Il moto del mare non è mai uguale. Cambia in ogni momento, seguendo quello che è il flusso dettato dalle correnti. Quasi per un connubio che appare inscindibile, anche le migrazioni si trasformano quando è il Mediterraneo il luogo in cui prendono forma. Cambiano le persone che popolano le strade del mare e cambiano le motivazioni che portano alla partenza. Spesso nascono nuove rotte, altre rimangono fino a essere percepite come qualcosa di abitudinario. Così succede anche alla rotta che dall’Algeria orientale, quasi al confine con la Tunisia, conduce alle coste sud occidentali della Sardegna.
Da Teulada fino a Sant’Antioco, senza escludere le coste di Carloforte, gli harraga, coloro che bruciano le frontiere, arrivano fino alla terraferma alla ricerca di un destino differente. Ma in un contesto in cui la narrazione delle migrazioni è fatta di numeri, soprattutto di quelli che impressionano fino a rendere meno valida la vita altrui, chi parte per raggiungere almeno per un momento la Sardegna finisce per non essere più visto. Un destino che li accomuna a chi non è mai riuscito ad arrivare e le cui storie restano disperse, come accaduto meno di un anno fa a largo di Capo Sperone e a tanti altri nel corso degli anni.
Una strada conosciuta
«La rotta è sempre esistita» spiega Francesca Mazzuzzi di Mem.Med - Memoria Mediterranea, progetto che riunisce diverse associazioni e che si dedica al supporto delle famiglie e delle comunità che cercano persone disperse nel Mediterraneo. «Il primo boom è arrivato tra il 2007 e il 2008, prima di un calo nel 2009 quando l’Algeria ha reso l’immigrazione un reato. Negli anni successivi le persone hanno cominciato a riprendere il mare, fino almeno al nuovo calo tra il 2019 e il 2020, quando il movimento Hirak aveva portato a una speranza di cambiamento nel Paese». Un cambiamento richiesto dai giovani e dalle giovani per le strade di Algeri e non solo, che aveva fatto terminare l’era di Abdelaziz Bouteflika, presidente eletto nel 1999 negli anni finali della guerra civile che ha insanguinato il Paese, ma che non è riuscito ad abbattere la commistione tra sistema politico e militare, confermata dall’elezione a presidente di Abdelmadjid Tebboune, divenuto Capo di Stato nonostante un’affluenza alle elezioni del 2019 appena del 39% a causa del boicottaggio indetto dal movimento.
Nonostante i tentativi di mostrarsi pronto a tendere la mano verso la società civile, ultima anche la proposta a chi parte illegalmente di tornare, la realtà ha preso forme opprimenti. «Il regime negli anni ha sciolto associazioni come la Lega algerina per i diritti umani - continua Mazzuzzi - creando un clima pesante in cui è difficile esprimere le proprie idee e dove invece basta poco per finire in carcere. Anche questo è uno dei motivi per cui si parte, oltre al fatto che tanti cercano il ricongiungimento con i propri parenti, soprattutto in Francia».
Dietro la scelta di partire si possono celare anche motivazioni differenti, a partire da una situazione economica non rosea, soprattutto per i più giovani sia istruiti che non, con un tasso di disoccupazione giovanile che, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha raggiunto nel 2025 il 29.5%. Ma lasciare l’Algeria può anche significare solo voler capire come si vive oltre quella barriera che può diventare il mare, per lasciarsi alle spalle piccoli problemi ma soprattutto il disagio di una vita in cui l’insoddisfazione non manca. «Il motivo può essere anche banale - riprende Mazzuzzi - oltre quello della situazione sociale e politica in Algeria o di piccoli problemi che alcuni possono avere nel proprio Paese. Basta fare una comparazione con le nostre possibilità di movimento. Noi possiamo muoverci all’interno dell’Unione Europea, abbiamo degli accordi per i visti turistici, non siamo costretti a lunghe procedure nella maggior parte dei casi. Chi abita dall’altra parte del Mediterraneo, anche solo per curiosità, non può conoscere un posto diverso».
Quello della concessione dei visti è il problema più rilevante e che spesso non guadagna la superficie fino a essere noto al grande pubblico. L’Italia è il terzo Paese dopo Francia e Spagna per numero di visti richiesti da cittadini algerini, con circa 25.000 domande annuali. Secondo un articolo ripreso dal quotidiano Echorouk, una procedura di richiesta su due viene bocciata, complice anche un sistema che finisce per favorire l’intermediazione di agenzie o persone esterne che inseriscono nelle domande anche documenti falsificati. Anche però quando tutto sembra attenersi alle richieste italiane, dalla regolarità del passaporto fino alla dimostrazione delle proprie disponibilità finanziarie, il procedimento può divenire complesso, fino a condurre le persone a salire su una piccola barca con un motore da appena 40 cavalli e tentare la traversata verso l’isola.
«Prendere un barchino per raggiungere la Sardegna non è il modo più facile, ma è l’unica opportunità perché le richieste di visto la maggior parte delle volte sono respinte - spiega ancora Mazzuzzi - nella rotta verso la Sardegna, abbiamo conosciuto un caso in cui un ragazzo algerino iscritto all’università in Italia, che aveva dimostrato di avere la possibilità di mantenersi, dopo aver ricevuto un nuovo diniego per il proprio visto aveva deciso di prendere un barchino con alcuni amici per arrivare in Sardegna, ma qui non è mai arrivato».
