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Giovani senza spazio e senza voce: cosa non stiamo guardando nei casi di violenza adolescenziale?

La violenza adolescenziale non è solo una questione individuale: dietro ci sono bisogni di appartenenza, riconoscimento, spazi che mancano e comunità che dimenticano il loro ruolo educante. Ne parliamo con Carla Ghiani della Fondazione cagliaritana Domus de Luna.

Sara Brughitta
Sara BrughittaCorrispondente
21 APR 2026
7 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

C’è un modo comodo di raccontare gli e le adolescenti quando sconvolgono il mondo - che in questi casi si fa improvvisamente serafico - degli adulti: trasformarli in eccezioni o in minacce. Negli ultimi mesi, episodi di violenza che coinvolgono persone minorenni hanno avuto una forte risonanza mediatica. Aggressioni, aumento dei reati da Codice rosso, maltrattamenti, presunti coinvolgimenti (anche in Sardegna) in reti suprematiste. Vicende che però troppo spesso vengono incasellate in narrazioni polarizzate: quella del “caso isolato” e quella dell’“emergenza”. Due categorie che rassicurano, evitando di affrontare una delle domanda sottese: in quali condizioni stanno crescendo oggi gli e le adolescenti?

Psicologia dello sviluppo e scienze sociali indicano come l’adolescenza sia una fase in cui il bisogno di appartenenza, riconoscimento e costruzione dell’identità diventa centrale. Necessità che quando non trovano spazio in contesti relazionali, educativi e sociali adeguati, non scompaiono: cercano altrove risposte. Per Carla Ghiani, psicologa e responsabile della comunicazione dentro Domus de Luna, Fondazione che da anni lavora (anche) con adolescenti in situazioni di marginalità, la chiave sta nel superare polarizzazioni semplici, guardando alla complessità. Del quotidiano prima e dell'umano poi.

Andando oltre la cronaca dei fatti e guardando ai vari casi di adolescenti che si avvicinano a ideologie estreme o che si fanno autori o autrici di comportamenti violenti, qual è il punto di vista che dovremmo adottare per comprendere davvero il fenomeno?

Partire meno dall’etichetta ideologica e più dalla traiettoria relazionale. Non è sufficiente chiedersi “che cosa pensa questo ragazzo?”, ma è più utile domandarsi “in quale vuoto, in quale bisogno, in quale ecosistema quelle idee sono diventate per lui attraenti?”. È un cambio di prospettiva importante: permette di uscire sia dalla lettura del caso isolato che deresponsabilizza il contesto, sia da quella dell’emergenza generalizzata, che schiaccia tutto in un allarme indistinto. I comportamenti problematici vanno letti dentro una rete complessa di fattori personali, familiari, scolastici e sociali, non come fenomeni monocausali. 

Quanto pesa allora l’ideologia “violenta” in sé e quanto, invece, il bisogno di appartenenza e riconoscimento?

L’ideologia fornisce un linguaggio, un nemico, una promessa di forza, di vendetta o di riscatto. Ma spesso, soprattutto in adolescenza, arriva dopo o insieme a qualcosa di più profondo: il bisogno di appartenenza, riconoscimento, identità, visibilità. In altre parole, per molti ragazzi l’adesione a una cornice estrema non nasce da una costruzione politica sofisticata, ma dalla ricerca di un posto nel mondo. L’ideologia radicale può offrire identità “pronte all’uso” a chi fatica a costruirne una propria.

Carla Ghiani - Fondazione Domus de Luna


Il mancato ascolto o l’assenza di spazi di riconoscimento incidono?

Pesano molto perché producono una frattura. Il ragazzo smette di sentirsi visto come soggetto e comincia a percepirsi solo come problema, disturbo o assenza. Quando mancano spazi di riconoscimento, la tentazione di cercare comunità che offrano appartenenza diventa fortissima. Comunità che dicano: “noi ti capiamo, noi ti diamo un nome, noi ti rendiamo qualcuno”. In questo senso, il bisogno di essere riconosciuti non scompare: si sposta verso contesti che lo intercettano, anche se in modo distorto.

E i social? Che ruolo giocano le varie piattaforme online nell'avvicinamento a questi percorsi?

I social e le piattaforme online non sono soltanto un canale di diffusione,: spesso rappresentano il primo ambiente di avvicinamento. Rendono possibile entrare in microcomunità molto identitarie, dove l’algoritmo premia intensità, provocazione, ripetizione e senso di appartenenza. Meme, ironia e linguaggi “veloci” funzionano molto bene perché abbassano la soglia di difesa: il discorso d’odio può arrivare inizialmente come battuta, come stile, come estetica condivisa. Solo in un secondo momento, per alcuni, si trasforma in adesione più esplicita. Per questo è importante non limitarsi a demonizzare questi spazi, ma costruire alternative credibili anche fuori dal digitale.

