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Sa beltade non faghet domo. Moda, arte, società – dal margine, non dal centro

Lo ripetevano le nonne alle nipoti troppo attaccate allo specchio, lo diceva un padre alla figlia che sognava un vestito elegante invece di un marito solido. È stato un monito conservatore, una lama affilata. E noi l’affiliamo dall’altra parte. Lo prendiamo in prestito per una rubrica che non celebra la bellezza, ma la interroga.

Filippo Fròsini Piras
Filippo Fròsini PirasCorrispondente
8 LUG 2026
5 min
Immagine di sfondo repertorio Canva

Immagine di sfondo repertorio Canva

Se la bellezza non fa casa, cosa la fa? Il lavoro, i legami, la memoria, gli scarti che qualcuno raccoglie. Non sarà una rubrica di moda: la moda è solo la lente. Attraverso quella guarderemo arte, cultura materiale, società e territori. Sempre partendo da ciò che resta fuori dall'inquadratura. Perché la Sardegna non è solo l’icona che si vende, ma soprattutto le case che la bellezza, da sola, non ha mai retto. A noi interessa chi abita quelle case – e come lo fa.

Prenderemo un abito conservato in una casa e chiederemo chi lo ha indossato e perché, quale desiderio si nasconde dietro quel tessuto. Ci siederemo su una panchina di paese per guardare chi si siede e chi no, come si dispongono i corpi, chi parla e chi tace. Seguiremo le mani che cuciono senza nome – nelle sartorie, nelle cooperative dimenticate – e quelle che hanno ricamato per l’alta moda senza mai vedere il proprio lavoro sfilare. Guarderemo le tute da lavoro delle operaie, le scarpe consumate dai pastori, i completi della domenica indossati una volta sola e poi appesi per decenni. Interrogheremo i costumi tradizionali non come icone museali, ma come armature di genere e di classe ancora vive. Osserveremo il lavoro invisibile, le migrazioni, le case diroccate e quelle tenute in piedi con la fatica. Usciremo dalle teorie per tornare nei cortili, nei mercati, nelle sagre di paese dove nessuno va a cercare la moda. Perché la moda, per noi, è racconto.

Proteggersi di bellezza

Prendiamo una cavalletta d’argento. Cesellata a mano, lucida, preziosa. Sembra un gioiello, eppure non viene mai indossata. Si lega a un bastone, a una cintura, a una trave della stalla. La sua funzione non è abbellire: è proteggere i campi dalle cavallette vere, quelle che divorano il raccolto e portano la fame. Questa bellezza non è inutile. Anzi: forse è l’unica che ha davvero fatto casa. Tenendo lontana la minaccia, difendendo il grano, le pecore, la vita. Una bellezza che non si ammira, si usa. Non è un caso isolato. Nella tradizione sarda, gran parte di ciò che chiamiamo ornamento è nato come scudo.

S’ispurgadentes era uno stuzzicadenti e un nettaorecchie, ma appeso al collo diventava un talismano contro il malocchio. La sua punta acuminata e la sua palettina a cucchiaio, in origine utensili, venivano caricate di un’altra energia: tenere lontano lo sguardo cattivo, il maleficio, la sorte avversa. Su kokku, una sfera nera di pasta vitrea o di pietra, veniva donata ai neonati perché li proteggesse fin dalla culla. Il nero, che sembra lutto, era invece difesa. L’occhio di Santa Lucia, sa varghentada o fae marina, è una conchiglia raccolta per caso sulla spiaggia, incastonata in argento e portata al collo come una piccola fortezza contro le malattie della vista e le invidie.

Questi oggetti hanno una doppia vita. Prima sono strumenti o trovature. Poi diventano amuleti. Solo alla fine, quasi per caso, diventano belli. La loro bellezza è un accidente, un dono aggiunto. Non cercavano di piacere. Cercavano di sopravvivere. Lo stesso accadeva sui tessuti.

Confini (in)visibili

L’orbace, l’antico panno dei pastori, aveva una trama fragile che tendeva a sfilacciarsi sulle cuciture. Per tenerlo insieme, le donne iniziarono a rinforzare i bordi con fitti ricami. Quella che era una necessità tecnica divenne, col tempo, un linguaggio. Ogni punto aveva un nome, una forma, un ordine. Sa rosichedda, la rosetta, un piccolo cerchio che poteva nascondere una croce. Su caracolu, la chiocciola, una spirale che ricordava il movimento del mondo. S’iscalca cunzada, la scala chiusa, una sequenza di sbarrette parallele che sembrava un confine. Non erano solo decoro: erano pensieri cuciti, preghiere taciute, formule di protezione.

La donna che ricamava stava disegnando un perimetro intorno al corpo di chi avrebbe indossato quell’abito. Stava tracciando un confine invisibile tra sé e il male. Caterina Cucinotta, che studiò queste decorazioni a metà del Novecento, notò con amarezza che a un certo punto arrivarono i motivi floreali di massa – rose, viole del pensiero, margherite – e tutto quel sapere antico venne spazzato via. La bellezza divenne facile, decorativa, staccata dalla sua radice. Non serviva più a tenere insieme l’orbace. Serviva a vendere cartoline. E così, forse, la bellezza ha smesso di fare casa. Ha smesso di difendere, di rammendare, di proteggere. È diventata qualcosa che si guarda e basta. Qualcosa che si compra. Qualcosa che non fa domande.

Noi, invece, vogliamo ricominciare a farle, quelle domande. Ogni numero sceglierà uno scarto – un oggetto, un luogo, un corpo – e lo terrà sotto osservazione come un pezzo di stoffa controluce. Allargheremo lo sguardo al lavoro che lo ha prodotto, alla comunità che lo ha accolto o rifiutato, alla memoria che lo trattiene o lo cancella. Non cercheremo risposte definitive, ma domande aperte. Proveremo a cercare l’altra bellezza. Quella che non chiede di essere salvata, ma di essere vista. E forse, di tornare utile. Negli scarti, nelle mani che hanno cucito senza sapere di fare arte. Perché la bellezza, quando non fa più casa, va a vivere altrove. E noi vogliamo sapere dove.

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