Peter Thiel ci fa paura. Perché fonda, accumula, consuma società a ritmo forsennato, con fame insaziabile. Per quel suo apparire e sparire improvvisamente nei luoghi più lontani del pianeta. Perché parla con noncuranza di “Anticristo” e “Apocalisse”, risvegliando paure antichissime. Perché la sua identità politica è una minaccia: conservatore, ultrareazionario, convinto che la democrazia sia instabile e pericolosa. Perché è potentissimo e detta le decisioni ai governi. Perché non è mai stanco di accentrare a sé ogni cosa.
Se l’avidità di vita, denaro, forza, ha un nome, il suo nome è Peter Thiel. Soprattutto, Peter Thiel non è un personaggio da romanzo, da fumetto, da film, da serie televisiva. È una persona in carne e ossa. Esiste davvero. E non siamo affatto sicuri che abbia concepito Palantir per migliorarci la vita.
La politica si fa sul terreno, nelle condizioni date.
Per applicare una politica si parte da idee e programma, nella consapevolezza che idee e programma incontrano un limite, forse un ostacolo, qualche volta un brusco stop, nella pratica concreta. Nutrirsi di astrazioni fa bene solo fino a che si resta a livello di teoria. Cioè molto in alto. Non appena si scende a terra, le astrazioni mostrano il loro vero volto: ipotesi, che nove volte su dieci non superano il vaglio del reale. Tra le “condizioni date”, la più vincolante è incarnata dalle persone. Non c’è sogno o utopia che esoneri la politica dal misurarsi con uomini e donne in carne e ossa: storia raggrumata di passato, presente e futuro, speranze e paure, pregiudizi radicati anche quando assurdi, prepotenza e benevolenza. Tutto mescolato in una pozione impossibile da maneggiare senza ustionarsi.
Anche avidità. E l’avidità va presa sul serio. Perché sottacerla, fingere che non esista, che non sia costitutiva nostra, porta inevitabilmente al fallimento. Nessuna promessa di un radioso avvenire ha successo se pretende di espungere l’avidità dal novero delle passioni che vanno accettate, comprese, semmai instradate.
Non è antropologia, sociologia, psicologia. È prima di tutto politica.
Ancora più chiaramente: è il problema di una parte politica, la più progressista, la più a sinistra dello schieramento, che non trova sbocchi concreti nel mondo reale perché si rifiuta di conoscere e riconoscere le dinamiche del mondo reale.
Ecco qua: «Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso». Articolo recentissimo del “Fatto Quotidiano”.
Probabilità che un piano come quello di Piketty e soci si traduca in solide misure legislative, approvate dal Parlamento di un qualunque Paese occidentale in un futuro anche solo vagamente prevedibile? Nessuna.
Si individua il problema, che esiste ed è dolorosamente concreto: ingiustizia sociale e crisi climatica. Si ipotizza una soluzione agli squilibri planetari logica e legittima ma per niente nuova: la redistribuzione della ricchezza. Si disegna un futuro globale fatto di percentuali: togli un tot dalle tasche di qualcuno e lo infili nelle tasche di qualcun altro. Il mondo migliora, sta scritto, come per incanto.
Realismo? Nessuno. Praticabilità? Nessuna. Aderenza ai rapporti di forza che sul terreno vincolano i rapporti sociali? Nessuna. Scarsissima stima, si direbbe, per le pulsioni che muovono gli uomini. Pulsioni buone, per fortuna, ma anche pulsioni poco eleganti: l’avidità, appunto, che spinge chi ha a volere di più. Rendendolo, a occhio e croce, non molto favorevole a cedere il 90% del reddito. Quei soldi sparirebbero, si nasconderebbero, diverrebbero inaccessibili, e la natura egoistica del capitale distruggerebbe il meccanismo stesso dell’equazione fiscale riparativa.
Bisogna dirlo, volendo fare l’avvocato del diavolo.
L’avidità non è solo una passione orrenda, che porta a schiacciare il prossimo nel nome del proprio tornaconto. È anche un motore potente. E a volte, quasi per caso, insieme a profonde disuguaglianze crea opportunità. Pretendere di vederci solo il male è segno di cecità ideologica.
Henry Ford faceva soldi a palate, ma voleva anche che i suoi operai avessero i salari migliori d’America (così poi si sarebbero comprati il Modello T). La Cina, quasi cinquant’anni fa, ha realizzato la fusione fredda: comunismo di Stato e capitalismo individuale riscritti e riversati nel capitalismo di Stato. È stato boom economico, anche se al prezzo di massicce e terribili migrazioni interne. Poi: qualcuno vuole negare che le socialdemocrazie europee abbiano fatto bene? Ma come altro si può definire il welfare occidentale se non una raffinata forma di “avidità controllata”? Ne abbiamo beneficiato tutti.
