Chi SiamoRedazioneContatti

Oltre la Cronaca

AmbienteAttualitàCulturaMondoPoliticaSocietàSport

Progetti

ApprofondimentiSocialVideoPodcast
Sardegna Oltre la Cronaca
Sostienici
Sardegna Oltre la Cronaca

Il Giornale

Chi SiamoRedazioneContatti

Oltre la Cronaca

AmbienteAttualitàCulturaMondoPoliticaSocietàSport

Progetti

ApprofondimentiSocialVideoPodcast
Sostienici
Sardegna Oltre la Cronaca

Un punto di riferimento per l'informazione libera e indipendente. Raccontiamo i fatti con dedizione e passione.

Il Giornale

Chi SiamoLa RedazioneContattiPubblicità

Esplora

AmbienteAttualitàCulturaMondoPoliticaSocietàSport

Seguici

Privacy PolicyCookie PolicyTermini d'Uso

© 2026 Sardegna Oltre la Cronaca. Tutti i diritti riservati.

Sviluppo e Design: BearSolutions
HOME/OLTRE LA CRONACA/SOCIETÀ
Società

La giornata che non finisce: lavoro digitale, burnout e nuove forme di alienazione

Il lavoro digitale ha dissolto i confini tra tempo professionale e vita privata, rendendo la connessione continua e incidendo su benessere e relazioni. Tra burnout, iperconnessione e paura di essere sostituibili, quella che emerge è la necessità di ridefinire limiti e spazi per tutelare la salute di lavoratori e lavoratrici. Ne parliamo con lo psicologo Pierpaolo Mascia.

Sara Brughitta
Sara BrughittaAutrice
6 MAG 2026
6 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

La giornata lavorativa non inizia più, e non finisce mai. Si insinua nei momenti che dovrebbero restare vuoti, si allunga oltre il tempo che le si dovrebbe concedere. Una notifica, una mail, una risposta veloce che diventa un’altra richiesta; non c’è più un cartellino da timbrare, né una porta da chiudere davvero. Eppure, c'è stato un tempo in cui lo spazio lavorativo ha avuto confini chiari: la fabbrica prima, l’ufficio poi. Luoghi separati, con un dentro e un fuori dove uscire dallo spazio di lavoro significava, almeno in parte, interrompere. Oggi quella soglia è diventata porosa. La diffusione del lavoro digitale ha spostato la produzione nello spazio domestico, ma soprattutto l’ha distribuita nel tempo, rendendola difficile da circoscrivere.

«La fabbrica e l’ufficio imponevano una barriera fisica: uscire di casa, chiudere una porta. La dimensione domestica ha offuscato questo passaggio», spiega lo psicologo del lavoro Pierpaolo Mascia. Il cambiamento, però, non è solo logistico. «Quando vengono meno i confini spaziali, cambia inevitabilmente anche la percezione del tempo: non c’è più un inizio e una fine riconoscibili». Non si tratta quindi solo di lavorare di più, ma di non potere più smettere davvero.

Connessione e isolamento

In Sardegna, questa trasformazione si innesta su un terreno già friabile. I dati ISTAT mostrano un tasso di disoccupazione che si mantiene intorno al 9,26%. In un contesto segnato da precarietà e discontinuità, il lavoro da remoto ha rappresentato per molti un’opportunità, quella ovvero di restare sull’isola lavorando (anche) per realtà esterne. Eppure, accanto a questa apparente apertura, si è affermata una nuova forma di isolamento. «La mancanza di un luogo fisico riduce le possibilità di creare reti e nuove attività sul territorio, aumentando la solitudine di chi lavora», osserva Mascia.

La possibilità di restare non coincide necessariamente con una maggiore qualità della vita: il lavoro entra negli spazi domestici senza spesso lasciare altro spazio. Nel 2024 infatti, un’analisi rilanciata da ANSA ha evidenziato un aumento dello stress lavoro-correlato in Sardegna, con particolare incidenza nelle aree urbane di Cagliari e Sassari. Più che la quantità di lavoro, sembra essere la sua pervasività a incidere sull’equilibrio quotidiano.

Dentro il lavoro

Ulteriore questione è il fatto che se nella tradizione industriale l’alienazione era una forma di distanza, oggi sembra configurarsi come una forma di prossimità estrema. «Se in passato l’alienazione era legata alla perdita dei mezzi di produzione, oggi passa attraverso la pressione a non rallentare il processo produttivo», spiega Mascia. Così, chi lavora tende a percepirsi non più come soggetto del processo, ma come possibile limite, «quasi un ostacolo alla perfezione del sistema».

Nel lavoro da remoto questa dinamica si accentua ulteriormente. «Le persone lavoratrici non sono più percepite come colleghi o colleghe, ma più come un terminale che riceve input e restituisce output», prosegue sempre. Una trasformazione che include le modalità di controllo, dove anche nella supervisione emergono contraddizioni. Lavorare da casa può indurre a ritenersi più liberi nella gestione delle mansioni, tuttavia il controllo non essendo più necessariamente visibile o diretto, non coincide direttamente con un’assenza o un allentamento dello stesso. Diventa diffuso, interiorizzato, costante, in linea con quella dimensione culturale che Gramsci avrebbe definito egemonica. «Si sviluppa una condizione di reperibilità continua, in cui chi lavora sente di dover essere sempre disponibile».

Secondo l’INAIL, tra i principali fattori di rischio emergenti figurano proprio l’iperconnessione, il tecnostress (sovraccarico cognitivo dovuto a notifiche echat) e l’ isolamento. E le conseguenze non sono solo psicologiche: uno studio congiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha evidenziato infatti che lavorare oltre le 55 ore settimanali aumenta significativamente il rischio di patologie cardiovascolari.

