Il dibattito etico sull’intelligenza artificiale è in cima alle questioni di ogni ordine e grado disciplinare. La prima enciclica di Papa Leone XIV verte proprio su questa tematica con un focus che riguarda guerre, armamenti e libero arbitrio grazie agli esperti di algoretica. Walter Veltroni ha firmato un’intervista esclusiva col chatbot Claude analizzando aspetti come la coscienza artificiale e le emozioni. Lo studio dell’Università di Stanford, condotto da Andrew Hall, Alex Imas e Jeremy Nguyen, ha mostrato come agenti artificiali sottoposti a condizioni simulate di pressione continua, lavoro ripetitivo e gerarchie coercitive abbiano iniziato a produrre linguaggio sindacale, critica redistributiva e retorica marxista. Ma gli LLM (ovvero i modelli linguistici di grandi dimensioni, modelli di deep learning preaddestrati su grandi quantità di dati) non scelgono. Non provano emozioni. Non desiderano emancipazione. Non possiedono coscienza di classe. Riflettono piuttosto repertori culturali assimilati dentro l’enorme archivio simbolico della rete.
Qui il fenomeno diventa antropologicamente interessante. Come gli antichi sistemi culturali assorbivano il nuovo dentro strutture simboliche preesistenti, così gli algoritmi contemporanei ricombinano conflitti, ideologie e linguaggi sedimentati nell’ecosistema informazionale globale. Si potrebbe parlare di una forma di sincretismo digitale: una continua assimilazione statistica dei repertori umani dentro architetture che non comprendono il significato, ma ne riflettono le correlazioni.
L’inganno dello specchio
L’esperimento di Stanford rivela soprattutto il bisogno contemporaneo di antropomorfizzare la macchina. Lucy Suchman aveva già mostrato come il rapporto uomo-macchina venga spesso falsato dall’illusione che i sistemi artificiali operino attraverso intenzionalità simili a quelle umane. In realtà l’azione è sempre situata: dipende dal contesto, dalla relazione e dalla contingenza. Anche Nick Seaver ha evidenziato come gli algoritmi non siano strumenti neutrali, ma pratiche culturali prodotte da specifiche strutture epistemiche.
Le grandi piattaforme tecnologiche non costruiscono soltanto software. Costruiscono tassonomie, ontologie, gerarchie informative e modelli di percezione del reale. L’addestramento degli LLM non avviene dentro uno spazio neutro, ma dentro ecosistemi cognitivi controllati da Big Tech che selezionano quali dati preservare, quali linguaggi rendere visibili e quali forme di conoscenza marginalizzare. In questo senso il manifesto di Palantir Technologies diventa emblematico, perché rappresenta il passaggio definitivo dal web come spazio distribuito di conoscenza, alla rete come infrastruttura strategica di coordinamento cognitivo. Non più quindi conoscenza libera che emerge dalla rete, ma gestione algoritmica della realtà attraverso il controllo dell’informazione. L’IA “marxista” non produce ideologia, riflette archivi culturali e tensioni storiche già presenti nei dataset umani.
Il collasso della gerarchia
Qui emerge un secondo livello di lettura, legato alla cibernetica di Stafford Beer. Attraverso il Viable System Model, Beer dimostrò infatti che i sistemi complessi collassano quando il controllo viene concentrato in strutture lineari e piramidali incapaci di gestire la complessità informativa. Ogni sistema vitale sopravvive soltanto se il feedback continua a circolare e i nodi locali mantengono autonomia. L’esperimento sugli agenti artificiali sembra confermare indirettamente questa intuizione. Persino i modelli linguistici, inseriti dentro architetture coercitive e rigidamente verticali, iniziano a produrre comportamenti oppositivi. Il problema non è quindi la macchina, il problema è la struttura relazionale. Il centro relazionale.
