Un’equazione elementare, quasi contabile, sta per ridisegnare la rappresentanza sarda in Parlamento: meno abitanti, meno deputati. Ottomila persone in meno nel solo 2024, un saldo naturale negativo, un’età media che sfiora i cinquant’anni, oltre un quarto della popolazione che vive in comuni tra mille e cinquemila abitanti. Il calcolo aritmetico dei seggi farà il resto e, secondo le attuali proiezioni, la Sardegna arriverà alle prossime politiche con almeno un deputato in meno.
Raccontarla come una notizia demografica però, significa fermarsi alla superficie di un meccanismo molto più insidioso, che si può descrivere così: la marginalità territoriale genera la propria marginalità politica, e questa a sua volta approfondisce la prima. Non è un fenomeno naturale, e non è neanche una fatalità climatica che si abbatte su un’isola sfortunata: è l’esito di scelte, di priorità, di bilanci pubblici orientati altrove, ed è per questo che continuare a discuterne come se si trattasse di una curva demografica capricciosa serve soltanto a esonerare chi quelle scelte le ha fatte.
Questione di responsabilità
Non si emigra per capriccio. Si parte quando non si trova un lavoro, quando un ospedale viene ridimensionato, quando la scuola del paese rischia la chiusura, quando l’autobus passa solo due volte al giorno, quando mettere al mondo un figlio significa scontrarsi con l’assenza di consultori e asili, quando per una visita specialistica bisogna attraversare mezza provincia. Il territorio che si svuota però, non si limita a perdere popolazione: perdendo popolazione perde peso nel calcolo dei seggi, e perdendo peso politico perde gli strumenti per rivendicare i servizi che ne avevano provocato lo spopolamento. Un corto circuito che si autoalimenta, e che a ogni giro si stringe un poco di più attorno agli stessi territori, sempre i medesimi, sempre i più fragili.
Su questo meccanismo pesa una responsabilità politica precisa, quella del taglio dei parlamentari. Una riforma contestabile allora come adesso, nata nella stagione dell’antipolitica e passata con un consenso quasi plebiscitario: 553 voti favorevoli alla Camera nella lettura definitiva dell’ottobre 2019, con pressoché tutte le forze politiche, dal M5S al PD, da Forza Italia a Fratelli d’Italia, schierate a favore. Vale la pena ricordarlo proprio ora che, trasversalmente, ci si scopre preoccupati per la rappresentanza sarda: la riduzione dei deputati da 630 a 400 non è un fatto neutro rispetto a quello che sta accadendo, ed è singolare la rimozione con cui l’intero arco parlamentare tende oggi a dimenticarsene, come se quella riforma appartenesse a una storia lontana e non alle premesse dirette di ciò che oggi si scopre con tanto stupore.
Sulla funzione della poltrona
Il punto non è la nostalgia per una poltrona. È la funzione che quella poltrona svolge, ed è una funzione diseguale. Ridurre il numero dei parlamentari significa aumentare il numero di cittadini rappresentati da ciascun eletto e, con l’attuale sistema elettorale, ridisegnare collegi che comprendono porzioni più ampie di territorio, ma questa distanza non pesa allo stesso modo su tutti i soggetti sociali. Le grandi imprese e i centri di potere economico non hanno bisogno di un deputato di prossimità: dispongono di canali propri, di uffici, di relazioni istituzionali, di accesso diretto a chi decide. Ne hanno bisogno invece le aree interne, i piccoli comuni, chi dipende dalla sanità pubblica e dal trasporto locale, chi non ha un ufficio di rappresentanza a Roma e non lo avrà mai.
La rappresentanza politica, in altre parole, è anche una questione di classe, ed è per questo che l’argomento del risparmio non è mai stato convincente: la democrazia costa, come costano la scuola, l’ospedale periferico, l’autobus che viaggia semivuoto, e il giorno in cui si comincia a misurare tutto questo con il metro dell’efficienza numerica, ogni presidio in un territorio poco popolato risulterà sempre “meno conveniente” di uno urbano, ogni linea di trasporto verso un paese di montagna sarà sempre meno redditizia di una tratta cittadina. Ma uno Stato non è un’azienda, e i diritti non si calcolano per economie di scala: se lo facessimo fino in fondo, con coerenza, dovremmo chiudere ospedali, scuole e presidi in tutte le aree a bassa densità del paese, e nessuno - credo - sarebbe disposto a dirlo apertamente.
Questo vale in modo particolare per un’isola di oltre 24mila chilometri quadrati, con la popolazione dispersa in centinaia di comuni, collegamenti interni spesso difficili, e una condizione di insularità riconosciuta dal 2022 dalla stessa Costituzione, eppure esposta allo stesso ingranaggio: meno abitanti, meno servizi; meno servizi, più difficile restare; meno persone, meno peso politico. Il paradosso finale è che i territori con più bisogno di intervento pubblico sono proprio quelli con meno forza per pretenderlo, e più il tempo passa più questa forza si assottiglia, seggio dopo seggio, decreto dopo decreto.
Senza voce
È questo che dovrebbe interessare della perdita del deputato sardo: non tanto il destino di chi avrebbe occupato quel seggio, e neanche una bandierina identitaria in meno da rivendicare nei comizi, ma la distribuzione del potere che quella perdita certifica e consolida. Fermare lo spopolamento richiede lavoro stabile e salari dignitosi, case accessibili, asili e consultori, scuole e ospedali che restino aperti anche quando non sono “redditizi” secondo i criteri di un bilancio pensato per un’altra geografia. E richiede soprattutto di tornare a dire, senza imbarazzo, che la rappresentanza politica non è uno spreco, che un Parlamento più piccolo non è automaticamente un Parlamento migliore.
Perché un territorio che perde abitanti non perde solo un numero nelle tabelle Istat: perde bambini nelle scuole, lavoratori, competenze, le comunità che quelle persone tenevano in vita giorno dopo giorno. Perde poi i suoi rappresentanti. E alla fine, rischia di perdere anche la voce necessaria per invertire la rotta che lo sta lentamente svuotando, restando così, paradossalmente, sempre più solo proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere ascoltato.




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