Saja, Ahmad e Samah arrivano da Gaza. Oggi vivono e studiano a Sassari grazie ai corridoi universitari umanitari istituiti dal Ministero degli Esteri e dalla CRUI, sostenuti dalle borse di studio dell'Ateneo sassarese, della Regione Sardegna e dell'Ersu. Quando ci incontriamo in una gelateria del centro, ammetto di provare una certa agitazione: sono molto curiosa e un po' agitata. Sento di avere di fronte storie e persone delicate e so che dovrò calibrare ogni domanda con estrema cura: non voglio in alcun modo metterli in difficoltà, né spingerli a toccare ricordi che preferiscono tenere per sé. Vorrei solo che si sentissero accolti.
Senza dimenticare l'immensità di ciò che hanno dovuto lasciare, quello che mi interessa davvero capire è cosa abbiano trovato al loro arrivo. Non credo sia stato tutto immediato; un minimo di shock culturale è inevitabile. Passare da una realtà di costante pressione e confini chiusi a un mondo che scardina all'improvviso le regole con cui si è cresciuti deve essere disorientante.
Ad aiutarmi a tradurre le loro risposte c’è la preziosa presenza di Natali Shaheen, palestinese della Cisgiordania che vive a Sassari da qualche anno. All'appuntamento si presentano in tre. Sono ragazzi bellissimi, mossi da un'eleganza levantina naturale e raffinata. Ordiniamo per tutti delle creme al caffè e al pistacchio, più del gelato al melone da condividere. È una giornata calda e i ragazzi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la soffrono molto. Il gelato si rivela la scelta giusta.
Saja si siede al mio fianco, ha 23 anni ed è laureata in giurisprudenza. Avrebbe voluto proseguire qui con una magistrale in linea con i suoi studi, ma si è adattata suo malgrado a un percorso in Servizi e Politiche Sociali. Ha una camicia leggera, i jeans e un bellissimo tatuaggio sul polso. Ha lasciato a Gaza la madre e una sorella. Poi c’è suo fratello Ahmad, ha 27 anni. Emana uno stile spontaneo e decisamente contemporaneo. In Palestina studiava Cybersecurity; qui a Sassari ha dovuto parzialmente reimpostare il tiro, indirizzandosi verso la facoltà di Informatica.
E infine Samah, anche lei 23 anni, due occhi brillanti e colmi di curiosità. Elegantissima e composta, ha una fortissima vocazione per la cura: sta terminando online la laurea in Scienze Infermieristiche iniziata in Palestina e il suo sogno è lavorare in ospedale. Per adesso, non parlando ancora l'italiano, ha dovuto iscriversi a Scienze Politiche perché era l'unico indirizzo accessibile senza test d'ammissione, ma la sua strada rimane quella della sanità. A Gaza ha lasciato la mamma, due sorelle e un fratello.
Qual è stata la primissima cosa che vi ha colpito o sorpreso quando siete arrivati a Sassari?
Saja: «La prima cosa che mi ha colpito arrivando è stata la calma, il silenzio. Probabilmente dipende anche dal fatto che qui non ci sono così tante persone come a Gaza, dove c’è molto più caos, traffico, e la gente parla a voce alta. E poi la gentilezza e la disponibilità dei sassaresi, che mi colpiscono continuamente. Anche in Palestina ci salutiamo tutti per strada; è stato bello trovare fin da subito due cose positive che ci accomunano.
Anche noi abbiamo dei pregiudizi verso di voi, non siamo gli unici a subirli, e siamo partiti da Gaza con questo bagaglio in valigia. All'inizio, per esempio, non capivo gli orari dei negozi: il fatto che durante la giornata ci fossero lunghe ore di chiusura mi sembrava strano, perché da noi è tutto sempre aperto, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Poi ho capito che dietro quella serranda abbassata c'era il valore del tempo; del tempo libero per riposare, pranzare e stare con la propria famiglia, che anche qui è un aspetto fondamentale. Spesso ci fanno credere che in Occidente siate tutti egoisti e senza principi, ma credo che lo pensi solo chi non ha mai viaggiato e non sa quanto sia bello e vario il mondo. Ah, e poi una delle cose più incredibili: quando attraverso la strada, si fermano tutti alle strisce pedonali per farmi passare. A questo non ero proprio abituata».
