Prima il carbone, poi i dati. Il destino del Sulcis Iglesiente [ne abbiamo parlato anche qui] pare giorno dopo giorno essere scritto in un presente in cui l’interesse verso l’intelligenza artificiale si fa sempre più strategico. Il 16 settembre l’incontro tra l’assessore regionale all’industria Emanuele Cani e l’ambasciatore svizzero in Italia Roberto Balzaretti - come annunciato in una nota dalla Regione - è stato “in particolare l’occasione per illustrare al diplomatico elvetico il progetto di riconversione dell’ex sito minerario di Nuraxi Figus denominato Energy Vault Sulcis, promosso dalla società svizzera Energy Vault in collaborazione con Carbosulcis e sostenuto dalla Regione Sardegna”.
Un colloquio non esclusivo: si tratta infatti di una tappa parte dell’agenda di “In Cammino con la Svizzera”, progetto dell’Ambasciata elvetica in Italia che vede Balzaretti tessere una rete di relazioni e conoscenze lungo ogni regione italiana. Ma il momento è stato comunque occasione utile a confermare ancora una volta la determinazione, da parte delle istituzioni regionali, nel proseguire con l’avvio del polo tecnologico dedicato a intelligenza artificiale, cloud computing ed elaborazione dei dati. E a rafforzare il sodalizio tra Svizzera e Italia.
Se qualcuno ha qualcosa da dire parli ora o taccia per sempre, si potrebbe sancire. La questione però è che se le mani alzate non mancano, quelle che non sempre arrivano sono le risposte. Ma ci sono dei distinguo da fare. Alla lettera aperta che l’Unione Sindacale di Base (USB) ha scritto e inviato il 4 settembre alla Presidente della Regione Alessandra Todde, la governatrice ha scelto di non rispondere. Non che ci fosse un ultimatum, ma per Enrico Rubiu (USB) la questione è un’altra: «risposte non ce ne sono perché probabilmente non ne hanno». Nella sala d’attesa della burocrazia vi sono poi le due istanze di accesso civico - una all'Assessorato sardo dell’Industria, l'altra alla Carbosulcis, società che possiede il sito controllata dalla Regione Sardegna - depositate ad agosto dal movimento indipendentista A Innantis! (le risposte sono attese entro il 27 settembre).
Ma a smentire quella che è parsa finora essere la linea del silenzio istituzionale, è lo stesso assessore regionale all'Industria. Contattato da Sardegna Oltre, Emanuele Cani sottolinea innanzitutto come in merito al data center in terra sarda «il confronto ci deve essere e ci sarà», ma non solo. Per l’assessore garantire «occupazione e benessere» è l’outcome di una missione istituzionale che mira alla riqualificazione del luogo mentre a restare, è il nodo di un’intelligenza artificiale che avanza in un panorama umano che ha bisogno di maggiori garanzie di tutela. Rassicurazioni ufficiali che sono specchio di un ottimismo di palazzo il quale però non frena alcune delle realtà che nel territorio si muovono su binari diametralmente opposti.
I dubbi
Il fatto che il data center arrivi in un’area che da decenni porta addosso il peso di una promessa di sviluppo mai completamente mantenuta, non aiuta. Oggi oltre 500 chilometri quadrati compongono il Sito di interesse nazionale (Sin) Sulcis Iglesiente Guspinese, un'area che ingloba miniere dismesse, agglomerati e impianti industriali dei settori metallurgico e petrolchimico. A ricordarlo è Legambiente, evidenziando come a più di trent’anni dal riconoscimento dell’area contaminata e a più di venti dall’identificazione del Sin, meno dell'1% delle aree considerate risulta effettivamente bonificato. Nel frattempo la deindustrializzazione ha continuato a produrre conseguenze sociali profonde, in un territorio - tra le aree più povere d’Europa - dove disoccupazione giovanile e tasso di inattività restano tra i più alti d’Italia. E le domande di chi al progetto del data center guarda con più dubbi che ottimismo, andando alla ricerca di risposte in merito alle condizioni che fanno da base a una promessa di trasformazione, si incuneano qui.
Le informazioni richieste dal movimento indipendentista A Innantis! riguardano alcuni degli elementi centrali del progetto: i consumi previsti di acqua ed energia, la temperatura dell’acqua presente nelle gallerie minerarie, la tecnologia utilizzata per il raffreddamento degli impianti, il numero dei posti di lavoro distinti per tipologia e la destinazione della capacità di calcolo prodotta dal data center.
Domande simili arrivano anche dall’Unione Sindacale di Base (USB), che nella lettera inviata alla presidente Todde ha chiesto chiarimenti sui consumi idrici ed energetici, sull’occupazione stabile e sul coinvolgimento del territorio. La posizione dell’USB è però più netta: secondo il sindacato il progetto rischia di trasformarsi in «un ennesimo cavallo di Troia della speculazione energetica e idrica» e di riproporre un modello nel quale «i profitti sono privati e i costi ambientali e sociali vengono scaricati sulla collettività».