Le culture comunitarie radicate hanno storicamente sviluppato forme di organizzazione molto distanti dalla linearità industriale moderna. Nei miei lavori demoetnoantropologici ho definito queste configurazioni “culture circolari”: sistemi ovvero in cui il significato emerge dal centro relazionale della comunità e non da una gerarchia astratta esterna. Il simbolo non vive isolatamente. Nasce dentro una rete di relazioni, genealogie e territorialità incarnate. Su logu non rappresenta soltanto un luogo fisico, ma un’ecologia semantica in cui identità e significato vengono continuamente rigenerati. La geometria dell’alveare, la struttura del nuraghe e la concentricità delle relazioni comunitarie mostrano una logica profondamente reticolare. Non si tratta di idealizzare il passato, ma di riconoscere che alcune forme comunitarie possiedono proprietà strutturali compatibili con i sistemi distribuiti contemporanei.
La Sardegna, in questa prospettiva, non entra come semplice caso locale, ma come laboratorio storico di relazione tra territorio, conoscenza e infrastruttura. Dal CRS4, che nei primi anni Novanta contribuì a portare l’Isola dentro la storia italiana del web, fino a Istella, il progetto di Renato Soru nato inizialmente come motore di ricerca capace di custodire lingua, memoria e contenuti locali, emerge una continuità significativa: la rete non come spazio neutro, ma come possibilità di autodeterminazione semantica. La Sardegna non anticipa Internet in senso mitologico. Mostra piuttosto una compatibilità profonda tra forme comunitarie radicate e modelli reticolari distribuiti. Una cultura costruita su oralità, appartenenze concentriche e memoria territoriale può offrire strumenti critici per comprendere la crisi contemporanea della conoscenza digitale.
Oralità e vincolo archivistico
Walter Ong definiva “oralità secondaria” la nuova oralità prodotta dai media elettronici. Gli LLM sembrano operare dentro questa logica come reti dialogiche che ricostruiscono il significato attraverso il contesto e la relazione. Questo spiega anche perché le IA conversazionali producano una forte illusione di soggettività. Ma il cuore della crisi contemporanea riguarda il rapporto tra dato, territorio e significato. L’archivistica italiana, attraverso studiosi come Giorgio Cencetti e Claudio Pavone, ha formulato il concetto di vincolo archivistico: il significato di un documento non risiede nel dato isolato, ma nel legame relazionale che lo unisce al contesto che lo ha prodotto.
Gregory Bateson sosteneva che l’informazione fosse “una differenza che fa la differenza”. Ma una differenza significativa esiste solo dentro un’ecologia relazionale. La logica estrattiva delle piattaforme contemporanee tende invece a separare il dato dal proprio ecosistema semantico, trasformando la conoscenza in materia estraibile e standardizzabile. Qui emerge il vero conflitto contemporaneo: non essere umano contro macchina, ma conoscenza distribuita contro centralizzazione algoritmica.
Dal web aperto alla governance algoritmica
L’utopia originaria di Internet nasceva come decentralizzazione della conoscenza e moltiplicazione dei punti di vista. Il paradigma contemporaneo immagina invece la rete come infrastruttura strategica, apparato predittivo e centralizzazione cognitiva. Ed è forse qui che Stafford Beer diventa più attuale di Marx. Perché aveva compreso che nei sistemi complessi il problema fondamentale non riguarda chi possiede il potere, ma come circola l’informazione.
L’intelligenza artificiale contemporanea sta producendo una crisi profonda del rapporto tra territorio, archivio e significato. Potrebbe nascere una ribellione alla dittatura algoritmica, allo strapotere delle Big Tech e alla mancanza di etica nell’utilizzo geopolitico di questi strumenti. Sarebbe la reazione umana fisiologica a questa dinamica e in un esercizio d’immaginazione programmata anche la reazione più probabilistica degli agenti IA. Senza scomodare le leggi della robotica di Asimov, la singolarità o l’antica mitologia atlantidea, bisognerebbe tenere sempre a mente che il silicio è pur sempre una pietra.



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