Ahmad: «Anche a me, come a Saja, ha colpito molto il valore che date al tempo libero; l’importanza di usarlo soprattutto per stare con la famiglia, con gli amici e per coltivare le proprie passioni. Camminando per le strade, la cosa che preferisco è il profumo del gelsomino in fiore, è inebriante. Ma in generale qui sento tanti profumi di cui non conosco l'origine: gli ammorbidenti dei vestiti, le essenze che le persone usano. Li avverto molto e mi piace. Anche a Gaza avevamo degli splendidi gelsomini e, quando fiorivano, sentivamo quel profumo. Poi la guerra si è portata via anche quello. A Gaza non esistono più i profumi, il verde è andato distrutto e l’ultima cosa che fanno entrare oggi non sono certamente le piante. Questo ha causato anche un aumento delle temperature, perché oltre ai profumi non esiste più l’ombra. Prima, tra i palazzi, le costruzioni e gli alberi, uniti alla brezza marina, Gaza era un posto dal clima abbastanza mite, non c’era il caldo che c’è qui, per esempio. Ora invece la temperatura è molto più alta per via di questa totale mancanza d'ombra. Poi mi ha colpito vedere come custodite il passato: i palazzi del centro storico, i vecchi pavimenti... Qui ogni cosa antica ha una storia che viene protetta per rispetto di chi c'era prima e per chi verrà dopo.
All'inizio, appena arrivati, ci sentivamo molto osservati. Questa cosa un po' mi spaventava, non ne capivo il motivo. Poi è capitato che qualcuno si avvicinasse; non comprendevo subito le parole, le espressioni però erano gentili. La gente era solo curiosa di conoscerci, di farci sapere che ci sosteneva. Questo è sempre molto bello. Noi siamo un popolo molto ospitale e ci fa piacere ritrovare questa stessa accoglienza nei sardi. Anche se, a dire il vero, c’è una cosa curiosa: da noi, quando conosci qualcuno, da quel momento in poi ci si saluta sempre. Qui ho notato che capitava di fare amicizia con degli studenti, di chiacchierare e magari l’indomani, incrociandoci, non mi salutavano. Non capivo questa reazione, così ho iniziato a fare il primo passo: una volta, ad esempio, ho fatto assaggiare loro un piatto palestinese. Erano felicissimi, è piaciuto molto. Continuare a essere ospitali anche in un paese che ci accoglie per noi è importante; mantenere il nostro modo di essere, anche quando non siamo i padroni di casa, ci unisce e ci rende liberi. E poi siamo persone molto ordinate. Io sono sempre stato abituato da mia madre a fare le faccende di casa e a tenere puliti i miei spazi. Chiunque entri nella mia camera alla casa dello studente rimane colpito. Credo che anche questo sia un piccolo pregiudizio su di noi che si scioglie».
Samah: «La cosa che mi ha colpito di più è stato l’arrivo all’aeroporto: un’accoglienza fatta di abbracci e saluti, come se avessimo ritrovato una famiglia. Prima di partire pensavo che nessuno ci avrebbe considerati più di tanto; invece ho sentito subito la solidarietà di un’intera isola; un’umanità emozionante che ci ha scaldato il cuore. Anche a me, come ad Ahmad e Saja, ha colpito molto la quiete che si respira qui. Mi sento in un posto protetto. Di recente ho avuto un problema di salute e mi hanno portata in ospedale in ambulanza: è arrivata così velocemente che ero incredula. Ma la cosa più bella è stata l'assistenza. Mi hanno curata subito e tutti sono stati gentili e incredibilmente rispettosi. Prima di visitarmi mi chiedevano sempre il permesso, per essere sicuri di non turbarmi. E questo nonostante fossi ancora senza documenti».
La normalità
Mentre ascolto le parole dei ragazzi, tradotte dalla voce appassionata di Natali, mi rendo conto di come la nostra normalità diventi per loro una rivelazione. Penso a come le strisce pedonali - per noi una noiosa regola del codice della strada - per chi arriva da un contesto in cui l’incolumità fisica è costantemente minacciata, si trasformino nella scoperta che il proprio corpo ha di nuovo un peso, una dignità e un diritto nello spazio pubblico. Lo stesso accade con le serrande abbassate del primo pomeriggio e della domenica. A Gaza l’infrastruttura sociale e commerciale non si ferma mai, tutto è sempre aperto in una densità umana continua, e trovare una città intera chiusa a chiave alle due del pomeriggio all'inizio è uno shock. Elementi come il profumo dei gelsomini - che un tempo faceva parte anche del loro quotidiano - o la prontezza di un'ambulanza, diventano l'incontro con qualcosa che non erano più abituati a vivere.