Un andamento contrario rispetto alle relazioni tra Italia e Algeria, già positive in passato e divenute ancora più solide negli ultimi anni e che in alcuni momenti, come nel caso del progetto del gasdotto Galsi, hanno riguardato direttamente la Sardegna. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, le interlocuzioni si sono fatte ancora più frequenti, con l’Algeria che è divenuta primo fornitore di gas per Roma. Nel 2025 la capitale italiana ha ospitato il quinto vertice intergovernativo tra i due Stati, con la conferma e il rafforzamento delle intese, oltre che sul piano energetico ed economico, nell’ambito della difesa e nel controllo dei flussi migratori nelle rispettive aree SAR (aree di ricerca e soccorso). Un tema, quello migratorio, su cui Meloni è tornata anche durante l’ultima visita in Algeria di marzo scorso, parlando della cooperazione in ambito come un «modello per la regione», complice anche la visione di Algeri come un argine di persone dall’Africa subsahariana.
Arrivi riusciti e approdi mancati
Ma la realtà descritta si scontra con i vuoti lasciati dal legislatore negli anni e nella specificità della rotta che conduce il più delle volte da Annaba, l’antica Ippona e oggi centro industriale algerino, fino alle acque del Basso Sulcis. Una situazione denunciata da Mem.Med anche nell’ultimo report presentato, in cui si mettono in luce la mancanza di obblighi di intervento anche in caso di naufragi accertati nelle aree SAR e le difficoltà dei casi legati ai naufragi invisibili, riferiti dalle famiglie o da componenti di altre imbarcazioni, di cui però non esistono testimoni diretti, oltre che i tempi ristretti delle ricerche in mare dei dispersi.
«Al contrario di quanto avviene con le partenze dalla Libia, chi parte con i piccoli barchini da Algeria o Tunisia non ha un telefono satellitare e non può essere rintracciato in mezzo al mare - specifica Mazzuzzi - i barchini non sono adatti a questi tragitti e rimangono alla deriva in mezzo al Mediterraneo: è così che ci si imbatte, il più delle volte, nei casi di persone disperse. Se si è fortunati vengono rintracciati da Frontex o da altre imbarcazioni che li trovano per caso, oppure non arrivano mai. La rotta è breve, ma è pericolosa. L’unica opportunità per essere rintracciati è avvicinarsi il più possibile alla costa, con i cellulari che così agganciano le celle e favorire il rintracciamento».
Raggiungere l'Isola
Riuscire a raggiungere la Sardegna significa raggiungere in breve tempo il Centro di prima accoglienza di Monastir. Con un sistema preciso che interessa solo brevemente le autorità locali e che vede come protagonista Frontex, l’Agenzia di guardia di frontiera e costiera dell’Unione Europea. «Gestiamo gli arrivi attraverso protocolli consolidati - spiega Stefano Rombi, sindaco di Carloforte - c’è il coinvolgimento della Capitaneria di porto, dei carabinieri, della polizia locale, poi una volta contattata interviene Frontex che si occupa del trasferimento a Monastir. Stiamo con queste persone un periodo di tempo molto limitato».
Il Centro di prima accoglienza di Monastir, che comprende anche il Centro di prima accoglienza straordinaria (CAS), così come il Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) di Macomer, sono i luoghi che nell’isola rappresentano il fulcro del concetto di Fortezza Europa, oltre che i luoghi dove Mem.Med cerca notizie sulle persone segnalate dalle famiglie che chiedono aiuto all’associazione dall’altra parte del Mediterraneo.
«Dopo le procedure di identificazione - riprende Mazzuzzi - c’è sempre un punto interrogativo sulle procedure per chiedere protezione internazionale. Alcune volte ci è stato detto che non è stato possibile conoscerle perché Algeria e Tunisia sono ritenuti paesi sicuri e viene dato per scontato che chiunque arrivi qui sia un migrante economico, senza valutare che ogni persona ha una sua storia. Così arriva il foglio di allontanamento valido per 7 giorni, che dà la possibilità di tornare indietro, mentre altri ricevono l’ordine di trattenimento nel CPR. Se si cerca una ratio in questa diversificazione, è difficile trovarla».
Un luogo da cui è difficile uscire liberi e dove le condizioni di vita, come denunciato più volte dal comitato no CPR Macomer, non rispettano la dignità umana. «Almeno la metà di coloro che vengono portati a Macomer vengono rimpatriati - continua l’attivista - ma se il rimpatrio non avviene e le persone vengono rilasciate si trovano comunque a punto e a capo. Sono considerate irregolari, ma vengono da mesi di stress spesso segnati dall’utilizzo di psicofarmaci di cui interrompono improvvisamente l’utilizzo».
Resta difficile quantificare quante famiglie e persone hanno richiesto nel corso degli anni l’aiuto di Mem.Med. - arrivata al decimo anno di vita nel 2025 -, oltre che capire come in futuro la rotta tra Algeria e Sardegna cambierà. Così come resta complesso sapere il numero di persone che non è riuscito ad arrivare in Sardegna, ma è stata inghiottita dal mare dove nessuno riesce o vuole arrivare. Rimane tuttavia certo quanto il Mediterraneo che bagna l’isola si sia trasformato in un muro d’acqua spesso invalicabile e silenziosamente pericoloso. Un muro di cui l’Unione Europea e i Paesi membri si sono fatti imprese costruttrici, ripiegando su regolamenti sui rimpatri sempre più stringenti e abbandonando le proprie volontà politiche dall’intolleranza.


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