Provate a entrare, anche solo con l’immaginazione, in una cella dove il tempo non si misura più con le cose che accadono, ma con quelle che non accadono. Il rumore è sempre quello, la luce è sempre quella, le ore si impilano una sull’altra senza differenze evidenti. Il corpo c’è, occupa uno spazio; la mente invece, ha bisogno di appigli. Un libro è uno di questi, poiché introduce una variazione. Un’altra voce, un altro ritmo, un pensiero che arriva dall’esterno, che prova a connetterti con il mondo fuori. Quando quel libro non arriva, non succede niente di eclatante: non c’è un vuoto improvviso, perché il vuoto è già la condizione di partenza di una persona detenuta al 41bis; ma si perde una possibilità.
La storia dei libri negati ad Alfredo Cospito colpisce per l’immagine concreta e misera di quattro libri e un cd bloccati da un ricorso del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Quattro libri: una quantità così piccola che quasi fa male pensarci. Viviamo in case invase da libri che non leggiamo, da pile lasciate sui comodini, da romanzi comprati anni fa e mai aperti. Entriamo nelle librerie e sfioriamo le copertine senza domandarci davvero cosa significhi poter scegliere un libro, comprarlo, portarlo a casa. Ci sembra naturale. Invisibile. Poi scopriamo che esiste un luogo dove tutto questo può essere negato e improvvisamente i libri tornano ad avere un peso.
I titoli richiesti da Cospito non erano testi clandestini o violenti. Erano libri di scienza, romanzi, riflessioni religiose. Eppure, colpisce moltissimo il modo in cui sono stati descritti nel ricorso: non necessari. Superflui. Come se leggere fosse una specie di lusso, un vezzo da concedere soltanto a chi sta fuori.
Necessità
È una parola terribile, “necessario”, quando entra nelle mani delle istituzioni perché poco a poco restringe tutto. Necessario diventa mangiare, dormire, respirare. Essere mantenuti vivi. Il resto si può togliere. Non sono una giurista e non so discutere il 41-bis nei termini tecnici in cui ne parlano magistrati, ministri e addetti ai lavori. Però credo di saper riconoscere una forma di impoverimento umano quando la vedo. E trovo terribile l’idea che si possa pensare un carcere nel quale una persona non debba avere accesso alla letteratura, alla musica, al pensiero.
I libri non rendono migliori, sarebbe sciocco pensarlo. Esistono persone colte che sono crudeli e persone meno colte che hanno una grande umanità. Ma leggere è importante perché mantiene aperto qualcosa: un rapporto con il linguaggio, con la memoria, con l’immaginazione, con la vita. Da ragazza ho sempre trovato misterioso il fatto che nei regimi autoritari i libri facessero così paura: mi sembrava assurdo che si potesse temere un romanzo, una poesia. Crescendo si comprende sempre di più come non è il contenuto preciso a spaventare: è più l’abitudine a pensare. Per questo i libri vengono censurati, proibiti o bruciati. Per questo si teme sempre chi legge troppo, chi studia troppo, così come chi continua a interrogarsi. E infatti, anche in questa vicenda, la cosa più impressionante non sono i libri in sé. È più l’idea che si debba stabilire se una persona abbia o no bisogno di leggere.
Isolamento
Ci si può domandare come potrebbe essere una giornata dentro una cella del 41-bis, senza però riuscire a immaginarla davvero. Si possono immaginare il silenzio, la ripetizione, il cemento, le ore tutte uguali. La stanchezza della mente prima ancora di quella del corpo. Ed è forse per questo che un libro lì dentro non è soltanto un libro, ma una presenza che interrompe (anche solo per poco) l’impressione che il mondo non finisca contro le pareti di una cella.
La cosa che più inquieta, però, è un’altra: l’abitudine con cui accettiamo tutto questo. Ci abituiamo molto facilmente all’idea che alcune persone possano essere escluse dall’umanità comune. All’inizio diciamo che si tratta di casi eccezionali, di situazioni limite, di individui pericolosi. Poi, lentamente, smettiamo di porci delle domande che dovremmo continuare a farci.
Il problema non è Alfredo Cospito. Il problema è l’idea di Stato che si costruisce attraverso queste decisioni minuscole e ostinate. Uno Stato che decide che leggere non è un diritto fondamentale sta dicendo qualcosa di molto preciso su cosa considera umano e cosa no. Nel ricorso si teme che, concedendo questi libri, la richiesta possa estendersi ad altri detenuti. Come fosse una prospettiva allarmante, come se il fatto che molte persone recluse chiedano di leggere possa costituire un pericolo. Difficile immaginare qualcosa di più triste.
Crudeltà
Ogni epoca ha le sue forme di crudeltà. Alcune sono spettacolari e visibili, altre sono fredde, burocratiche, quasi educate. Arrivano sotto forma di circolari, regolamenti, ricorsi amministrativi. Non urlano, ma lasciano ugualmente segni profondi. E negare dei libri a una persona detenuta è una forma di crudeltà. Non la più grande, certo. Il mondo ne conosce di peggiori. Però è una crudeltà deliberata, pensata, che nasce da un’idea molto povera dell’essere umano: quella che, una volta tolta la libertà, si possa togliere anche tutto il resto, compresa la possibilità di leggere una pagina o ascoltare una canzone. Perfino quella piccola e ostinata compagnia che un libro sa fare a chiunque, anche nelle stanze peggiori del mondo.



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