Le parole di Ahmad sulla scomparsa dei profumi e dell'ombra a Gaza, spazzati via insieme a tutto il resto, colpiscono profondamente. Sono i dettagli invisibili della guerra, quelli che non riusciamo a immaginare. Di un conflitto vediamo sempre la parte più atrocemente visibile: le bombe, le macerie, le vittime. Ma c'è un intero mondo sottile che si scompagina; non crollano solo le cose, svaniscono anche i profumi e le ombre, elementi naturali e primari di quotidianità.
C'è una dignità composta nel modo in cui Ahmad ne parla, così come nel modo in cui Saja e Samah leggono la riservatezza dei nostri coetanei o l'efficienza delle nostre istituzioni sanitarie come gesti di pura umanità. Davanti a questi gelati che si sciolgono velocemente per il caldo, i pregiudizi reciproci che confessano di aver messo in valigia sembrano già svaniti, sostituiti da una straordinaria e condivisa curiosità.
Fino a questo momento sono emersi soprattutto gli aspetti positivi del loro arrivo a Sassari. Ma un'accoglienza vera ha anche le sue crepe, le sue farraginosità burocratiche e le sue solitudini, non basta accogliere per risolvere tutto. Chiedo loro di indicarmi almeno una nota negativa. E, in effetti, non si fanno pregare.
Se da un lato li ha sorpresi il calore umano, dall’altro li ha colpiti la mancanza di un’accoglienza istituzionale davvero strutturata. «Pensavamo che al nostro arrivo saremmo stati sottoposti a visite mediche prioritarie, anche solo per capire se avessimo malattie infettive o comunque per conoscere il nostro stato di salute generale per via della guerra». Dicono una cosa sacrosanta. D’altronde questi ragazzi sono rimasti sotto le bombe per tre anni, respirando l'impossibile. Gaza è stata colpita da una quantità di esplosivo senza precedenti: 100.000 tonnellate sganciate con una ferocia inaudita hanno sprigionato per trentasei lunghi mesi metalli pesanti, polveri sottili, IPA e particolato e chissà cos’altro. Per chi vive in Sardegna, è come se questi ragazzi avessero passato tre anni all'interno di una condotta del polo industriale di Porto Torres o dell'area di Sarroch, senza mai poter uscire.
Il supporto maggiore, mi spiegano, arriva dal basso: dai volontari della rete "Studenti per Gaza", e da associazioni come "Ponti non Muri" ed "Emergency". Per alleggerire la tensione provo a spostare il discorso sulla cucina, convinta di strappare un sorriso. La risposta, invece, apre uno spaccato di nostalgia quotidiana. Mi confessano che mangiano un po' troppa pasta, a cui non erano abituati e raccontano la difficoltà di trovare, a volte, carne Halal, fondamentale per la loro cultura. Più che un pasto pronto, ai ragazzi manca la dimensione intima del cucinare: la sera vorrebbero poter preparare da soli i piatti della loro tradizione nei propri spazi, un gesto che li farebbe sentire un po' più a casa. C'è poi una questione logistica: la mensa universitaria non si trova nello stesso edificio della Casa dello Studente dell'Ersu, e questo li costringe a uscire a ogni pasto. Resta però la certezza che, con il tempo, riusciranno ad adattarsi anche a questo.
Come immaginate il vostro futuro, anche nel breve termine, da qui a cinque o dieci anni?
Samah: «Tra dieci anni avrò sicuramente finito di studiare e spero di essere riuscita a portare qui la mia famiglia, per poter finalmente stare insieme. Poi mi immagino a lavorare nel campo sanitario, che è la mia strada. Quando ero a Gaza ho avuto la fortuna di affiancare dei medici italiani e di stare con loro in sala operatoria: professionisti animati da una grande passione e da una profonda attenzione per gli altri, che sono riusciti a trasmettermi questa vocazione. Ecco perché, quando ho saputo che sarei potuta venire a studiare proprio nel loro Paese, sono stata immensamente felice.»
Se Samah ha le idee chiare sul suo domani, per Hamad e Saja l'orizzonte è più sfumato. Si guardano e la loro risposta arriva insieme. Breve, ma disarmante.