Al di là delle differenti conclusioni - l’USB chiede uno stop all’iter autorizzativo in assenza di garanzie, mentre A Innantis! sostiene che il progetto possa rappresentare un’opportunità se costruito con condizioni precise - il punto che accomuna le due posizioni è che prima di parlare di sviluppo, è necessario conoscere i numeri. Quanta acqua servirà per raffreddare i server? Quale sarà il consumo energetico reale? Quanti dei posti annunciati saranno occupazione stabile e quanti invece legati alla fase di costruzione o all’indotto? Quale ritorno economico e tecnologico resterà in Sardegna?
La sovranità
Sono domande che per A Innantis! coincidono con la richiesta che un investimento di questa portata (circa 1 miliardo e mezzo di euro) non si limiti a occupare uno spazio fisico nel territorio senza produrre un ritorno per chi quel luogo lo abita. Il punto, spiega il presidente Franciscu Sedda, è un altro: «Quando ci si trova davanti a degli investimenti strategici che sono al centro anche di questioni geopolitiche, economiche e sociali che vanno a impattare sul nostro territorio, la priorità dovrebbe essere quella di metterli a valore per la Sardegna e per i sardi».
Una possibilità che, secondo il movimento indipendentista, passa però da condizioni precise. «La presenza di un data center può essere strategica, ma va costruita bene». L'assenza - al momento - di informazioni dettagliate su consumi idrici ed energetici è uno degli elementi che secondo A Innantis! impedisce una valutazione completa del progetto. «Non c’è un impatto paesaggistico particolare, bene - spiega Sedda - però ci può essere un utilizzo di energia e di acqua che può avere un impatto ambientale». E a servire sono garanzie precise: «Blindiamo il fatto che non si deve usare questa presenza per legittimare altre installazioni di produzione elettrica laddove produciamo più energia del nostro fabbisogno e una parte la esportiamo fuori».
Un altro punto riguarda il rapporto tra il data center e la capacità del territorio di beneficiare dell’infrastruttura. Per Sedda non basta che la Sardegna ospiti fisicamente i server: «Vogliamo venga scritto che il data center entri dentro una rete che coinvolge università, reti ospedaliere, l’Einstein Telescope e tutte quelle istituzioni e progettualità che hanno bisogno di spazi di dati». Una richiesta che si inserisce anche nel tema della sovranità tecnologica e digitale: il dove vengono conservati i dati passa per il chi può beneficiare della capacità di elaborazione che un'infrastruttura di questo tipo mette a disposizione.
Lo stesso vale per il lavoro: le stime parlano di circa 400 posti tra occupazione diretta e indotto. «Sicuramente in un territorio depresso come il Sulcis è una buona notizia ma non può essere una pia speranza. Abbiamo la possibilità di riconvertire una parte del nostro territorio - dichiara sempre Sedda - ma serve trasparenza a tutela dei sardi e della Sardegna: deve essere una scelta consapevole».
La missione istituzionale
Come anticipato, a rispondere ad alcune delle criticità sollevate sul progetto è direttamente l’assessore regionale all’Industria, Emanuele Cani. Quello che ribadisce è innanzitutto come, per la Regione, il punto di partenza non sia il data center in sé quanto la necessità di riconvertire un sito industriale arrivato al termine della propria storia estrattiva.
«Noi non abbiamo un progetto per costruire un data center - spiega - ma per realizzare attività che diano lavoro duraturo, benessere e non facciano restare la Sardegna indietro». Il riferimento è alla Carbosulcis: il piano di chiusura della società («finanziato con risorse pubbliche», precisa) terminerà il 31 dicembre 2026 e oggi coinvolge circa 98 lavoratrici e lavoratori. Per l’assessore la priorità è chiara: «Il nostro obiettivo primo è garantire la continuità lavorativa alle persone che già operano nel sito». A questi, precisa Cani, potranno aggiungersi nuove opportunità legate allo sviluppo industriale dell’area: «in base allo sviluppo industriale altre persone verranno coinvolte a seconda delle mansioni». «Quello che a noi interessa è dare lavoro», aggiunge, spiegando inoltre che oltre al data center «ci saranno altri progetti di tipo industriale di riutilizzo di quei luoghi».
Per quanto riguarda la questione relativa quali dati troveranno casa nel data center, per l’assessore «il tema è delicato, la loro tipologia non è nota». Si tratta, spiega, di informazioni che attengono «a un rapporto contrattuale tra il soggetto erogatore dei servizi e chi ne beneficia» e sui quali la Regione non può entrare nel merito, anche per una «questione di sicurezza» dei dati trattati. L'auspicio istituzionale però anche in questo caso è che l’infrastruttura possa essere a supporto «delle pubbliche amministrazioni, della ricerca e anche di progetti come quello dell’Einstein Telescope», anche se la società coinvolta sarebbe interessata («questo lo posso anticipare») a un rapporto con un sistema nazionale legato, tra gli altri ambiti, alla sanità e alla pubblica amministrazione.
