In archeologia si è inclini a considerare ogni azione produttiva o distruttiva come all'origine di una traccia possibile, perché il metodo stesso si basa sulla ricostruzione del percorso inverso: dai segni più labili al sistema di interventi che li ha prodotti, delineando quanto più possibile la società che lo ha espresso.
A due secoli e mezzo dall'inizio della rivoluzione industriale, la nostra società, alla ricerca di una fonte di energia che non la intossichi, ha individuato nelle fonti rinnovabili l'idea di qualcosa di pulito. Dato che la fonte non si consuma, nella percezione sociale pare quasi che nemmeno il luogo lo faccia e che tutto sia restituibile senza lasciare traccia, al pari dell’energia. Le due cose però non sono equivalenti. Per sfruttare una fonte inesauribile servono comunque impianti e infrastrutture che richiedono azioni irreversibili sul territorio: sbancamenti, fondazioni profonde, strade, chilometri di trincee per i cavidotti, livellamenti. Anche dopo un ipotetico smantellamento il suolo resterebbe rimodellato e i plinti giacerebbero nel sottosuolo a tempo indefinito.
Quello degli impianti non può essere un tabù: la società ha bisogno di energia e le fonti fossili non sono più sostenibili. È dunque essenziale capire come e dove collocare gli impianti minimizzandone l’impatto. Nel conto deve entrare la voce scomoda dell'archeologia, che qui pesa in modo insolitamente determinante: il patrimonio archeologico infatti è una delle componenti su cui gli interventi agiscono senza ammettere recupero.
Trasformare il rischio in conoscenza
Lo strumento per governare il problema è l'archeologia preventiva, che spesso viene ancora considerata un passaggio burocratico da aggirare ma che, applicata correttamente e in tempo, trasforma un rischio in un’occasione di conoscenza. Se entra nel progetto quando questo è ancora modificabile, il progetto dialoga con stratificazioni e paesaggio archeologico al pari delle altre componenti ambientali. Se invece subentra tardi o se le raccomandazioni archeologiche vengono ignorate, i lavori rischiano di fermarsi e l’archeologo finisce per essere percepito come un ostacolo e osteggiato di conseguenza, precipitando il tutto in un circolo vizioso in cui la tutela si riduce a documentare in fretta il danno e l'archeologia preventiva cede il posto all'ancora più ingrata archeologia d’emergenza.
Accanto al danno materiale ce n'è poi uno indiretto, ma forse più evidente, che colpisce il contesto. Un monumento non coincide con il suo perimetro né con la sua stratigrafia, ma esiste anche nel rapporto con il paesaggio e con i percorsi che lo inseriscono in un territorio. Un intervento può lasciare intatto ogni strato e compromettere comunque la leggibilità di un sito, alterandone le relazioni spaziali fino a opacizzarne la percezione, e le norme lo riconoscono, almeno in parte, attraverso il criterio delle distanze.
Le Linee guida nazionali del 2010 chiedono di valutare l'impatto visivo degli aerogeneratori sui beni culturali entro cinquanta volte l'altezza massima della macchina: nove chilometri per una da centottanta metri. Invece la fascia entro cui un'area non può essere dichiarata idonea è molto più stretta: tre chilometri dai beni tutelati per l'eolico, cinquecento metri per il fotovoltaico. In Sardegna si contano fra i quindicimila e i diciassettemila monumenti archeologici su ventiquattromila chilometri quadrati. Anche applicando la sola fascia di rispetto dei tre chilometri, virtualmente sull’isola non esisterebbero aree idonee per l’eolico.
Individuarle è possibile solo a condizione che buona parte del patrimonio, giuridicamente, non esista: la direzione opposta a quella delle norme internazionali. La Convenzione della Valletta, firmata nel 1992 e ratificata dall’Italia quasi venticinque anni dopo, considera patrimonio archeologico anche i depositi non ancora noti, mentre la dichiarazione dell'ICOMOS di Xi’an del 2005 esorta a estendere la tutela dai singoli beni ai relativi contesti.
In questi anni ad arricchire la carta archeologica della Sardegna sono soprattutto le indagini preventive legate al mercato dell'energia e delle infrastrutture, ma le soglie oltre le quali il peso di un monumento comincia a contare si decidono altrove: nelle norme nazionali e nei piani industriali di società aliene all'isola. In questo rapporto asimmetrico è facile percepire la corsa alle rinnovabili come l’ennesimo assalto coloniale interno a una Sardegna messa a disposizione per produrre una rendita che attraversa il Tirreno, mentre i costi (compresi quelli archeologici e paesaggistici) rimangono sull’isola.
I vincoli allentati
Forse, anche per questo una parte crescente della società sarda ha cercato fuori dal quadro nazionale le garanzie che non trovava. Lo sforzo condotto da associazioni culturali private come il CESIM per l'iscrizione delle domus de janas nella Lista del Patrimonio Mondiale e il richiamo crescente alle convenzioni internazionali nei conflitti sugli impianti, si possono leggere come la risposta tipica di un territorio marginale, in cui il patrimonio da tutelare diventa esso stesso leva negoziale e politica.
Tuttavia nemmeno il riconoscimento internazionale è sufficiente: il CESIM denuncia come la maggior parte degli impianti in progetto non rispetterebbe le zone di rispetto attorno alle tombe. Su Nuraxi di Barumini è nella Lista UNESCO dal 1997, eppure è stato più volte lambito da progetti di impianti energetici invasivi sul piano paesaggistico, con contenziosi non ancora risolti, nonostante le Linee guida operative prevedano zone cuscinetto e la valutazione preventiva di ogni trasformazione che possa incidere sul valore di un bene iscritto.
Ed è notizia di queste ore che la commissione Ambiente del Senato ha approvato un emendamento al Decreto Carburanti che quasi elimina il divieto di realizzare impianti nelle zone cuscinetto dei siti UNESCO, sostenendo che in quelle aree varrà comunque la procedura ordinaria a tutela dei monumenti, vanificando però la specifica misura pensata per la protezione del contesto.
Un sito come ad esempio una domus de janas non è soltanto un ipogeo: è un elemento organico nel costone su cui si apre, nella valle verso cui guarda, nel rapporto con gli abitati e nei percorsi dei vivi insieme con gli insediamenti, dei quali è spesso l'unica traccia percepibile. Un aerogeneratore posto oltre la fascia di rispetto non intacca la stratigrafia, ma può alterare il rapporto fra il bene e il suo territorio.
Sarebbe però contraddittorio pretendere di congelare una fase del rapporto fra comunità umane e territorio. Anche gli impianti costituiscono una fase storica contemporanea, ciò che la distingue dalle precedenti sono la scala, la velocità e il fatto che vengano decisi lontano dal territorio che ne sopporta il peso.
Governare il contrasto fra tutela del patrimonio e necessità energetiche è complesso, e proprio per questo non può essere fatto senza chi vive quel territorio, nemmeno se l’esigenza è quella di soddisfare il Moloch del fabbisogno energetico. L’emendamento ora in discussione sulle aree idonee centralizzerebbe ulteriormente il potere decisionale in favore del governo statale. La comunità sarda ha il diritto di partecipare alla riscrittura del proprio palinsesto materiale, o gli impianti costituiranno un altro strato in cui chi un giorno scaverà leggerà la storia di un territorio asservito.


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