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Disabilità, salute mentale e caldo estremo: le disuguaglianze che non vediamo

Le ondate di calore non colpiscono tutte le persone allo stesso modo: possono aggravare chi vive esperienze di sofferenza mentale, rendere più difficili le condizioni di vita delle persone con disabilità e amplificare disuguaglianze spesso invisibili.

Sara Brughitta
Sara BrughittaCorrispondente
27 LUG 2026
7 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Di questa ondata di calore si parla quotidianamente, con un’attenzione che si concentra - non a torto - sulle cause: cambiamento climatico, responsabilità umane; di negazionismi se ne vedono un po' meno del solito, che la realtà è inequivocabile. Più raramente ci si sofferma però sugli effetti che questo caldo persistente produce sull’umore e in generale sulla salute mentale. Ancora meno visibile è l’impatto che queste condizioni comportano sulle persone con disabilità o che attraversano esperienze di sofferenza mentale, per cui il caldo non è solo un disagio stagionale, ma un fattore che può amplificare vulnerabilità (e marginalizzazioni) già esistenti.

Luglio, ormai simbolo di questa estate intensa, è anche il mese del Disability Pride, nato con la volontà di porre l’attenzione sui diritti ma anche sulla necessità delle persone disabili di poter parlare ed esprimere le proprie necessità e rivendicazioni senza sovradeterminazioni. Una coincidenza che è anche occasione per interrogarsi su chi resta ai margini delle narrazioni dominanti.

«È necessario superare tanto la marginalizzazione delle persone disabili quanto quella del tema stesso della disabilità, anche perché si tratta di una questione trasversale che interseca, tra le altre, la lotta ambientale e quella di classe». A parlare è Julia Arena Salis, traduttrice che indaga e scrive di disabilità, neurodivergenza e malattia attraverso una lente anticapitalista.

Quanto gli effetti del cambiamento climatico stanno aggravando disuguaglianze già esistenti per le persone con disabilità?

Essendo la disabilità uno spettro ampio ed eterogeneo, è difficile fornire un quadro esaustivo degli effetti del cambiamento climatico e del caldo su tutte le persone disabili; possiamo però individuare alcuni elementi chiave che emergono sia dai dati sia dalle testimonianze dirette. Un rapporto ONU segnala ad esempio che le emergenze climatiche colpiscono in misura sproporzionata gli individui disabili, con un tasso più elevato di mortalità e maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi di supporto.

Le ondate di calore possono peggiorare i sintomi di molte patologie croniche, rendendole più invalidanti e compromettendo le attività quotidiane, fino a rappresentare, talvolta, un rischio per la vita. Anche il peggioramento della qualità dell’aria correlato al cambiamento climatico può provocare gravi complicanze respiratorie. Inoltre, le alte temperature possono compromettere il funzionamento di dispositivi medici indispensabili, sia in ambito ospedaliero sia domestico, o ridurre l’autonomia delle batterie di alcuni ausili per la mobilità. Va poi considerato che alcuni farmaci, tra cui antipertensivi e antidepressivi possono aumentare la vulnerabilità agli effetti del caldo. 

L’impatto delle alte temperature incide anche sul benessere psicologico, aggravando situazioni di sofferenza mentale già presenti; recentemente è stata pubblicata una ricerca della rivista Nature Health che ha documentato come le ondate di calore aumentino i ricoveri psichiatrici su scala globale, con un’associazione più marcata nella popolazione anziana.

Un'ondata di caldo che quindi non colpisce allo stesso modo. Soprattutto chi ha meno risorse.

Sì, il cambiamento climatico è un’emergenza che ci riguarda tutti e tutte ma le conseguenze sono varie. Banalmente, chi può permettersi di dotare la propria casa di condizionatori o spostarsi verso località più fresche, soffrirà meno di qualcuno che non ha le risorse economiche per prendere precauzioni analoghe. Come molte crisi prodotte e amplificate dal sistema capitalista, anche quella climatica si intreccia con profonde disuguaglianze di classe, che si riflettono in modo particolare sulle persone disabili e/o con patologie croniche, spesso inoltre più esposte a condizioni economiche svantaggiate.

Unita poi al problema dei luoghi non accessibili e delle barriere che impediscono a molte persone disabili con mobilità ridotta di spostarsi senza l’assistenza di un caregiver, relegandole ulteriormente all’interno delle proprie case, questa disparità preclude le occasioni di socialità e di partecipazione alla vita collettiva.

Se gli spazi pubblici accessibili e climatizzati sono pochi, se mancano terzi luoghi in cui potersi incontrare senza l’obbligo di consumare qualcosa o spendere soldi, chi ha meno risorse rischia di rimanere confinato in casa, con un conseguente aumento dell’isolamento sociale. Parlare di come fronteggiare il cambiamento climatico significa anche interrogarsi su come rendere le città meno escludenti e capaci di offrire spazi sicuri gratuiti durante gli eventi climatici estremi. 

Possiamo dire che l’estate è una stagione in cui le conseguenze della logica abilista si fanno più forti?