Non è vero che, a causa dell’avidità, pochissimi ci guadagnano e moltissimi, la stragrande maggioranza, ci rimettono. È storicamente falso. A meno di voler smentire le statistiche che dicono: negli ultimi due secoli, nel mondo, la percentuale di persone in povertà estrema è crollata dal 90% a meno del 10% attuale. Perciò: giustificare l’avidità, nel nome dei suoi benefici, più o meno larghi, è sbagliato. Fingere di non vederla è un errore ancora più grande. Chi la elimina dall’orizzonte, chi costruisce interi palinsesti politici senza tenerla in conto, si allontana semplicemente dal pensiero della maggioranza.
La maggioranza magari ha torto, ma senza maggioranza non si arriva al potere, non si governa, non si fanno leggi che deroghino all’avidità. Per incanalarla o per stroncarla alla radice. Ma non per decreto.
Tornando al World Inequality Lab e a chi altro disegna scenari futuri per un mondo più giusto.
Nel Novecento, abbiamo avuto anche in Occidente molti esempi di misure redistributive parziali di successo. Ma elevare a sistema la redistribuzione della ricchezza non ha mai funzionato. Chi ci ha provato ha fallito. Nella cassetta degli attrezzi bisogna infilare, prima di iniziare a muoversi, alcune convinzioni fondamentali. Premesse necessarie a calarsi nella realtà senza ipocrisia e senza timore di chiamare le cose con il loro nome.
La natura umana esiste, se per “natura umana” intendiamo l’insieme delle pulsioni, emozioni, sentimenti, consapevoli o no, razionali o meno, che ci spingono ad agire. Siamo capaci, allo stesso tempo, di amare alla morte i nostri figli e di odiare a morte uno sconosciuto solo perché è nato troppo più a sud di noi. Per rimettere le cose a posto, vale dire per incamminarci verso un mondo che dia a tutti le stesse opportunità, non basta invocare giustizia e solidarietà. Questo significa vedere solo un pezzo del problema, chiudere gli occhi davanti al reale.
Non serve nemmeno illuminare graziosamente chi non ha capito, spiegandogli la questione e facendo pesare il nostro vago senso di superiorità. Questo è paternalismo. Che diventa elitarismo quando ci si rifugia nella convinzione che gli altri non ci arrivino per malafede, ignoranza o qualsiasi altra causa serva ad affossare loro e giustificare noi.
Non servono nemmeno formule solo meccaniche. Degli economisti si può dire un gran male ma bisogna ammetterlo: a qualunque scuola si siano formati, molti di loro sanno ormai che non si riduce tutto ad un’equazione legata al mercato, alla moneta, agli investimenti. C’è molto di più da contemplare, dato l’animo umano, e questo “molto” non entrerà mai in una formula prescritta e di sicuro successo. Non funziona così.
Per giocarsela con l’avidità, bisogna prima di tutto conoscerla e riconoscerla. Ammettere che l’uomo può fare cose buone e cose cattive, essere egoista e allo stesso tempo solidale. Serve evitare di sovrastimare le potenzialità emulative del bene: non illudersi che chi vede il bene sia spinto a fare il bene. Solo dopo, elaborare proposte che affrontino il problema.
Cosa ce ne facciamo di un progressismo che volta la faccia davanti a Pat Bateman?
A moltissimi piacerebbe ancora oggi indossare, con eleganza disinvolta, completi Canali, camicie Ike Behar, cravatte Bill Brass e scarpe Brooks Brothers. Proprio il tipo di abbigliamento, segno di successo naturale, da predestinati, che copre il corpo giovane e muscoloso di Pat Bateman e dei suoi amici. Naturalmente, senza gli allucinati omicidi notturni, perché siamo persone pacifiche. Ma questo è il sogno.
È probabile che Bateman non incontrerà mai Rousseau. Se lo incontrerà, ascolterà distrattamente le sue idee sull’origine sociale dell’avidità. Per poi dileggiarlo, parlandogli alle spalle. Quindi: chi ha un’idea su come trasformare l’avidità in un fattore positivo per tutti?
Si faccia avanti.



.png&w=1920&q=75)
.png&w=1920&q=75)
.png&w=1920&q=75)