Vegetale all’Università degli Studi di Firenze, nel suo libro ‘La Nazione delle Piante’ porta le sue intuizioni su un piano scientifico e quasi politico. “La vita è governata dal mutuo appoggio. La legge della giungla è un’idea buona solo per i romanzi d’avventura”.

Egli, attraverso una carta dei diritti di otto articoli, ci invita ad osservare il mondo dal punto di vista delle piante. Per decenni abbiamo raccontato la natura come una guerra permanente: il più forte vince, il più debole soccombe, la competizione è il motore dell’evoluzione. Invece la biologia moderna racconta altro: simbiosi, collaborazione, reti di sostegno reciproco, interdipendenza. Persino le nostre cellule esistono grazie a un antichissimo lavoro di squadra tra organismi diversi. Noi stessi siamo il prodotto della cooperazione.

E quando parla di licheni e dei microrganismi azoto fissatori, Mancuso afferma che la vita non conquista il Pianeta attraverso la forza, ma attraverso una rete di alleanze. Abbiamo frainteso la natura, credendo che fosse una lotta permanente, quando invece ci dimostra in ogni sua azione e attività che si tratta di una sottile e organizzata rete di mutuo appoggio. Un concetto straordinario e profondo che ci dimostra che non è il predatore ad aver costruito il mondo ma lo sono le collaborazioni invisibili, le comunità, le simbiosi: i batteri con il suolo, i miceli dei funghi con le radici degli alberi, i licheni con le alghe.

E allora forse il ritorno alla natura, ai suoi ritmi, ad attività legate al territorio, alla reciprocità, al Legame sostenuto da Bandinu, è un tentativo di ricordare qualcosa che la biologia e la natura conoscono da miliardi di anni: non sono né la competizione né le performance a costruire la vita ma la cooperazione, poiché la Terra è la nostra casa comune e la sovranità appartiene ad ogni essere vivente. Una visione che smonta l’antropocentrismo e ci restituisce l’immagine di una grande comunità.

L’arte del non fare 

A queste riflessioni possiamo correlare anche il pensiero di Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo giapponese, pioniere dell’agricoltura naturale, che ha aggiunto un tassello pratico dedicando la sua vita nel dimostrare quanto la natura possieda una propria intelligenza e quanto l’essere umano, troppo spesso, intervenga in maniera distruttiva.

La sua agricoltura del non fare, esposta nel libro "La rivoluzione del filo di paglia", non è un invito all’inattività ma è il rifiuto del lavoro non necessario che induce a ristabilire la capacità di osservare - per l’appunto - a ritrovare lo sguardo e la comprensione, collaborando con i processi naturali anziché dominarli. Lo scopo vero dell’agricoltura, diceva, non è far crescere i raccolti, ma coltivare esseri umani migliori.

Secondo Fukuoka, l’essere umano si è progressivamente allontanato dalla natura e, con essa, da se stesso. L’eccesso di controllo, di produzione e di accelerazione ha generato una profonda alienazione. La stessa scissione che oggi si manifesta nella società moderna divenuta produttiva, performante, iperconnessa. Il risultato? Stanchezza, ansia e isolamento contro lentezza, interdipendenza, reciprocità, collaborazione.

Questi concetti risultano così sintetizzati in un’unica domanda: come può essere politico un filo di paglia? La politica del filo di paglia è fuori dalla storia, è contro la storia, è prima e dopo la storia. La rivoluzione del filo di paglia è possibile a ciascuno per scelta: bastano mille metri quadri a persona per arrivare all’autosufficienza alimentare e il potere di questo pensare in “piccolo” sarebbe più forte sia ideologicamente che operativamente rispetto a qualsiasi partito od organizzazione eversiva, per di più, gestibile dal basso.

Fukuoka scrive:

“L’esagerazione dei desideri è la causa fondamentale che ha portato il mondo all’attuale situazione. Presto, invece che piano; più invece che meno. Questo ‘sviluppo’ apparente è legato in modo molto diretto all’incombente collasso della società. In pratica è servito solo a separare l’uomo dalla natura”.

La Decrescita Felice

Maurizio Pallante, saggista italiano, eretico e un irregolare della cultura - come ama definirsi - colui che ha fondato il Movimento per la Decrescita Felice, in "Monasteri del Terzo Millennio" ci riporta a una dimensione economica e sociale spiegando perché il nostro modello economico ci abbia condotti a questa frattura.

Pallante sostiene che l’aumento dei consumi non coincide necessariamente con un aumento del benessere e tutti i tentativi di far ripartire la crescita, per superare la crisi economica mondiale, non hanno prodotto, sino ad ora, l’effetto desiderato. La società contemporanea sembrerebbe essersi fondata su un paradosso: produciamo per soddisfare bisogni sempre nuovi ma ci sentiamo sempre più poveri e dipendenti dal mercato. Non necessariamente dal punto di vista materiale, bensì da quello relazionale ed esistenziale. Più diveniamo dipendenti dalle regole economiche attuali, più perdiamo autonomia, tempo e qualità della vita.

Abbiamo delegato al denaro e al consumo attività che un tempo appartenevano alla sfera delle relazioni, della comunità e dell’autoproduzione. Abbiamo guadagnato velocità e comodità in cambio di perdita di tempo, dissoluzione dei legami e capacità di prenderci cura di noi stessi e del territorio. Maurizio Pallante definisce questo fenomeno una forma di falsa ricchezza: l’accumulo di beni e consumi non si traduce, a suo avviso,  in un reale miglioramento delle condizioni di vita. Non è una crescita infinita, come saremmo tentati a pensare. 

Ecco perché, ritornare ad abitare un territorio - qui ricorre ancora il pensiero di Bandinu – oppure ritornare a una vita monastica come suggerita da Pallante (attraverso una redistribuzione delle risorse e l’autoproduzione, attraverso il recupero di pratiche tradizionali e la costruzione di modelli economici e produttivi alternativi, passando anche da un linguaggio che abbiamo perduto) può diventare una riappropriazione del proprio tempo, di competenze e di relazioni, di piccole forme di autonomia in una società che tende a trasformare ciascuno in una merce da barattare in cambio di pochi spiccioli.

Le emozioni nascoste delle piante

In conclusione, anche il romanziere francese Didier Van Cauwelaert, Premio Goncourt nel 1994 con il romanzo "Un aller simple", da sempre appassionato esploratore del mondo vegetale e delle ricerche che lo indagano, rovescia la prospettiva: la natura non è affatto silenziosa. Le piante percepiscono, comunicano, costruiscono alleanze, ci inviano segnali continui. Il problema, sostiene, non è che la natura è muta: siamo noi ad aver smesso di ascoltarla. Un’incapacità nel sentire che coincide, non a caso, con l’aver smesso di abitare davvero i luoghi.

Se è vero che le piante hanno sviluppato delle abilità che le portano ad entrare in relazione con noi, è col disboscamento e la distruzione del regno vegetale che ci siamo privati e continuiamo a privarci dell’ossigeno, il mattone energetico dell’uomo. E come, dunque, noi umani, potremmo sopravvivere? Le piante, al contrario, possono sopravvivere senza l’uomo. E lo hanno dimostrato per milioni di anni, prima che egli apparisse sulla Terra.

Forse è proprio qui che si nasconde la domanda più urgente del nostro tempo: non come conquistare nuovi mondi, ma come imparare nuovamente ad abitare questo pianeta attraverso l’ascolto e la connessione. Il paesaggio non è muto, la natura non ha smesso di parlarci. Siamo noi che abbiamo dimenticato il linguaggio della relazione e dell’appartenenza.

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