Ahmad e Saja: «È difficile rispondere. Questo futuro è diventato talmente grande di colpo che è complicato anche solo provare a immaginarlo. Per tre anni, l’unico pensiero che abbiamo avuto ogni singolo giorno è stato arrivare vivi alla sera. Siamo passati dal non avere né un presente certo né tantomeno un futuro, ad averne davanti uno enorme, tutto insieme. Il domani è un’idea a cui dobbiamo ancora abituarci, qualcosa che non ci appartiene del tutto».
Gaza è il mare
Siamo tutti figli dello stesso mare, il Mediterraneo, ma ognuno di noi lo guarda in modo diverso. Allora chiedo: che cos'è il mare, visto da quest'isola? Che effetto fa guardare lo stesso mare da una sponda diversa? Per Saja è un legame liquido che accorcia le distanze: «Sono cresciuta sulla sponda della Palestina e oggi, guardando questo stesso mare da un’altra riva, non lo vedo come una separazione, ma come un filo che unisce. Quando mi fermo a osservare l'acqua qui in Sardegna provo nostalgia, ma anche un senso di appartenenza: è come se ritornassi a una parte della mia terra. Sento che questo mare custodisce i miei ricordi, diventando al tempo stesso un elemento di nostalgia e di protezione. Anche se, per me, il mare di Gaza rimarrà sempre il più bello».
Se per Saja il mare protegge, per Samah l'orizzonte è il luogo dove si scontrano destini opposti: «A Gaza, guardare il Mediterraneo significava provare un senso di attesa, un misto di sogni e di confini, di privazione e libertà. Era l'unica via di fuga visiva, un respiro profondo di possibilità. Oggi, guardandolo da quest'isola, l'effetto è potente. Mi fa riflettere su quanto da questo lato sinonimo di spensieratezza, turismo e pace, e dall'altro un limite invalicabile, lacerato dal dolore. Ma guardarlo da qui mi dà forza: mi ricorda da dove veniamo tutti, solo con storie diverse».
Il Mediterraneo è uno solo e ci siamo dentro tutti, nonostante ci sia chi vuole dividerlo con confini d'odio. Le nostre storie si incrociano, come conclude Ahmad: «A Gaza il mare faceva parte della quotidianità, anche se non sempre c'era la possibilità di viverlo. Sapere che queste stesse onde raggiungono coste diverse mi fa sentire meno lontano da casa. Oggi, guardandolo da qui, dalla Sardegna, lo vedo in modo diverso. Sento di avere ancora molto da scoprire di fronte a lui, e che le emozioni che mi trasmette continueranno a crescere e a cambiare nel tempo».
Se doveste descrivere Gaza a una persona di Sassari attraverso un sapore, un'abitudine o un paesaggio della vostra terra, cosa scegliereste?
Saja: «Se dovessi descrivere Gaza, inizierei con il profumo del pane cotto nel forno tradizionale, del timo, e della tazza di tè del mattino. Parlerei del calore della famiglia, dei momenti condivisi attorno al cibo e al caffè, e del mare che accompagna ogni dettaglio della vita quotidiana. Per me Gaza non è solo ciò che il mondo vede nei notiziari: sono le persone gentili, la capacità di aggrapparsi alla vita e alla speranza nonostante tutto. Gaza è pazienza e resilienza. Noi gazawi abbiamo una grande capacità di sopportare e di adattarci a ogni situazione, nonostante le difficoltà e il peggioramento delle condizioni, continuiamo ad amare la vita. Perché quella che in arabo chiamiamo Watan - la nostra terra, le nostre radici - non è solo un ricordo del passato: è il presente e soprattutto il futuro. C’è una frase dello scrittore Ghassan Kanafani che porto sempre nel cuore: "Abbiamo sbagliato quando abbiamo pensato che la nostra terra fosse soltanto il passato. Essa è anche il futuro"».
Ahmad: «Se dovessi raccontare Gaza a qualcuno di Sassari, sceglierei una scena normale: una famiglia seduta a tavola. Da noi il momento dei pasti è centrale, non serve solo per mangiare, ma è il modo principale per stare insieme e tenersi uniti. Mi piacerebbe anche far sentire il profumo del pane appena sfornato o mostrare come prepariamo i nostri piatti tradizionali. C'è molta cura in quei gesti, che raccontano bene il significato di casa per noi. Gaza è questo: il senso della famiglia, la condivisione e l'attenzione ai piccoli dettagli di ogni giorno. Più che un luogo o un'immagine stereotipata, è una somma di momenti quotidiani».