Sul tema delle risorse ambientali invece, Cani ribadisce che il progetto dovrà ottenere tutte le autorizzazioni necessarie e che, dagli elementi acquisiti finora, emergerebbe un impatto «compatibile con gli obiettivi regionali». Per il raffreddamento verrà utilizzata l’acqua della miniera attraverso «un sistema che prevede un circuito chiuso e zero sprechi», mentre l’impianto fotovoltaico sarà destinato al funzionamento del data center. «Non voglio fare polemica con chi prova a individuare criticità ed è giusto approfondire - sottolinea - ma dobbiamo riconoscere che nel territorio ci sono problemi di inquinamento strutturali: il dovere è quello di bonificare un luogo che è stato martoriato nei decenni da inquinamenti vari».
Per la Regione dunque elementi centrali sono la riconversione di un sito industriale, il lavoro ma anche il ruolo che la Sardegna vuole avere dentro una trasformazione tecnologica più ampia. «Per questo progetto siamo in competizione con i paesi più industrializzati del mondo, a livello nazionale con la Lombardia. Questa deve essere un’opportunità, motivo di orgoglio della nostra regione».
Resta però una tema che attraversa tutte le posizioni emerse finora: il valore dietro il progetto. A chi teme che l’isola possa diventare soltanto il luogo in cui ospitare grandi investimenti (e scarse ricadute) decisi altrove, Cani risponde richiamando un altro modello di sviluppo. «Pensare che la Sardegna debba essere solo un luogo dove i ricchi vengono a farsi le vacanze perché è il posto più bello del mondo, senza però lasciare niente, non mi pare corretto». La domanda sorge spontanea: ma allora cosa lascia il data center? «Lascia una Sardegna allineata con un sistema mondiale di crescita e di progresso, lascia la possibilità di lavorare, un lavoro sicuro, pulito e duraturo. E lascia benessere alle famiglie, che è la cosa che ci interessa».
Una posizione che guarda anche al dibattito più ampio sull’intelligenza artificiale. Di fronte alle mobilitazioni che in diverse parti del mondo stanno mettendo in discussione gli impatti dei data center, Cani sostiene che il progresso «non può essere fermato», ma servono strumenti di tutela. «L’intelligenza artificiale ha tante implicazioni — afferma — serve un quadro normativo di sicurezza e di garanzia perché quello strumento venga utilizzato a tutela delle persone».
Do ut Des
Per una parte delle realtà critiche la questione quindi non è essere favorevoli o contrari a un data center, ma il rapporto che la Sardegna riesce a costruire con un investimento di questa portata. In altri termini, do ut des: se il territorio mette a disposizione risorse e spazio, allora deve poter partecipare anche ai benefici che ne derivano. Nelle parole del vicepresidente di A Innantis! Francesco Ledda, la prospettiva si fa anche indipendentista: «Essere una realtà indipendente in questo caso sarebbe un valore aggiunto e permetterebbe un controllo migliore di cosa accade nel territorio. Il nostro tema è sempre quello della sovranità ma non intesa come il tornare a su connottu: dobbiamo capire come possiamo decidere per il nostro futuro guardando a una Sardegna protagonista».
Nella lettera alla presidente Todde, l'USB chiede di convocare un tavolo di confronto pubblico nel Sulcis e di fermare immediatamente ogni iter autorizzativo, “fino a quando non saranno resi pubblici e discutibili i dati reali sui consumi idrici, energetici e sull’occupazione stabile”. E ad allinearsi alla richiesta collettiva di maggiore trasparenza - rivendicando però un posizionamento contrario al progetto - è anche (sempre nel territorio) il collettivo transfemminista Malarittas di Iglesias. «Non siamo contrarie alla tecnologia in generale. La questione è che qui si parla di strumenti che sono esclusiva di persone ricche che dominano il pianeta».
Una critica che intreccia anticapitalismo e anticolonialismo, guardando ai data center come parte di un sistema di concentrazione del potere economico e tecnologico. «Come sardi e sarde ci stanno sempre vendendo cose che da fuori arrivano qui come occasioni, ma noi di reali opportunità non ne abbiamo mai viste nel concreto». Alle preoccupazioni ambientali - dal consumo di acqua in un territorio che conosce bene la siccità, all'impatto acustico del data center unito anche ai possibili effetti dannosi sull'ecosistema minerario - si aggiunge quella che definiscono senza sconti una mancanza di trasparenza: «Non siamo poste nella condizione di capire di cosa si tratta. Vorremmo conoscere ma ci sentiamo abbastanza oppresse: il non sapere è una forma di controllo».
La richiesta corale resta quella di un confronto che non riguarda soltanto un'infrastruttura destinata a ospitare il data center, ma che veda al centro il modo in cui la Sardegna immagina il domani, davanti a investimenti nell’oggi che sono promessa di sviluppo. Quindi: prima il carbone, poi i dati. Il resto dipenderà dalle condizioni con cui quel futuro verrà costruito.