Non so se siano più forti, ma forse sono più riconoscibili. Sicuramente il modo in cui viene immaginata e organizzata la socialità durante l’estate è fortemente abilista. L’estate viene raccontata come la stagione della libertà, del movimento, del viaggio e della partecipazione agli spazi pubblici, ma questa narrazione spesso dà per scontato un corpo-mente non disabile, neurotipico, autonomo e senza particolari necessità di supporto; un corpo-mente che può stare in piedi per ore, camminare agevolmente sulla sabbia, tollerare l’esposizione al sole, prendere parte a escursioni, visitare concerti all’aperto, decidere all’ultimo minuto di raggiungere gli amici per un aperitivo.

Una città pensata per tutti dovrebbe permettere a chiunque di vivere gli spazi collettivi, ma nella realtà molte persone disabili si trovano ancora davanti a numerose barriere, come quelle menzionate prima: spiagge non accessibili, trasporti inadeguati, assenza di aree ombreggiate e climatizzate, percorsi difficilmente praticabili o locali che non tengono conto delle diverse esigenze fisiche e sensoriali.

Ci sono delle buone prassi che dovrebbero essere replicate?

Accanto alla costruzione di reti di cura e supporto più stabili, che vadano oltre la cerchia della famiglia - ad esempio attraverso gli ambulatori popolari, servizi territoriali più capillari, ma anche creando momenti di comunità capaci di contrastare l’isolamento - ciò che può fare davvero la differenza è l’inclusione delle persone direttamente interessate nei processi decisionali, dal policy making istituzionale [il processo di elaborazione e attuazione di politiche pubbliche, volto a definire strategie e soluzioni per problemi di rilevanza sociale e politica, ndr] fino all’organizzazione dei movimenti dal basso.

Troppo spesso le persone disabili vengono considerate soggetti passivi di cui prendersi cura, anziché persone in grado di autodeterminarsi e di contribuire alla costruzione di soluzioni collettive, portando bisogni e prospettive che possono migliorare la vita di tutte e tutti. Valorizzare il sapere che nasce dall’esperienza vissuta ed evitare di parlare per le persone disabili al posto di queste ultime è quindi fondamentale. Infine, diventa sempre più imperativo sostenere i progetti di vita indipendente, che renderebbero le persone disabili più autonome, riducendo al contempo il carico di cura sulla famiglia.

C’è anche un problema di narrazione: il caldo viene normalizzato, banalizzato o talvolta anche romanticizzato. Questo contribuisce a rendere invisibile il disagio psichico e sociale?

Si parla poco di come questa stessa stagione così agognata e romanticizzata da alcuni, possa comportare un fattore di stress per la salute mentale di altri. Per chi non riesce a soddisfare questo obbligo implicito a godersi l’estate all’insegna della spensieratezza, il rischio è che una difficoltà reale venga vissuta come un fallimento personale, invece che come la conseguenza comprensibile di condizioni ambientali debilitanti, come quelle imposte dal cambiamento climatico.

Lo scenario poi dell’estate idilliaca in Sardegna tra spiagge paradisiache, natura incontaminata e dolce vita mediterranea, corrisponde molto poco all’esperienza delle persone sarde con disabilità. Pensiamo proprio al mare: in Italia meno del 10% degli stabilimenti balneari è davvero accessibile, e la Sardegna non fa eccezione. L’associazione Sardegna Accessibile è una delle realtà che da anni denuncia la presenza di barriere nelle spiagge, dall’assenza di rampe e passerelle alla difficoltà di raggiungere le spiagge con il trasporto pubblico o i mezzi privati, fino alla spesso catastrofica situazione bagni: sul loro sito è possibile consultare una mappa delle spiagge completamente accessibili lungo la costa della Sardegna; togliendo gli stabilimenti privati, ne rimangono veramente poche.

Si investe molto capitale, sia pubblico che privato, per rendere la regione appetibile per chi arriva in vacanza, ma paradossalmente non ci si impegna a renderla pienamente vivibile per una grossa fetta dei residenti che la abitano tutto l’anno. E questo non riguarda solo le spiagge, ma anche gli eventi culturali e tantissimi dei luoghi d’interesse e siti turistici del territorio.

In conclusione, oltre quelli evidenziati, su quali aspetti bisognerebbe porre ulteriormente luce? 

Un aspetto che mi preme sottolineare è che, con l’aumento delle patologie croniche legate all’inquinamento e i danni provocati dai disastri ambientali, l’emergenza climatica sta già producendo - e continuerà a produrre - disabilità su larga scala. E nonostante le persone disabili costituiscano già il gruppo minoritario più numeroso al mondo, si continua a trattare la disabilità come una questione periferica. È necessario superare tanto la marginalizzazione delle persone disabili quanto quella del tema stesso della disabilità. La disabilità è una questione trasversale che interseca, tra le altre, la lotta ambientale e quella di classe; una questione che riguarda la nostra società tutta e il modo in cui la costruiamo.


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