Non ne sono ancora convinti. O almeno: non del tutto. Il movimento indipendentista A Innantis! (dopo aver presentato il 19 agosto due istanze di accesso civico all'Assessorato sardo dell’Industria e alla Carbosulcis) ha avuto accesso agli atti relativi il data center che dovrebbe nascere nell'ex miniera di carbone di Nuraxi Figus, a Gonnesa. Di certezze ne emergono poche. Alcune risposte sono arrivate, ma nuove domande sono sorte quasi in automatico. Ma andiamo per gradi.
Partiamo dal tangibile: che documenti avete visionato per ora?
Abbiamo ricevuto materiale sia dall'assessorato dell'Industria che dalla Carbosulcis. Ci è però arrivato molto poco: abbiamo visionato parte del percorso che ha portato la Energy Vault ad avere la concessione del terreno fino all’ingresso del progetto per il data center, insieme alla richiesta per ottenere l'interesse strategico italiano. C'è anche una brochure realizzata dall'azienda per promuovere il progetto in cui sono contenute alcune stime sui dati generali, ma in sostanza sono tutte carte tecniche che raccontano il processo solo parzialmente. Anche se qualcosa non torna.
Voi scrivete infatti che quello che le carte dicono è diverso da quanto dichiarato in conferenza stampa.
Sì, se pensiamo ad esempio ai numeri relativi l'occupazione, nei documenti risultano essere una cinquantina.
Cifra che non copre neanche il numero di operai legati alla Carbosulcis, o meglio: l'assessore Cani anche a noi aveva dichiarato che la società oggi coinvolge circa 98 lavoratrici e lavoratori.
Non solo. Fin da subito, soprattutto quando l’intervento è stato dichiarato dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, di “preminente interesse strategico nazionale”, si è parlato di una stima di circa 400 posti di lavoro annui tra occupazione diretta e indotto. Quello che sembra è che ciò che ha raccontato l’azienda per ottenere il permesso sia diverso in termini di promessa di grandezza. Non vogliamo però demonizzare il progetto: sicuramente ci possono essere tutta una serie di vantaggi legati all'avere quel tipo di data center nel nostro territorio, ma non possiamo non notare le differenze tra ciò che è stato dichiarato e ciò che viene riportato nelle carte.
Voi parlate di una "sproporzione" che emerge dai documenti. In che termini?
C'è la questione dei 400 posti di lavoro che nelle carte della società diventano 50 posti stabili, ma altro tema è il miliardo e mezzo di investimento: una somma che copre 10 anni e comprende anche pannelli fotovoltaici e batterie da realizzare nei terreni dell’ex miniera, non solo i computer. C'è poi un problema di metodo con cui il terreno pubblico è stato assegnato: dalle carte sembra nessuno abbia stimato quanto vale quell'area, concessa prima gratis per un anno e mezzo, poi a 1.000 euro al mese. Ma il nodo più critico riguarda la società. Nel 2023 Carbosulcis ha firmato un primo accordo di ricerca con Energy Vault, gruppo americano che lavora sui sistemi di accumulo di energia. Da aprile 2026 il contratto è passato a una nuova società di scopo creata da Energy Vault, la Digital Vault Sulcis, con sede a Como e un capitale sociale di 10.000 euro.
Come scriviamo, ciò vuol dire che le clausole di bonifica e ripristino dei luoghi sono state trasferite interamente dalla Energy Vault alla nuova società, e sarà lei a dover pagare (ad esempio) in caso di bancarotta o altri problemi, non invece la casa madre elvetico-americana. Il fatto che ad oggi possiamo rivalerci solo su una società satellite con capitale sociale 10mila euro (più i finanziamenti che sarà capace di attirare) non esclude che davanti a un possibile fallimento (che comunque scongiuriamo) a pagarla potrebbe comunque essere la Carbosulcis che possiede i terreni. Essendo quest'ultima pubblica sarebbero sempre soldi dei sardi. L’impatto varia in base a come noi ora diciamo cosa si può fare e cosa no.
Facciamo però un passo indietro: perché creare la Digital Vault Sulcis?
Questa è una tecnica vecchia, che esiste da quando esistono le holding. Si tratta di un modo con cui le aziende tutelano il proprio patrimonio principale rispetto ad altri progetti. Questo per noi è il punto vero su cui sta la battaglia politica: se viene portato avanti il progetto da una società che adesso ha 10mila euro di capitale senza un patronage da parte dell’azienda principale, noi in caso di fallimento su chi ci rifacciamo? L’incertezza su cosa e quanto si può produrre è di mercato, siamo noi a doverci mettere un tetto per non trovarci per l’ennesima volta davanti alla narrazione del "chi inquina certamente paga", ma poi tra una cosa e l’altra chi paga siamo sempre noi.
Ma "tutelare" da cosa, se il progetto è loro? Se io creo una realtà per tutelare da un progetto mio vuol dire (probabilmente) che questo ha un ampio margine di fallimento, ciò significa che la realtà non è rosea come la narrazione che accompagna da mesi il progetto del data center.
Se il piano fallisce la società staccata è quella su cui ci si rifà, e Energy Vault non dovrebbe ripagare quel danno. Sul margine non lo sappiamo dirlo adesso, ma è una pratica abbastanza comune pensata da chi in anticipo vuole proteggere il proprio patrimonio. Stiamo realizzando a casa un progetto che ha stime di successo e insuccesso, quindi bisogna stare attenti ai numeri che ci vengono raccontati. Il vantaggio potrebbe esserci ma non è certificato da nessuna parte, non è una certezza.
