C’è una parola che da anni accompagna il racconto della Sardegna, tanto ripetuta da esserci quasi scivolata addosso: desertificazione. Demografica, certo: i paesi che si spopolano, le scuole che chiudono, i servizi che arretrano, i figli che non si fanno più. Ma anche produttiva, quando l’unica vocazione concessa all’Isola resta il turismo stagionale, presentato come destino ineluttabile mentre produce precarietà e dipendenza più che ricchezza diffusa. Ambientale, tra reti idriche colabrodo, temperature record e sofferenza diffusa. E linguistica: sa limba no s’imparat prus a is pipios, no si foeddat prus e funt sèmpere prus pagu is chi dda imperant.
Un deserto è, per chi ha potere altrove, terra nullius: terra di nessuno, dunque facile da colonizzare. Basti un numero, tra i tanti possibili, a raccontare quella demografica: in Sardegna, ormai, ci sono più pensionati che lavoratori attivi, 655 mila contro 592 mila; un saldo negativo di oltre 63 mila unità che pesa sull’intero sistema sociale ed economico. Al deserto ci si può arrendere. Oppure si prova a costruire oasi in un ecosistema sano, giusto e generativo. Il 12 e 13 settembre, a Nurapolis, Sardegna chiama Sardegna ha provato a fare esattamente questo con Move!, la sua prima Scuola internazionale di attivismo. Non un rifugio da cui ripartire soddisfatti, ma la prova che l’acqua in Sardegna si può ancora trovare, e che altre sorgenti si possono scoprire, insieme.
Un'Isola che non si ferma
La domanda che ci portiamo dietro dalla nascita di Sardegna chiama Sardegna riguarda anzitutto il potere: chi lo detiene, come lo usa, perché così spesso finisce nelle stesse mani. Lo chiamiamo “feudalesimo politico” animato da notabili e cacicchi: uomini e donne che occupano gli spazi istituzionali non per una visione di lungo periodo, ma per allargare e mantenere il proprio pacchetto di preferenze, di consenso, di clientele. Una politica ridotta all’amministrazione dell’esistente, incapace di invertire la desertificazione che viviamo.
Fuori da quelle stanze, però, la Sardegna non è ferma. Nonostante la debolezza dell’offerta politica alternativa, l’isola è attraversata da mobilitazioni, comitati, vertenze, reti di mutualismo, esperienze culturali e linguistiche che resistono spesso in silenzio, autofinanziandosi, lontane dai riflettori. Realtà che resistono in una stagione istituzionale lunga e secca, quella della crisi dell’Autonomia sarda, dove ogni germoglio fatica a trovare acqua. Il problema è che raramente queste realtà riescono a trasformarsi in potere organizzato, in rappresentanza, in capacità di governo. Restiamo, troppo spesso, confinati alla testimonianza: capaci di organizzarci per superare l’isolamento ma non ancora di fare la differenza per chi vive la Sardegna ogni giorno. Colmare questa distanza tra conflitto sociale e capacità di costruire potere è la domanda cui Move! ha provato a dare una prima risposta pratica, non solo teorica.
La consapevolezza come unità di misura
Non un convegno, non una vetrina per soli iscritti: quasi 250 persone hanno attraversato Nurapolis in due giorni e molte di esse non avevano mai incontrato prima Sardegna chiama Sardegna. Ventenni con il quaderno alla mano, arrivati quasi per caso e rimasti fino all’ultima sessione. Conoscevamo appena il 60-70% dei presenti, dato che per un evento formativo di questo tipo è già una piccola vittoria.
Lo abbiamo organizzato con risorse contate, tempo rubato al lavoro e alle famiglie, quindici tra relatrici, relatori e artisti portati a Nurapolis con settimane di lavoro volontario. Esistono soggetti politici infinitamente più ricchi di noi, rappresentati a ogni livello istituzionale, che non organizzano momenti simili o li riservano solo ai propri iscritti. Soggetti che si sognano un ospite come Marshall Ganz, in collegamento diretto dagli Stati Uniti: sedici anni al fianco di César Chávez e dei braccianti agricoli statunitensi, oggi tra i più importanti teorici al mondo di leadership diffusa e community organizing.
