L’emergenza c’è, gli stranieri pure. La gestione dei flussi è diventata un caso politico in un territorio i cui confini continuano a essere oggetto di interpretazioni contrastanti da decenni, dove fiumi di persone si concentrano in poche centinaia di metri nella speranza di calpestare le rive di un sogno. No, non è Ceuta. Anche se, quanto a complessità geopolitica, Cala Luna ha poco da invidiare all'exclave spagnola affacciata sul Marocco. Nella spiaggia del golfo di Orosei il confine divide (et impera) Dorgali e Baunei, ma gli arrivi che anche qui hanno monopolizzato un dibattito agostano in cui “invasione” è stata la parola chiave, non sono di persone migranti; chi sbarca è turista.
Le differenze comunque non mancano. Di Cala Luna ad esempio non sappiamo precisamente quanti siano gli stranieri, né sicuramente da dove provengano. Chiederselo non ha senso: quando gli arrivi coincidono con il turismo l'origine delle persone smette improvvisamente di essere un problema, l’ipotetica possibilità di consumo allontana il timore di infiltrazioni di povertà e la discussione si sposta altrove. La sostenibilità, la capacità di carico, la gestione degli accessi, la FOMO da vacanza ma anche i numeri come indicatori economici e la presunta ricchezza portata da oltremare. Non ci si domanda quanto tutte quelle persone abbiano davvero il diritto di essere lì e l’imperativo dell’argine da imporre, si fa più dolce: di bloccare difficilmente si parla, al massimo ci si chiede come farcele stare.
Un messaggio che è arrivato anche da una Porto Cervo a stelle e strisce: «Non potete regolamentare tanto, il capitalismo è una grande cosa», ha dichiarato alla Sardegna (senza che quest’ultima gliel’abbia chiesto, sia chiaro) l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Tilman Fertitta. Ergo, nessun allarme: quella nelle coste dell’Isola è sì un’invasione, ma a differenza di altre non chiede accoglienza. Al massimo, una Instagram opportunity.
Non c'è limite al peggio
Se l’agosto sardo ha avuto un’altra parola chiave, è stata sicuramente “limite”. Fisico, in un’estate in cui il caldo da onda si è fatto mare lungo. Di autocontrollo, tra piscine naturali vietate da ordinanze che provano a frenarne l’assalto e feste in acque marine protette assediate da 6.500 persone al giorno (come accaduto a La Maddalena, dove il carico in mare previsto dai disciplinari del Parco nazionale è di 2.500 unità). Ma anche visivo e narrativo.
Tra gli ampiamente discussi c’è stato un articolo del Post dal titolo “I sardi si sono stufati del turismo per ricchi”, dove si parla di un’Isola in cui non mancano rivendicazioni “radicate ed estreme” finalizzate alla tutela di “tutto il territorio sardo dall’eccesso di turisti, yacht e alberghi di lusso, ma anche per il rispetto dello statuto speciale”. BTS, si potrebbe commentare. Non per evocare la celebre band sudcoreana ma per acronimizzare il nostrano: Buca tua santa - ma magari, ovvero. Un articolo in cui è anche l’assessore regionale al Turismo Franco Cuccureddu a intervenire, specificando che comunque nell’Isola il sovraffollamento turistico (overtourism) non sarebbe un problema.
Il freno per Cuccureddu è posto da limiti geografici e infrastrutturali (e qua è dove i presunti estremisti della tutela figli dell’occhio italiano ringraziano la povertà dei trasporti che caratterizza la nostra regione) e comunque «in Sardegna i turisti non superano mai numericamente i residenti per l’intero anno». Si può quindi tirare un sospiro di sollievo, soprattutto dalle parti di Villasimius dove nel penultimo fine settimana di agosto sono state registrate oltre 70mila persone, mentre le persone residenti non superano le 4mila unità.
Antagonismi estremi
Tornando però agli estremismi, di loro si è parlato anche rispetto a un’altra notizia che ha varcato i confini isolani, quella ovvero gli attentati ai danni di due ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia impegnati nel progetto di Einstein Telescope nella ex miniera di Sos Enatos. “Einstein Telescope nel mirino, vigilanza rafforzata: si teme l’effetto No Tav”, ha titolato L’Unione Sarda il 7 agosto.
Un qualcosa di cui si è parlato per giorni, con in questo caso una presbiopia diffusa a tratti decisamente preoccupante. È stato anche il procuratore generale di Cagliari Luigi Patronaggio a spiegare tra le stesse pagine come «il movente dell’intimidazione […] è ancora in corso di accertamenti». Non solo. Il titolo dell’articolo comparso il 4 agosto sempre su L’Unione Sarda annunciava invece come a Lula “I due ricercatori finiti nel mirino hanno lasciato la Sardegna”, precisando però poi nel corpo del testo come il biglietto della nave (“dice qualcuno ben informato”) sarebbe stato fatto “prima che le loro auto andassero distrutte da un attentato su cui gli investigatori non tralasciano nulla”. Passaggi che in epoca di garantismi un tanto al chilo non fanno storcere il naso, tant’è che di estremismi e antagonismi vari, in relazione ai fatti di Lula, si è parlato per giorni con un’altra - già citata - parola ricorrente: No Tav.