Possiamo interpretare alcuni gesti, anche violenti, come forme estreme di espressione?

A volte la violenza può essere l’atto con cui un adolescente tenta di trasformare un vissuto confuso di invisibilità, umiliazione o impotenza in qualcosa che finalmente costringa gli altri a guardarlo. È una lingua terribile, ma pur sempre una lingua. Se leggiamo solo il gesto come “male individuale”, perdiamo la domanda che quel gesto sta imponendo, in modo distruttivo, al mondo adulto: “dove posso esistere, se non così?”. La sfida è costruire contesti in cui questa domanda possa emergere prima, in forme non distruttive.

Quanto è rischioso concentrarsi esclusivamente sulla singola persona senza interrogare il contesto? Ma anche: che cosa oggi la società delle persone adulte non sta garantendo agli e alle adolescenti?

Molto rischioso, perché trasforma un problema relazionale e sociale in un difetto individuale. Così si perde il ruolo del gruppo dei pari, della scuola, delle famiglie, dei modelli culturali e dell’ambiente digitale. Gli adulti hanno una responsabilità reale che non è quella di controllare tutto, ma di esserci prima che il problema diventi identità. E sono tre le cose che non stiamo garantendo: tempo adulto non puramente valutativo, spazi di appartenenza non tossici, occasioni reali di costruzione dell’identità. Molti ragazzi ricevono moltissimi stimoli, ma pochi luoghi in cui possano sperimentarsi senza essere subito giudicati, etichettati o ridotti a una performance. Se il riconoscimento arriva quasi esclusivamente dall’immagine, dalla provocazione o dalla visibilità, diventa più facile che alcune soggettività cerchino intensità nelle forme estreme.

Se allora dovessimo spostare lo sguardo dalla colpa individuale alla responsabilità collettiva, da dove dovremmo partire?

Rispondo con delle domande: quali spazi di parola reale offriamo nelle scuole? Quali luoghi gratuiti e continuativi di aggregazione esistono nei territori? Quali strumenti hanno insegnanti e genitori per leggere i segnali deboli senza passare subito alla repressione o alla negazione? Oggi, gli spazi di parola nelle scuole sono spesso pochi e non strutturati. Nei territori mancano luoghi gratuiti e continuativi dove gli adolescenti possano stare insieme senza pressione. Insegnanti e genitori hanno strumenti limitati e, senza supporto adeguato, oscillano tra minimizzazione e interventi repressivi. Anche le politiche pubbliche su salute mentale ed educazione digitale risultano ancora insufficienti e frammentate. Tutto questo lascia molti adolescenti senza spazi stabili di ascolto e riconoscimento.

Il problema quindi non è quanto siano o meno “estreme” le idee di ragazzi e ragazze, ma quanto poco spazio hanno per costruirne di proprie. Corretto?

È possibile. Quando l’immaginazione politica, etica e personale si impoverisce, le identità prefabbricate diventano più seducenti. Eppure, i segnali più recenti raccontano anche altro. Quando vengono messi nelle condizioni di partecipare davvero, come nel caso della mobilitazione dei neomaggiorenni chiamati al voto sui referendum, molti giovani rispondono. Non con apatia, ma con presenza, interesse, presa di posizione. Lo stesso si è visto nelle mobilitazioni pubbliche: tanti ragazzi sono scesi in piazza per esprimersi su conflitti internazionali, cercando spazi di parola e visibilità su temi complessi e globali.

Questo indica che il problema non è una generazione “disimpegnata”, ma piuttosto la scarsità di spazi credibili in cui quell’impegno possa prendere forma. Le ideologie estreme diventano allora una scorciatoia e il riempitivo di un vuoto che altrove non trova canali. Per contrastarle non basta dire “quelle idee sono sbagliate”, serve ampliare concretamente le possibilità di espressione, di confronto e di costruzione di sé. Dove esistono contesti in cui i ragazzi possono pensare, dissentire, essere ascoltati e incidere emerge una capacità di partecipazione che spesso viene sottovalutata.

In questo senso, la responsabilità non è solo individuale. Riguarda quanto la società riesce a offrire occasioni reali di cittadinanza, ascolto e riconoscimento. Perché, quando queste occasioni esistono, molti giovani dimostrano di saperle abitare.


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