La paura di essere sostituibili

A questa pressione si aggiunge la  percezione di essere sostituibili. «Non è una sensazione nuova - chiarisce Mascia - ma oggi è amplificata da fattori come la diffusione dell’intelligenza artificiale e degli strumenti automatizzati». Secondo il Future of Jobs Report 2023 del World Economic Forum, entro il 2027 circa il 44% delle competenze lavorative subirà trasformazioni significative. Allo stesso tempo, il McKinsey Global Institute stima che fino al 30% delle attività lavorative potrebbe essere automatizzato entro il 2030.

Non si tratta di una sostituzione totale, ma di una ridefinizione profonda del lavoro. «Il paradosso è che contribuiamo noi stessi, attraverso il nostro lavoro e i nostri dati, a costruire strumenti che potrebbero sostituirci». In questo senso, chi lavora si trova in una posizione ambigua:  lavoratore/lavoratrice e, allo stesso tempo, formatore/formatrice di qualcosa che potrebbe prendere il suo posto.

Il burnout, in questo contesto, assume forme diverse. Non è più soltanto un esaurimento improvviso, ma una condizione progressiva. Secondo Gallup, circa il 40% di lavoratori e lavoratrici a livello globale dichiara di sperimentare stress quotidiano. Ma cosa si intende per burnout? «Il burnout è un sovraccarico di responsabilità cognitive ed emotive che supera la capacità di gestione della frustrazione e trasforma il lavoro in una relazione basata sulla performance, più che sugli aspetti umani», spiega Mascia.

Questa pressione non si distribuisce in modo uniforme. «Il burnout è stato storicamente studiato su modelli maschili - sottolinea Mascia - e applicare gli stessi criteri alle donne rischia di produrre una lettura distorta del fenomeno». Per molte lavoratrici infatti il problema non riguarda solo le condizioni di lavoro, ma anche il percorso necessario per accedervi. Allo stesso tempo, la trasformazione del lavoro incide sul piano collettivo. «La frammentazione e l’isolamento contribuiscono a smantellare quella che un tempo era una coscienza di classe», aggiunge Mascia. E la competizione tende a sostituire la collaborazione: «l’altro non è più un collega, ma un ostacolo».

Il confine che manca

Se un tempo il lavoro occupava una parte della giornata, oggi tende a coincidere con essa. Ma se, stando alle parole di Karl Marx, il lavoro è il luogo in cui l’essere umano si realizza, cosa accade quando non esiste più un fuori? Il lavoro non occupa più uno spazio definito, occupa il tempo tutto? E soprattutto, di fronte a questo scenario, quali possono essere le strategie per salvaguardare la salute fisica e mentale di chi lavora? 

«Dire sempre sì ci fa sentire al sicuro, ma è un’illusione. Il ‘no’ è la forma principale di rivoluzione rispetto a questo sistema, perché dice chi sei, non quello che ti viene chiesto di essere», commenta Mascia. Al rifiuto si affianca la necessità di intervenire concretamente sulla gestione del tempo: «È importante darsi dei limiti, in modo tale da tornare a scegliere come gestire il proprio tempo, invece di farselo gestire».

Consci però che la scelta di dire no non è né automatica né priva di ostacoli, poiché come osserva Mascia «il datore di lavoro ha un potere molto forte sulla vita di lavoratori e lavoratrici, e questo rende difficile opporsi. Ma anche solo recuperare uno spazio di scelta cambia la prospettiva». Il consiglio allora diventa quello di disconnettersi.

«Sarebbe utile, in un certo senso, ‘alienarsi’ dai dispositivi elettronici per riappropriarsi degli spazi e del tempo - conclude Pierpaolo Mascia. «Anche una notifica può riportarti dentro il lavoro, interrompere una passeggiata, una lettura. Prendere distanza da questo flusso continuo significa tornare a essere presenti nella propria vita».

Condividi:

Resta aggiornato

Iscriviti alla newsletter per ricevere le ultime notizie.

Contenuto SponsorizzatoAdvertisement

Commenti

Partecipa alla discussione

Non sarà pubblicata

Resta aggiornato

Iscriviti alla newsletter per ricevere le ultime notizie.

AdvertisementPUBBLICITÀ

Da non perdere

01

La genitorialità non è una questione privata

Società
02

La cura dietro una porta blindata: il caso della Neuropsichiatria infantile di Cagliari

Società
03

Per il diritto alla salute in Sardegna serve una rivoluzione copernicana

Società

Correlati in Società

Immagine di repertorio CanvaSocietà

La genitorialità non è una questione privata

In Sardegna è partita dal primo novembre la prima sperimentazione in territorio italiano di "phone ban". Viene descritto come divieto ma è più un patto di disconnessione dagli smartphone nei ristoranti, con l'obiettivo di riportare il dialogo nei pasti in famiglia. Nei 15 locali che hanno aderito volontariamente le famiglie riceveranno materiale informativo, giochi e una guida su bambini, bambine e adolescenti in un mondo sempre più digitale. L'obiettivo è "disconnettere" le persone minori, rendendo inoltre i genitori consapevoli dei rischi e delle opportunità dell'uso degli strumenti tecnologici. Quello che però ci siamo chiesti, andando oltre la sperimentazione in sé, è quali siano le condizioni e il contesto in cui oggi vivono le famiglie in Sardegna. Lo abbiamo chiesto all'associazione cagliaritana MAMAS, il testo che segue è una loro riflessione.

Uno scatto all'interno del repartoSocietà

La cura dietro una porta blindata: il caso della Neuropsichiatria infantile di Cagliari

La testimonianza di una madre, le segnalazioni dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica e le interlocuzioni con le istituzioni raccontano le criticità del reparto ospedaliero di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza di Cagliari: al centro non solo gli ambienti, ma l’idea stessa di presa in cura.