Obiettivo del primo Rapporto pubblicato nel 2024 era quello di dimostrare l'aberrazione strutturale rappresentata dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Vengono sintetizzati come "un costoso dispositivo di privazione della libertà che viola sistematicamente i diritti fondamentali, fallisce rispetto agli obiettivi dichiarati di rimpatrio sperperando risorse pubbliche e produce sofferenza, degrado e morte". Una sentenza che il secondo Rapporto di monitoraggio sui CPR pubblicato nel 2026, realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), non ha smentito. Anzi.
Che "la correttezza" di quell'obiettivo sia "drammaticamente confermata e aggravata" viene chiarito fin dall'esordio. Precisamente alla numero 7 di 108 pagine fatte di immagini, numeri, parole, citazioni, appelli, racconti e rigurgiti di una rabbia mista a indignazione che guidano chi legge in un percorso che attraversa tutto il territorio italiano, facendo tappa in 10 CPR. Tutti, tranne quelli di Torino e Milano, si trovano in aree isolate, non collegate - lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Compreso quello di Macomer, sito in un luogo concepito come ex carcere di massima sicurezza nella zona industriale di Bonu Trau. È l'ultima tappa di Viale del Lavoro, estremità meridionale che fa da perimetro (a sud est) dell'area antropizzata del paese nuorese.
Per arrivare al cuore della cittadina si deve passare da via Papa Simmaco, quel pontefice (di origine sarda) eletto nel 498 di cui - tra le cose belle - si ricorda la scelta di fondare ospedali per i poveri presso le principali basiliche di Roma e un ampio xenodochio. A chi non conosce il significato di quest'ultimo termine può forse essere utile pensare a un'altra parola, ben più presente di questi tempi: xenofobia, ovvero l'avversione generica e indiscriminata per le persone cosiddette straniere e per ciò che viene considerato straniero. La radice è la stessa (xénos), cambia il secondo elemento: dalla fobia si passa a dèchomai, all'accoglienza. Lo xenodochio era quindi un ospizio gratuito per persone forestiere, pellegrini. Un punto di appoggio e asilo per chi migrava. Assurdo, quasi paradossale come una via che è testimonianza di prassi d'accoglienza possibili, termini nel vicolo cieco di un CPR.
Muri da abbattere
Le tappe del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), rete della società civile impegnata nella tutela dei diritti delle persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo, si sono intrecciate con il viaggio di Marco Cavallo promosso dal Forum per la Salute Mentale. Un percorso che ha unito il lavoro di osservazione e rilevamento tecnico delle condizioni nei CPR a una mobilitazione pubblica e simbolica all'esterno di questi luoghi. Marco Cavallo è la scultura di legno e cartapesta realizzata nel 1973 all'interno del manicomio di Trieste. Un'opera collettiva divenuta simbolo della lotta per la chiusura dei manicomi prima, per il superamento delle logiche manicomiali poi.
«La 180 non è stata la legge "solo" della chiusura dei manicomi» spiega Carla Ferrari Aggradi, coordinatrice del viaggio di Marco Cavallo e componente del Forum Salute Mentale. «È stata ed è una legge portatrice di una visione del mondo in cui non ci sono sbarre, non ci sono muri, non ci sono divisioni tra le persone, un mondo in cui si deve lottare per ridurre ed eliminare le diseguaglianze, una visione del mondo di collaborazione, di condivisione, di uguaglianza, di pace. Mettendo insieme un po' di pensieri ed un po' di esperienze, dai manicomi alle carceri ai migranti, ci è parso evidente che avremmo dovuto occuparci di CPR, dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Quelli sono i muri da abbattere, oggi».
Ciò che emerge dal Rapporto è la natura dei CPR come istituzioni totali. "La condizione di degrado materiale registrata in tutti i centri, la totale spersonalizzazione dei reclusi, l'abituale violenza fisica e psicologica esercitata su di loro, e la condizione di persone solo immagazzinate nelle strutture - si legge - delineano un quadro estremamente grave che non è riconducibile a specifiche situazioni di mala gestione, ma dipende da fattori di natura strutturale non modificabili; come avviene in tutte le istituzioni totali le finalità ufficialmente dichiarate poste alla base della realizzazione delle istituzioni stesse (nel caso dei manicomi la cura della malattia mentale, nel caso dei CPR l'allontanamento coattivo degli stranieri espulsi) servono a coprire altre e del tutto diverse finalità di natura prevalentemente politica".