Samah: «Se dovessi far conoscere Gaza a un cittadino di Sassari, non parlerei di confini e difficoltà, ma di vita quotidiana, per scoprire che non siamo così diversi. Sceglierei un sapore, un’abitudine e un paesaggio. Comincerei con il profumo del cardamomo nel caffè, caldo e accogliente, o la dolcezza della Knafeh, il nostro dolce tradizionale. Poi direi che Gaza e Sassari hanno lo stesso sapore della condivisione, dello stare insieme in famiglia. Da noi il cibo non è mai solo cibo, è il nostro modo più sincero di dare il benvenuto. Anche le nostre abitudini si somigliano. Per il valore che diamo alla famiglia e ai vicini, a Gaza, proprio come in Sardegna, le porte sono sempre idealmente aperte. Ci si aiuta tra vicini e ci si saluta per strada. Questo senso di comunità l’ho ritrovato qui. E infine, il paesaggio. Abbiamo lo stesso tramonto sul mare, di un colore oro e arancione intenso. Quando cammino qui e vedo il sole che cala, ritrovo quei colori. Gaza è una terra di ulivi e di mare, proprio come la vostra».
C'è qualcosa di cui non abbiamo parlato, un pensiero, un ricordo o un messaggio che vi farebbe piacere condividere liberamente in questa intervista?
Ahmad: «Vivere in un Paese nuovo mi sta insegnando quanto sia importante essere curiosi verso gli altri. A volte abbiamo paura di ciò che non conosciamo, ma basta una conversazione sincera per scoprire quante cose abbiamo in comune. Spero che questa esperienza in Italia mi aiuti a costruire il mio futuro e a creare legami autentici con persone di culture diverse. Credo che l'ascolto sia uno dei doni più preziosi che possiamo offrirci a vicenda».
Saja: «Ho imparato che si può sempre ricominciare, anche quando sembra impossibile. Trasferirsi in un nuovo Paese non è facile, ma mi sta insegnando che la speranza può convivere con la nostalgia e che il dialogo tra culture diverse è l’unico modo per unire le persone. Spero di poter essere una presenza positiva in questa nuova comunità che mi ha accolta, senza perdere le mie radici e la mia identità. Mi piace ricordare una frase del poeta Mahmoud Darwish: "Che cos’è la tua terra? Non è una domanda a cui si risponde per poi voltare pagina. È la tua vita, è la tua causa"».
Samah: «C’è un ultimo pensiero che porto con me, il più importante. Oggi sono qui e studio per costruirmi un futuro, ma una parte della mia anima è rimasta là. La mia famiglia è ancora a Gaza, esposta al pericolo ogni giorno. Essere in Italia e studiare è un traguardo, ma finché non riuscirò a portare tutti al sicuro, questo domani sarà sempre a metà. Penso soprattutto ai miei fratelli: vorrei che attraverso lo studio potessero avere anche loro il diritto di istruirsi e vivere in pace. Sassari e la Sardegna hanno un profondo senso della comunità e della famiglia, esattamente come noi. Per questo sento che questa terra è il posto giusto per riunire la mia: nessun futuro è completo se non puoi condividere la sicurezza con chi ami».
La nostra intervista si conclude qui. Mentre trascrivo le loro parole, penso a quanto attraverso loro sia riuscita a vedere noi e soprattutto non riesco a levarmi dalla testa la questione del mare. Ho mangiato un gelato con tre ragazzi palestinesi che si trovano a ridefinire le proprie vite dentro una storia immensa. C'è un paradosso in questo incontro: due studentesse e un ragazzo di Gaza possono conoscere Natali, che arriva dalla Cisgiordania, solo qui a Sassari, perché a casa loro i muri, i check point e i confini lo impediscono. Loro sono cresciuti davanti a un mare che non potevano attraversare; lei è cresciuta con l’idea di un mare che non poteva vedere, perché non aveva più una terra da attraversare e la libertà di raggiungere la costa.
Oggi sono qui, lontani da casa, senza sapere quando potranno riabbracciare le loro famiglie. Al momento, entrare o uscire da Gaza è impossibile. Eppure, in questo disorientamento, resta la spinta di Ahmad a fare il primo passo, a offrire un piatto tipico e a restare accogliente in una terra che, un po' alla volta, vuole iniziare a sentire anche sua.



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