Abbiamo messo a confronto le ragioni e le istanze del mondo dell’autodeterminazione sarda con le esperienze di Adelante Andalucía, EH Bildu e Compromís, cercando il filo che lega la ricerca e l’affermazione di maggiori poteri politici – fino alla piena indipendenza statuale – con la giustizia sociale. Guardare oltre i confini dell’Isola, senza perderne di vista la specificità: nessuna di quelle esperienze si può importare così com’è, perché la Sardegna ha una storia, una condizione politica e delle esigenze proprie. Riconoscerle significa partire da ciò che siamo, senza rinunciare a guardare ciò che accade intorno a noi. Misurare la distanza tra la nostra condizione e la loro ci ha restituito, semmai, una consapevolezza precisa: non siamo condannati a vivere nel deserto. Serve tanta generosità e un pieno riconoscimento di ciò che si muove in Sardegna e che può ritrovarsi in un percorso comune.
Abbiamo discusso di leadership femminile non come quota da riempire, ma come problema organizzativo: chi riesce ad accedere alla leadership e chi ne resta sistematicamente escluso. Come possono arrivare a ruoli di responsabilità donne che non siano “figlie di” o “nipoti di” uomini con capitale economico, relazionale o politico già acquisito? Una domanda scomoda per gran parte delle forze politiche, e che impone azioni di riforma interna, prima ancora del puntare il dito sui limiti delle leggi elettorali.
Abbiamo sperimentato la Public Narrative, centrale per la costruzione di campagne convincenti, e ragionato del valore politico della lingua, a partire dall’attivismo linguistico catalano e dall’insubordinazione linguistica del sardo. Torrare a apoderare sa limba sarda no bolet nàrrere solu recuperare unu trastu de comunicatzione, ma reconnòschere una parte de fundòriu de s’identidade colletiva nosta e chesciare su deretu de s’esprimere, esìstere e pigare parte, partende de su chi semus. Sa limba est un’arraighina: chi acabbamus de ddi donare a papare, arriscamus de pèrdere fintzes una parte de sa capatzidade nosta de imaginare su tempus benidore.
Ci siamo chiesti, con il taglio volutamente provocatorio della sessione “Zohran Mamdani a Perdas Carpìas”, cosa possa insegnare la vittoria di un socialista – giunto alla guida di New York faccia a faccia dopo faccia a faccia, porta a porta dopo porta a porta – a chi fa politica ogni giorno nei paesi della Sardegna di dentro o nelle periferie urbane delle nostre città. Abbiamo lavorato sulla comunicazione politica nei social network come strumento per informare, coinvolgere e organizzare davvero: perché anche un’oasi che cresce ha bisogno di farsi vedere, di aprire i propri spazi, di rendere comprensibile e condivisibile il percorso che sta costruendo, non soltanto di raccontare la propria esistenza.
Parlare alla maggioranza
“Se si cuce bene, è poi difficile scucire”, ci hanno detto Lorena López de Lacalle e Sonia Tirado, raccontando le loro esperienze in EH Bildu e Compromís. È la stessa convinzione con cui siamo tornati a casa noi. Perché una buona analisi non produce da sola organizzazione. Una vertenza giusta non genera automaticamente partecipazione. Serve un lavoro paziente, fatto di relazioni, fiducia, formazione, responsabilità condivise: il lavoro, spesso invisibile, di chi organizza; non il notabile che accumula consenso per sé, ma chi distribuisce potere, lo moltiplica, lo mette al servizio di altri.
Un’oasi non nasce da sola, e non basta che qualcuno ne indichi la direzione: occorre scavare insieme, imparare a custodire l’acqua, fare in modo che nessuno debba affrontare il cammino in solitudine. Pensare alle istituzioni senza fermarsi alle istituzioni, perché da sole non bastano a cambiare una società ma senza di esse nessun cambiamento regge nel tempo. Costruire alleanze sociali, politiche, istituzionali, con chi non la pensa esattamente come noi, perché nessuno può bastare a sé stesso. Ed essere, prima ancora che organizzazioni, persone generose, coraggiose, rigorose: capaci di mettere in discussione ciò che viene presentato come inevitabile, di sperimentare strade nuove, di superare tanto l’estetica del gesto quanto la testimonianza fine a sé stessa, di non accontentarsi di sopravvivere alle condizioni esistenti. Non si fa politica per essere a posto con la propria coscienza, né per la propria visibilità. È il lavoro che serve per trasformare l’humus sparso della Sardegna in un blocco politico e sociale capace di parlare alla maggioranza di chi la abita, non solo a chi già la pensa come noi.
Move! non basta, e lo sappiamo. Un’oasi serve a riprendere fiato, non a fermarsi. Ma due giorni a Nurapolis ci dicono che l’acqua c’è ancora, che si può scavare insieme un pozzo, portare ciascuno la propria brocca, piantare un albero che darà ombra a tutti. Vogliamo costruire non una politica semplicemente diversa da quella che critichiamo, ma una politica che faccia davvero la differenza per la maggioranza dei sardi e delle sarde.


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