Una detenzione che parrebbe essere finalizzata al (vano) controllo dell'immigrazione, dove sono però i dati a smentire la propaganda. Le persone trattenute rilevate nelle visite sono 546, corrispondenti a meno dello 0,2% delle persone straniere in posizione di irregolarità sul territorio italiano; "vittime sacrificali di un sistema violento, repressivo e razzista", si legge nel Rapporto.
Efficacia e dignità (cercasi)
I CPR sono strutture in cui vengono trattenute persone straniere prive di un regolare documento di soggiorno (o non identificate), destinatarie di un provvedimento di espulsione o respingimento. La permanenza dovrebbe essere temporanea quindi non sono ufficialmente previsti percorsi educativi o ricreativi. Un illecito amministrativo lì dentro diventa la base del principio di una detenzione che può durare fino a 18 mesi, in luoghi che ufficialmente però, non sono carceri. Eppure, anche la Garante sarda delle persone private della libertà Irene Testa parla di persone «imprigionate» nel CPR di Macomer: «Sono vite umane innocenti, una situazione non degna di un paese civile».
Sono strutture che dovrebbero rendere più efficace la politica di rimpatrio, ma anche in questo caso i dati mostrano tutt'altro. Il Rapporto parla chiaro: dal 2014 al 2024 a fronte di un aumento dei termini massimi di detenzione e delle capacità del sistema detentivo, l'incidenza dei rimpatri effettuati (in costante diminuzione) ha toccato il minimo storico nel 2024, con il 41,8% delle persone in ingresso in un centro di detenzione che è stato rimpatriato. In riferimento invece all'incidenza dei rimpatri effettuati a partire da un centro di detenzione sul totale dei provvedimenti di allontanamento, la percentuale per il periodo 2011-2024 si attesta su una media del 9,9%.
E se da un lato i dati mettono in discussione l'efficacia, dall'altra c'è anche la sentenza di luglio 2025 della Corte Costituzionale, la quale ha rilevato una grave lacuna normativa che mette in discussione la compatibilità costituzionale dell'attuale disciplina. La Giudice di pace di Roma, Sezione Stranieri, ha evidenziato [qui per approfondire] un'evidente carenza nella regolamentazione della detenzione, la quale deve essere prevista (nel rispetto della Costituzione) da una fonte di rango primario, una legge quindi che però al momento non esiste. C'è da dire: non che le norme esistenti siano una effettiva garanzia al rispetto dei diritti dentro i CPR, e la questione minori ne è (ennesimo) emblema.
Quattro minori sono stati segnalati nel CPR di Macomer durante la visita del 29 dicembre 2025 da parte dell'europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, Leoluca Orlando. Eppure la legge vieta sia di espellere minori sia di rinchiuderli nei CPR. «Ancora una volta il governo lede i diritti umani con una detenzione in aperto contrasto con gli ultimi provvedimenti giudiziari», aveva dichiarato l'europarlamentare subito dopo la visita. «È emersa la palese disumanità e incostituzionalità del vigente sistema legislativo».
Dentro il CPR di Macomer
Il monitoraggio ha interessato il CPR di Macomer in due date: quella del 29 dicembre dell'on. Orlando e prima, la visita del 15 settembre dei due parlamentari Francesca Ghirra (Avs) e Silvio Lai (Pd), insieme ai due consiglieri regionali Carla Fundoni e Giuseppe Canu, entrambi del Pd. Il primo aspetto riportato dal Rapporto riguarda le difficoltà di accesso, garantito alla delegazione di parlamentari e consiglieri ma non agli esperti accompagnatori, seppure dotati di contratto di collaborazione. Limitazioni (che hanno caratterizzato entrambe le visite) alle quali il TAI guarda come illegittime e infondate, essendo considerate come prive di base giuridica e aventi come probabile unica finalità quella di ostacolare e/o impedire gli accessi ai CPR da parte di soggetti in grado di fornire ai rappresentanti politici le competenze necessarie per visite "efficaci ed effettive" (supporto alla lettura di documentazione medica o delle informazioni legali).