Il timore più volte evidenziato è che gli attentati possano essere emblema della nascita nell’Isola di un movimento simile a quello nato negli anni novanta in opposizione alla nuova linea ferroviaria per l’alta velocità tra Torino e Lione (Tav). Un fenomeno lungo trent’anni, come racconta la giornalista Annalisa Camilli su Internazionale, legato alla difesa di territorio e comunità, “con una critica più ampia al modello di sviluppo, e in generale alla costruzione delle grandi opere […] simbolo di una richiesta di ascolto e rappresentanza da parte dei cittadini, che si sentono esclusi dai processi decisionali”.
Il fatto che media mainstream e opinione pubblica paiano ricordarsi del movimento e della sua natura solo in caso di scontri tra persone attiviste e forze dell’ordine, non frena dall’acronimo-commento: effetto No Tav anche in Sardegna? BTS, ancora una volta. In un’Isola sempre più martoriata da un capitalismo che continua a bramare consumi, record e numeri tentando invano di nascondere sotto il tappeto gli effetti di una logica che produce più danni che profitti (vedasi la discarica abusiva di rifiuti nascosta da un telone - “per non turbare la stagione estiva”, scrivono gli ecologisti del GrIG - sulla spiaggia dell’Isola Rossa di Trinità d’Agultu), la nascita di un movimento che guarda all’ambientalismo e all’autodeterminazione di territori e comunità potrebbe essere decisamente auspicabile.
La questione è forse che pretendere maggiore cura - nell’utilizzo di spazi e territori, corpi, culture e identità così come nello stare al mondo con consapevolezza - davanti a un egoriferitismo dilagante, pare essere l’oltraggio più grande. Anche davanti a un genocidio.
Parco giochi di guerra
Questo agosto ha infatti portato nuove persone (almeno una ventina) sotto inchiesta per le proteste che hanno visto centinaia di manifestanti scendere in piazza a Sassari a ottobre 2025, in solidarietà con la Global Flotilla e a supporto del popolo palestinese oppresso. “Un altro assurdo procedimento che si aggiunge a quelli in corso nel tribunale di Cagliari”, commentano dall’Associazione Libertade. L’accusa è di blocco stradale e in alcuni casi anche di manifestazione non autorizzata. Un paradosso quello che vuole il permesso per dissentire, soprattutto quando il nulla osta arriva più facilmente altrove.
Agosto è stato anche mese di giochi e pulizie di guerra. La Regione ha autorizzato test d’arma nel poligono terrestre di Perdasdefogu, con un’ordinanza di sgombero in vigore fino al 14. Un cambio di rotta rispetto agli impegni assunti per limitare le esercitazioni militari durante la stagione estiva e non turbare l’animo del turista - ecco, se c’è una conferma di una presunta Sardegna stufa del turismo forse la si può trovare nella priorità data al comparto bellico: evidentemente nella colonia quella fattura di più (scacco matto, Il Post).
In fondo l’okay ai giochi di guerra l’ha chiesto Leonardo Spa, colosso della difesa, tra le principali aziende che a livello mondiale producono armamenti e sistemi di difesa. Campo largo, rimembri ancor quel tempo della tua vita mortale di dialoghi di pace e sostenibilità in campagna elettorale? Forse no, anche se la massima toddiana delle attività legate alle servitù militari da rendere “sempre più sostenibili” effettivamente riprende vita sempre tra le cronache di agosto.
Fino al 20 ad essere interdetta era anche la navigazione in diversi specchi acquei del distaccamento a mare di Capo San Lorenzo del Poligono sperimentale e di addestramento interforze del Salto di Quirra. Sempre la Leonardo era infatti impegnata nell’attività di ricerca e recupero dal fondale marino di residuati delle esercitazioni militari ritenuti potenzialmente pericolosi. Segno che la sostenibilità (almeno quella, sigh) continua a funzionare: perfino la guerra riesce ormai a riciclarsi.
Conclusioni?
In ogni caso, il primo settembre è arrivato e con lui lentamente si dilegua anche l’aria rarefatta che caratterizza un agosto quasi sempre distratto. Ci lascia una serie di cronache fatte di invasioni di serie A e B, radicalismi (in negativo) che esistono solo negli occhi di chi sottovaluta il ruolo generativo degli antagonisti nelle storie, opinioni esterne (tra italiani e statunitensi) non richieste ma puntualmente offerte come fossero indispensabili, un capitalismo che continua a scrivere l’alfabeto di agende politiche e priorità e guerre sempre più "sostenibili”, soprattutto dal punto di vista etico.
Ma ci lascia anche la conferma che, in Sardegna, l’unico vero estremismo sembra essere ancora quello di chiedere un limite. Che al contrario, se diventasse una moda… BTS.