Quindi raccontarlo come un progetto salvifico per il territorio non è corretto.
Non sono d’accordo. Il nostro è più un avviso alla prudenza nel leggere i numeri, perché sennò sembra che sta arrivando un piano che potrebbe produrre un generare importante ma al momento non è detto. Questo però non toglie le possibili connessioni e opportunità, la possibilità di ricerca stoccaggio dati anche per Einstein Telescope. Il punto non è tanto che non si debba cogliere un rischio: il rischio di mercato esiste, ma essendo stime preliminari noi dobbiamo insistere su quelle ma avere delle garanzie sui fatti, soprattutto su chi eventualmente pagherebbe dei danni, ovvero non i sardi stessi.
Non penso esistano imprese e progetti senza un rischio, ma i vantaggi devono andare ai sardi e secondo noi sono ancora ricavabili. Ogni tipo di impresa ha un impatto, a ogni vantaggio corrisponde uno svantaggio ma non possiamo rincorrere la salvezza a tutti i costi accettando condizioni che non sono giuste. Vogliamo che ci sia dalla parte istituzionale pubblica una spinta a mettere nero su bianco delle condizioni su questo progetto.
Torniamo ai numeri legati al progetto. Una delle maggiori critiche ai data center riguarda il consumo di acqua. In questo caso abbiamo dei dati?
Questo è un altro punto sul quale deve esporsi maggiormente la parte pubblica: l’azienda giustamente fa leva sul segreto industriale e ce l’ha nascosto, non abbiamo dati certi. Abbiamo guardato quelli disponibili e fatto delle supposizioni incrociandoli: c'è la probabilità del consumo a circuito chiuso (quindi verrà utilizzata l'acqua stessa della miniera) e il fatto che il terreno possa ospitare una centrale fotovoltaica garantirebbe che lo sfruttamento idrico sia basso.
C'è però un'altra questione: il sito è di Carbosulcis, società al cento per cento della Regione Sardegna, che da quando nel 2018 la miniera ha chiuso gestisce la messa in sicurezza delle gallerie e pompa fuori l'acqua - che altrimenti le allagherebbe - con un costo di quasi 800mila euro all’anno. Come scriviamo, si tratta di circa 3.000-4.000 metri cubi d'acqua al giorno, che esce calda, intorno ai 40 gradi, e salata: non è potabile, e non può in nessun modo raffreddare direttamente dei server, perché un'acqua a 40 gradi non raffredda niente. Potrebbe servire come reintegro per una torre evaporativa, ovvero un impianto che raffredda facendo evaporare acqua, ma oggi questa scelta tecnica non è stata dichiarata da nessuna parte, quindi non si può dire se l'acqua sarà un problema serio o resterà marginale. Se si dovesse trovare il modo di usarla però sarebbe molto virtuoso: stiamo pompando a mare acqua ora inutilizzabile.
Domanda che potrebbe risultare banale: perché bisogna pomparla? Qual è il problema se si allaga la miniera?
Al momento, una piccola percentuale utilizzabile per l'agricoltura viene sfruttata (con un accordo partito nel 2022) dal comune di Gonnesa, ma il resto (circa 80%) se non attraverso sistemi di filtraggio e depuramento non è utilizzabile.
E perché non può restare lì?
Perché allagherebbe tutto.
Ma il sistema, soprattutto dal 2027, sarà fuori uso.
Si vuole e vogliamo però stare nell’ottica di riconvertire un patrimonio sfruttato fino all’altro ieri: se c’è la possibilità di reintegrare lavoratori quel luogo va tenuto utilizzabile.
Comprensibile, ma come ribadite anche voi va fatto valutando costi e benefici. In conclusione, dopo aver visionato le carte, cosa chiedete?
I due soli atti in cui la Regione ha un consenso vero da dare o da negare, che non sono ancora stati firmati, riguardano la concessione dei 33 ettari sui 219 posseduti dalla Carbosulcis, di cui la società dichiara di avere bisogno, e l'intesa della Presidente della Regione sulla nomina del Commissario straordinario. Prima della firma vanno scritte le condizioni, non dopo. Chiediamo che si discuta pubblicamente di questo tema, che se ne parli e soprattutto che la concessione abbia delle garanzie e stabilisca condizioni di rispetto e certezza per il territorio.
Può creare sviluppo? Deve essere messo nero su bianco. Fondamentali anche i passaggi per la nomina del commissario che avverrà in collaborazione con la Regione: è adesso il momento in cui si dettano i perimetri entro i quali stare, di conseguenza chiediamo ci sia attenzione verso l’interesse nazionale sardo. L'intenzione c'è: l'assessorato ha accolto l'invito a dialogare, vogliamo alzare il livello della critica ma in ottica propositiva.
Sorge spontanea un'ultima domanda: voi come A innantis! siete parte della coalizione che fa il campo largo, eppure su questa questione sembrate esterni (forse) a un progetto che dovrebbe essere più condiviso. C'è divisione?
Ma no, c’è da fare un lavoro per migliorare la comunicazione affinché sia efficace, ma c'è la volontà collettiva di lavorarci. Si tratta più di un problema di gestione della burocrazia: più che una tensione politica c’è difficoltà comunicativa in mezzo al marasma burocratico.


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