Lo scorso 1 giugno 2026, sul canale Mediaset dedicato alla divulgazione scientifica Focus, una puntata della serie «Enigmi alieni 14» ha riguardato la Sardegna e in particolare i Giganti di Mont'e Prama. Nella puntata gli occhi circolari delle statue vengono dapprima accostati a quelli di personaggi di una nota saga cinematografica fantasy spaziale, e poi - in maniera se possibile ancora meno appropriata - alle statuette votive sumeriche degli oranti di Tell Asmar, per dedurne un contatto con le divinità mesopotamiche Anunnaki, appoggiando la tesi a disinvolte quanto infondate analogie tra la lingua nuragica e quella sumerica (!). Teorie così scollegate dalla realtà si confutano da sole e ne circolano anche di più fantasiose. Più interessante è capire cosa generi questo genere di interpretazioni dei resti del passato.
I Giganti di Mont'e Prama sono le sculture antropomorfe a tutto tondo più antiche del Mediterraneo occidentale, il punto di arrivo di una tradizione scultorea che è espressione di un canone estetico maturato in una Sardegna capace di recepire influssi esterni, elaborarli e di emetterne di propri. Ma la loro importanza, ancor più che come fatto estetico, pesa come fatto sociale. Una serie di statue colossali non è un prodigio che può cadere dal cielo, ma è frutto di lavoro sociale organizzato: pietra cavata, trasportata, sbozzata e rifinita da mani specializzate, con tutte quelle operazioni finalizzate alla realizzazione di un complesso simbolico che veicolava un messaggio ideologico espresso da una elite e leggibile da un intero gruppo umano, che ancora l'archeologia cerca di carpire. Erigere decine di statue presuppone un surplus, una divisione del lavoro, e un'autorità capace di indirizzare quegli sforzi a un fine collettivo.
Il vero problema - l’unico “mistero” - è dunque comprendere la formazione sociale che le ha prodotte, chi controllava il surplus, chi mobilitava il lavoro, quali rapporti tra comunità rendevano necessario un simile sforzo. È questa risposta che il diversivo extraterrestre ruba e nasconde. Attribuire le statue a intelligenze superiori non è solo un errore: è un'espropriazione, che sottrae ai produttori il prodotto e, con esso, ne oblitera la storia.
Una nuova pagina di iperdiffusionismo
Quella espressa nel programma non è una fantasia innocente: è l'espressione televisiva di una lunga tradizione di diffusionismo esasperato, nata nella cultura europea all'apogeo delle sue sciagurate imprese coloniali tra Ottocento e Novecento. L'iperdiffusionismo presuppone che le grandi innovazioni nascano soltanto in pochi centri “superiori”, e che le altre società si limitino a riceverle passivamente, al massimo a rielaborarle e scimmiottarle. Ogni complessità sociale o artistica viene così banalizzata come influenza esterna, ogni variazione stilistica come imitazione mal riuscita. È un paradigma che divide i popoli in inventori e imitatori, e riflette i pregiudizi dell'età coloniale più che la realtà documentata dall'archeologia.
Negare che un gruppo abbia prodotto la propria cultura è il parallelo simbolico del negargli la terra: chi non è autore della propria storia non è soggetto, ma materia da amministrare. Il presupposto è figlio di un’ideologia ottocentesca che vede un solo soggetto storico, l'Europa, mentre tutti gli altri sono “popoli senza storia”. Quando un popolo “altro” produce qualcosa di straordinario, non può essere opera sua: deve venire da fuori.
Queste teorie sono ormai crollate, ma la società che le ha prodotte è mutata solo in parte, e il suo impianto ideologico è sopravvissuto: al posto dei popoli che le nazioni europee avevano eletto a predecessori si sono inseriti equivalenti immaginari: alieni, Atlantide, Anunnaki, etc. Visioni pseudo-archeologiche che preservano il nucleo razzista che le ha generate, e presuppongono razze avanzate che guidano quelle primitive. La variante extraterrestre ne è solo la versione più telegenica.
Esproprio del patrimonio
Già nel 2022 Netflix ha trasmesso «Ancient Apocalypse», una serie ideata da Graham Hancock che sostiene l’esistenza di una civiltà avanzata, perita in un cataclisma diecimila anni fa, che avrebbe trasmesso il proprio sapere ai cacciatori-raccoglitori da cui discendiamo, riscaldando la minestra delle vecchie teorie suprematiste.
Un caso esemplare dell’applicazione di questi concetti è quello del Grande Zimbabwe, un complesso in pietra a secco, capitale di un regno fiorito tra XI e XV secolo, che i colonizzatori bianchi della Rhodesia non potevano accettare come opera di africani autoctoni. Da qui giustificazioni pseudostoriche per un'origine “bianca”, fino a chiamare in causa figure bibliche come la Regina di Saba e una “ricerca archeologica” coloniale che distruggeva le stratigrafie sul campo per rimuovere le “tracce dell'occupazione africana”. Mentre la storiografia cancellava i costruttori, lo stato coloniale della Rhodesia ne occupava la terra, espropriando contemporaneamente patrimonio del passato e suolo.
Liberarci dalla subalternità
Perché questo, meccanismo sebbene in maniera farsesca e ormai ampiamente riconosciuta come tale, continua ad avvenire con il passato della Sardegna? L’isola è forse stata spinta così a lungo ai margini del mondo eurocentrico da essere percepita, anche inconsciamente, come qualcosa di diverso? O non si trova piuttosto in una condizione che non è affatto quella di periferia europea, ma di nodo saldamente inserito in un sistema più ampio?
Non sempre è lo sguardo esterno a produrre queste narrazioni: spesso sono gli stessi sardi ad averle assorbite. Chi ha interiorizzato a fondo la propria subalternità reagisce con l'unico rimedio che un complesso d'inferiorità irrisolto conosce: un passato così irreale, così magnifico, così alieno da seppellire le vicende degli antenati che pretende di glorificare, cancellando la complessità reale di una civiltà e relegandone il lavoro concreto a un oblio spacciato per celebrazione.
L'opposto non è semplicemente "credere alla scienza". È riconoscere il passato come prodotto sociale, e che la sua persistenza, recupero, comprensione e valorizzazione sono il frutto di collaborazione umana diacronica: ancora una volta prodotto sociale. Le statue di Mont'e Prama, col loro peso culturale, sbilanciano equilibri di centralità stabiliti da un paio di secoli e spesso dati per scontati. La fanta-archeologia non corregge quello squilibrio: lo nasconde, appiattisce il dibattito e offre al pubblico di massa un intrattenimento dozzinale al posto della divulgazione che meriterebbe.
All’opposto di fantasticare su padroni immaginari, liberare lo sguardo sul passato dalla sua condizione subalterna vuol dire esattamente porre ogni spazio e ogni comunità al centro di sé, in rapporto con altri centri (e tempi) reciprocamente alieni e, proprio per questo, interconnessi.


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