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Contro il burnout, verso la natura: il crescente bisogno di rallentare in un mondo sempre connesso

Se da un lato si parla sempre di più di burnout e tecnostress, quello che parallelamente cresce è anche l'interesse per le piante officinali, il foraging e i saperi tradizionali legati alla natura. Un fenomeno che riguarda sempre più persone e che in Sardegna si intreccia con la riscoperta di un patrimonio botanico e culturale tramandato per generazioni.

Natascia Talloru
Natascia TalloruCorrispondente
10 GIU 2026
5 min
Foto di Natascia Talloru

Foto di Natascia Talloru

Da diversi anni oramai si assiste a un crescente e progressivo ritorno di interesse nei confronti della natura, in tutte le sue declinazioni e nella sua moltitudine di dimensioni. Il recupero del rapporto con l’ambiente naturale in modo maggiormente proattivo rispetto ai decenni che ci hanno preceduto, dove al contrario si tendeva ad abbandonare le campagne e a desiderare una vita in città, non appare più soltanto come una tendenza “green” e “new age” o come un’estetica legata al benessere, ma come una vera esigenza esistenziale, sentita particolarmente da chi per l’appunto, al contrario, la città l’ha vissuta.

Un fenomeno che non riguarda quindi soltanto chi abita nei paesi ma coinvolge sempre più gli abitanti dei grandi centri urbani, come conseguenza (forse) di ritmi accelerati e sovraccarico digitale nei quali ci troviamo immersi; cittadini e non.

Il bisogno dell'alternativa

In Italia lo stress tecnologico e il burnout rappresentano oggi un’emergenza  psicosociale. Si stima che circa sei milioni di italiani soffrano di stress da lavoro, con oltre il 30% dei lavoratori dipendenti che sperimenta esaurimento emotivo e distacco, incrementato da tecnostress, continua esposizione ai social media e isolamento, i quali sarebbero responsabili della cosiddetta FOMO (Fear of Missing Out) associata a disturbi del sonno e allo sviluppo di sentimenti di solitudine.

Di fronte a una società sempre più dominata dalla tecnologia e dall'iperconnessione, si avverte il bisogno di costruire spazi alternativi — di lavoro, di cura o di svago — capaci di creare delle condizioni che possano consentire un contatto autentico con la vita lenta, con i propri ritmi naturali e con le proprie capacità di metabolizzazione dello stress, e che stimolino una maggiore consapevolezza sul territorio e sul paesaggio.

In questo contesto si inserisce non solo l’aumento delle attività all’aria aperta, come il trekking e il climbing, ma anche un crescente interesse verso quelle usanze culinarie e curative, facenti parte della medicina popolare, nella quale rientrano le piante officinali e commestibili della tradizione erboristica, utilizzate non solo a scopo curativo ma anche nutrizionale. La ricerca delle proprietà delle piante accompagna difatti l’essere umano fin dalle origini della civiltà: dalla medicina cinese, egizia e indiana fino alla tradizione dei popoli del Mediterraneo, le piante hanno rappresentato per secoli uno strumento terapeutico, alimentare e culturale.

Fitoterapia, fitoalimurgia memoria popolare tradizionale

Oggi, nonostante l’enorme sviluppo della farmacologia moderna, la fitoterapia continua a suscitare interesse non solo ad uso popolare ma acquisisce sempre più credibilità anche in ambito scientifico. Molti principi attivi somministrati come farmaci di sintesi nella medicina ufficiale derivano dal mondo vegetale e le ricerche attuali indagano su tutta una serie di sostanze derivanti dal metabolismo delle piante, in continua espansione ed evoluzione, conseguenti in parte all’adattamento delle stesse nei confronti dei cambiamenti climatici. La ricerca scientifica considera le piante una risorsa preziosa per l’estrazione continua di sostanze attive per lo sviluppo di nuovi farmaci utili nei confronti delle malattie dell’essere umano e degli animali, le quali potrebbero essere prodotte dalle piante come conseguenza dei mutamenti climatici e ambientali.

La Sardegna, da questo punto di vista, rappresenta uno dei territori con una varietà botanica tra le più interessanti e ricche del Mediterraneo. Il clima dell’isola e la sua posizione geografica hanno favorito storicamente la presenza di una flora officinale straordinariamente ampia, ancora oggi in parte poco conosciuta. Dalle zone costiere sino alle montagne dell’entroterra boschivo, le erbe spontanee hanno accompagnato la vita delle comunità locali non soltanto nella cura delle malattie ma anche nell’alimentazione quotidiana. I sardi, come altri popoli del Mediterraneo, hanno avuto frequenti rapporti trofici con le erbe selvatiche: si pensi all’alternanza di periodi di carestia e di siccità, alle invasioni di cavallette, alle guerre e alle pestilenze dove la fame avrebbe anche indotto le popolazioni ad un consumo maggiore della flora locale come principale fonte nutrizionale, in alcuni casi sfociata in un uso irrazionale.

È in questi contesti che si sono incontrate la fitoterapia, la fitoalimurgia (ovvero la scienza e l’arte di raccogliere le piante spontanee commestibili) e la memoria popolare tradizionale. Per lungo tempo le erbe spontanee hanno rappresentato una risorsa fondamentale, entrando a far parte di quelle conoscenze tramandate oralmente e che la scienza oggi vorrebbe approfondire. Un patrimonio fatto di nomi popolari, ricette, pratiche di raccolta e di trasformazione e di saperi che, se non tutelati, oggi rischiano di scomparire, associati allo spopolamento dei piccoli centri.

La natura come terapia

Eppure, proprio mentre il mondo accelera, cresce anche il desiderio opposto: rallentare. Tornare nei territori isolati, camminare nei boschi, raccogliere le erbe e i funghi, ristabilire un contatto più autentico e rispettoso con tutti gli esseri che vi abitano, imparare a riconoscere profumi e cambiamenti stagionali. Non è un caso che pratiche come il “foraging” o il cosiddetto “bagno di foresta”, nato in Giappone, vengano oggi considerati strumenti utili contro stress, burnout e tecnostress.

Le trasformazioni digitali degli ultimi anni hanno infatti modificato profondamente il rapporto tra vita privata e il lavoro. La reperibilità continua, il sovraccarico di notizie e informazioni e l’iperconnessione stanno facendo emergere nuove forme di affaticamento mentale ed emotivo. Il burnout, un tempo associato soprattutto alle professioni di assistenza, oggi include trasversalmente lavoratori e lavoratrici di ogni settore.

In questo scenario, la natura assume dunque anche un valore terapeutico e simbolico: non come fuga romantica dalla modernità, ma come possibilità concreta di riequilibri, di radicamento e stabilità, di ritrovamento dei propri ritmi. Le erbe medicinali e commestibili tornano così a rappresentare non soltanto una risorsa, ma anche un modo diverso di abitare il tempo e il territorio.

Recuperare il sapere delle piante significa allora recuperare attenzione, manualità, capacità di osservazione e memoria. Significa creare spazi di vita meno dipendenti dalla frenesia e maggiormente in linea coi ritmi personali di ciascuno. Una conoscenza storica e antica questa che, qualora si riuscisse a preservare, potrebbe apparire – forse più che mai – profondamente contemporanea e socialmente influente, oppure – per dirla in termini moderni – potrebbe anche risultare maggiormente “influencer” per noi tutti.

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