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Sport

Beranu Cup, il torneo dedicato a Nazioni senza stato e comunità diasporiche

Più di un torneo giovanile: la Beranu Cup ha raccontato come il calcio possa diventare uno strumento di consapevolezza e dialogo tra comunità e nazioni senza Stato. Un articolo di Matteo Cardia.

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22 LUG 2026
5 min
Foto della Federatzione Isport Natzionale Sardu (FINS)

Foto della Federatzione Isport Natzionale Sardu (FINS)

“La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere”, scriveva Eduardo Galeano in Splendori e Miserie del gioco del Calcio. Un’espressione per fotografare il processo subito dal pallone nel tempo, fino a un presente in cui la mercificazione dello sport, a partire dalla sua gestione, ne hanno cambiato alcuni tratti fondamentali. Galeano però riconosce nello stesso libro che il calcio può essere anche bandiera, perché “calcio e patria sono sempre stati legati a doppio filo”.

Sui vincoli di identità, ammette lo stesso giornalista, spesso dittatori e politici ci speculano. Ma se al concetto di patria si avvicina quello di comunità e si affianca la parola rappresentatività, il calcio diventa il motore perfetto per raccontare la storia dei popoli o il motore della loro autodeterminazione. E ciò continua ad avvenire ancora in Sardegna, anche guardando ai più giovani: testimonianza ne è l’ultimo sforzo della Federatzione Isport Natzionale Sardu (FINS) che tra il 5 e il 7 giugno scorso, a Villacidro, ha organizzato la Beranu Cup 2026, torneo internazionale giovanile under 16 dedicato alle rappresentative nazionali di Nazioni senza Stato e comunità diasporiche. Sardegna, Corsica e la rappresentativa della diaspora di Capo Verde si sono sfidate in un torneo che non è stata un’occasione solo sul piano sportivo.

La Sardegna e il suo diritto a esistere

«Rispetto allo scorso anno - spiega Gabrielli Cossu, presidente della FINS - quando siamo partiti in Corsica con la selezione Under 16, ci siamo trovati davanti a una maggiore partecipazione da parte delle società e dei genitori dei ragazzi. Vogliamo creare un progetto sportivo che si distacca da quello che si vede di solito e abbiamo deciso di farlo con i giovani anche grazie a uno staff di primo livello». L’ingresso di Gianfranco Matteoli nello staff dell’Under 16 avvenuto nel 2025 è stato un segno tangibile della volontà di dare maggiore sistematicità al progetto.

L’ex giocatore di Inter e Cagliari, poi responsabile a lungo del settore giovanile rossoblù, è divenuto in breve tempo uno dei punti di riferimento di una squadra dirigenziale che in panchina vede sempre la presenza dell’ex terzino del Cagliari Vittorio Pusceddu. Personalità che hanno sposato le idee della FINS e del suo lato calcistico, capace di unire pallone e identità propria e altrui. Come spiega sempre Cossu, «il nostro obiettivo è quello di far nascere nuove fratellanze. Quest’anno si è aggiunta Capo Verde ed è stata una sorpresa per tutti noi. Forse [sorride] pensando anche ai Mondiali abbiamo portato bene. Vogliamo continuare a dimostrare che la Sardegna nel campo sportivo e umano ha il suo valore e come nazionale ha diritto ad esistere. La crescita della Beranu Cup rafforza questi principi che sono validi sin dal primo anno in cui abbiamo iniziato il nostro percorso su tutti i punti di vista».

Tra numeri e consapevolezza

Due partite per ciascuna selezione. Una vittoria contro Capo Verde e una sconfitta contro la Squadra Corsa per la Natzionale che è stata costruita passo dopo passo attraverso una serie di allenamenti e amichevoli, tra Mogoro, Paulilatino e Masullas. Più di cento i ragazzi che hanno partecipato alle selezioni, quarantasette le società coinvolte. Numeri in crescita, così come quelli delle interazioni sui social grazie anche alla visibilità data dal racconto delle gare su Centotrentuno e sul canale RTS - Radio Televisione Sarda, che aiutano ulteriormente i ragazzi e chi li sta vicino l’importanza di poter rappresentare la propria terra.

«Indossare la maglia e vedere che c’è scritto Sardegna è un primo step per essere più consapevoli di ciò che si fa - continua il presidente Fins - Poi sono gli altri a riconoscerlo: perché quando torni a casa c’è chi ti chiede di quello che hai fatto, cosa ha significato e ti permette di vivere ulteriormente l’esperienza. In questo modo, si capisce in maniera semplice il significato di ciò che si sta facendo e il concetto stesso di nazione. Un messaggio che è più facile da trasmettere ai ragazzi più che agli adulti, che per la loro strada hanno già incontrato i concetti di autonomia, separatismo o la narrazione attuale della Sardegna». Un discorso che potrebbe arrivare anche a chi è lontano fisicamente, ma tenuto vicino dall’idea di essere parte di una comunità a cui si sente di appartenere.

Il caso della squadra che ha vestito la maglia di Capo Verde a Villacidro, oltre ciò che si è visto lungo il Mondiale di calcio ancora in corso con alcune selezioni nazionali, sono solo alcuni esempi della rilevanza delle diaspore nelle dinamiche della società. Una realtà a cui la Natzionale potrebbe guardare anche a livello giovanile. «Chi vive lontano dall’isola sente ancor di più il richiamo - ammette Cossu - abbiamo provato a cominciare a sentire i circoli dei sardi e abbiamo raggiunto alcuni ragazzi e rispettive famiglie in Spagna che potrebbero essere parte del nostro progetto in futuro. Invece, quando abbiamo annunciato i convocati per il torneo in diretta, ho ricevuto dei messaggi dalla Germania: è un aspetto sul quale vogliamo lavorare perché rafforza ulteriormente il concetto che è alla base del nostro progetto».

Una base solida che permetterà in futuro di riprendere il lavoro con la Natzionale senior e di dare continuità al percorso giovanile. Un lato del progetto che ha aperto a un dialogo continuo con le società, con le famiglie, ma soprattutto con i ragazzi che attraverso il linguaggio comune del calcio regalano nuove vesti all’identità sarda.

di Matteo Cardia

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