Nel paragrafo dedicato alla gestione, ai costi, all'efficacia e al personale dei CPR, quello di Macomer compare in una tabella che il Rapporto descrive come fotografia di un oligopolio di fatto costruito negli anni, con gestori che si ripetono quasi ovunque. Officine Sociali è al momento del monitoraggio titolare di tre CPR, compreso il Centro sardo. Il modello di gestione è privatizzato: "la competenza sull'ordine pubblico e sulla privazione della libertà resta formalmente allo Stato, ma l'intera vita quotidiana nei centri (assistenza, sanità, servizi di base) è appaltata a soggetti privati, selezionati tramite gare al ribasso. Questo privilegia il contenimento della spesa rispetto alla tutela dei diritti - si legge sempre nel Rapporto - e produce una progressiva de-responsabilizzazione della pubblica amministrazione, che scarica sui gestori le responsabilità e le conseguenze di violazioni sistematiche".
Un esempio tra quelli riportati che rende tangibile la stima "al ribasso" è dato dai costi di vitto e alloggio per il personale delle forze dell'ordine nei CPR più remoti: a Macomer nel 2024 costa di più garantire vitto e alloggio al personale interforze che gestire la struttura. Si parla di 1.089.120,62 € di costi di gestione e manutenzione, e di oltre 2 milioni per le forze dell'ordine (Fonte: elaborazioni ActionAid su dati della piattaforma "Trattenuti"). Una differenza che alla luce della narrazione che negli ultimi mesi ha visto le proteste portate avanti dalle persone recluse dentro il CPR di Macomer spesso raccontate come emblema di una situazione non più tollerabile per il personale interforze, con le ragioni del dissenso invisibilizzate a favor di divisa, rende il tutto ancora più grottesco.
Ad emergere dal monitoraggio è anche la difficoltà diffusa di scelta e nomina di un legale di fiducia. Se i CPR vengono definiti dalle varie realtà che ne chiedono la chiusura come luoghi di sospensione dei diritti fondamentali, è anche perché le persone in genere ne varcano la soglia senza sapere perché sono state fermate, identificate, trattenute e condotte in un luogo spesso molto distante da quello del prelevamento. La consapevolezza dei propri diritti è un principio inviolabile, di conseguenza diventa cruciale conoscere non solo le motivazioni del trattenimento ma anche le regole del centro, quali diritti si hanno e come farli valere. In merito, il Rapporto evidenzia come in molti centri non viene consegnato o reso disponibile l'elenco dei difensori che prestano il gratuito patrocinio, e Macomer è uno di questi.
"I vari elementi raccolti durante le visite - sottolinea il Rapporto nel capitolo dedicato alla tutela della salute mentale - pongono i trattenuti a serio rischio di sviluppare segni e sintomi di disturbi post-traumatici complessi, con possibili evoluzioni anche gravi per la salute fisica e mentale". Quello che in merito in tutti i centri visitati è stato confermato dal personale sanitario e dalle persone trattenute, è infatti l'utilizzo improprio di psicofarmaci. La percentuale riportata di persone trattenute a cui vengono somministrati psicofarmaci a Macomer è del 50%. Tra i farmaci più frequentemente acquistati oltre a quelli di uso comune vi sono ansiolitici, antipsicotici, neurolettici e antidepressivi.
"Per una chiusura completa dei CPR"
"Il ricorso alla somministrazione di psicofarmaci nei CPR non può essere considerato la soluzione per tenere tranquilli i trattenuti. Non si tratta di curare ma di anestetizzare, di spegnere il disagio che nasce da condizioni disumane e privazioni insensate. Ciò che occorre non è sedare la persona bensì dare senso a questa assurdità, ovvero mettere in discussione l'esistenza stessa di luoghi che producono sofferenza e alienazione. Solo così si restituisce dignità alle persone". La conclusione del Tavolo Asilo e Immigrazione è univoca: chiusura dei CPR e superamento di una normativa europea e interna sulla cosiddetta detenzione amministrativa definita "fallimentare".
Le ultime parole del Rapporto sono però quelle di Hannah Arendt: "Il vero pericolo non è che il mondo diventi disumano, ma che l'uomo si abitui a viverci dentro". La speranza del cambiamento sta quindi nella consapevolezza collettiva che prima ancora di essere costruiti, i muri esistono nel momento in cui smettiamo di vedere le persone che vi vengono rinchiuse.




