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Non un'oasi isolata: cosa ci lascia Move

Move! è il nome della Scuola Internazionale di Attivismo organizzata da Sardegna chiama Sardegna (ScS), associazione politica che opera per la piena democratizzazione della Sardegna, l'autodeterminazione e l'emancipazione personale e collettiva di chi la vive. Quello a seguire è un reportage a più mani che racconta la due giorni di attività, a cura di ScS.

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Redazione Autore
23 SET 2026
7 min
Immagine diffusa da Sardegna chiama Sardegna

Immagine diffusa da Sardegna chiama Sardegna

C’è una parola che da anni accompagna il racconto della Sardegna, tanto ripetuta da esserci quasi scivolata addosso: desertificazione. Demografica, certo: i paesi che si spopolano, le scuole che chiudono, i servizi che arretrano, i figli che non si fanno più. Ma anche produttiva, quando l’unica vocazione concessa all’Isola resta il turismo stagionale, presentato come destino ineluttabile mentre produce precarietà e dipendenza più che ricchezza diffusa. Ambientale, tra reti idriche colabrodo, temperature record e sofferenza diffusa. E linguistica: sa limba no s’imparat prus a is pipios, no si foeddat prus e funt sèmpere prus pagu is chi dda imperant. 

Un deserto è, per chi ha potere altrove, terra nullius: terra di nessuno, dunque facile da colonizzare. Basti un numero, tra i tanti possibili, a raccontare quella demografica: in Sardegna, ormai, ci sono più pensionati che lavoratori attivi, 655 mila contro 592 mila; un saldo negativo di oltre 63 mila unità che pesa sull’intero sistema sociale ed economico. Al deserto ci si può arrendere. Oppure si prova a costruire oasi in un ecosistema sano, giusto e generativo. Il 12 e 13 settembre, a Nurapolis, Sardegna chiama Sardegna ha provato a fare esattamente questo con Move!, la sua prima Scuola internazionale di attivismo. Non un rifugio da cui ripartire soddisfatti, ma la prova che l’acqua in Sardegna si può ancora trovare, e che altre sorgenti si possono scoprire, insieme.

Un'Isola che non si ferma

La domanda che ci portiamo dietro dalla nascita di Sardegna chiama Sardegna riguarda anzitutto il potere: chi lo detiene, come lo usa, perché così spesso finisce nelle stesse mani. Lo chiamiamo “feudalesimo politico” animato da notabili e cacicchi: uomini e donne che occupano gli spazi istituzionali non per una visione di lungo periodo, ma per allargare e mantenere il proprio pacchetto di preferenze, di consenso, di clientele. Una politica ridotta all’amministrazione dell’esistente, incapace di invertire la desertificazione che viviamo.

Fuori da quelle stanze, però, la Sardegna non è ferma. Nonostante la debolezza dell’offerta politica alternativa, l’isola è attraversata da mobilitazioni, comitati, vertenze, reti di mutualismo, esperienze culturali e linguistiche che resistono spesso in silenzio, autofinanziandosi, lontane dai riflettori. Realtà che resistono in una stagione istituzionale lunga e secca, quella della crisi dell’Autonomia sarda, dove ogni germoglio fatica a trovare acqua. Il problema è che raramente queste realtà riescono a trasformarsi in potere organizzato, in rappresentanza, in capacità di governo. Restiamo, troppo spesso, confinati alla testimonianza: capaci di organizzarci per superare l’isolamento ma non ancora di fare la differenza per chi vive la Sardegna ogni giorno. Colmare questa distanza tra conflitto sociale e capacità di costruire potere è la domanda cui Move! ha provato a dare una prima risposta pratica, non solo teorica.

La consapevolezza come unità di misura

Non un convegno, non una vetrina per soli iscritti: quasi 250 persone hanno attraversato Nurapolis in due giorni e molte di esse non avevano mai incontrato prima Sardegna chiama Sardegna. Ventenni con il quaderno alla mano, arrivati quasi per caso e rimasti fino all’ultima sessione. Conoscevamo appena il 60-70% dei presenti, dato che per un evento formativo di questo tipo è già una piccola vittoria.

Lo abbiamo organizzato con risorse contate, tempo rubato al lavoro e alle famiglie, quindici tra relatrici, relatori e artisti portati a Nurapolis con settimane di lavoro volontario. Esistono soggetti politici infinitamente più ricchi di noi, rappresentati a ogni livello istituzionale, che non organizzano momenti simili o li riservano solo ai propri iscritti. Soggetti che si sognano un ospite come Marshall Ganz, in collegamento diretto dagli Stati Uniti: sedici anni al fianco di César Chávez e dei braccianti agricoli statunitensi, oggi tra i più importanti teorici al mondo di leadership diffusa e community organizing.

Abbiamo messo a confronto le ragioni e le istanze del mondo dell’autodeterminazione sarda con le esperienze di Adelante Andalucía, EH Bildu e Compromís, cercando il filo che lega la ricerca e l’affermazione di maggiori poteri politici – fino alla piena indipendenza statuale – con la giustizia sociale. Guardare oltre i confini dell’Isola, senza perderne di vista la specificità: nessuna di quelle esperienze si può importare così com’è, perché la Sardegna ha una storia, una condizione politica e delle esigenze proprie. Riconoscerle significa partire da ciò che siamo, senza rinunciare a guardare ciò che accade intorno a noi. Misurare la distanza tra la nostra condizione e la loro ci ha restituito, semmai, una consapevolezza precisa: non siamo condannati a vivere nel deserto. Serve tanta generosità e un pieno riconoscimento di ciò che si muove in Sardegna e che può ritrovarsi in un percorso comune.

Abbiamo discusso di leadership femminile non come quota da riempire, ma come problema organizzativo: chi riesce ad accedere alla leadership e chi ne resta sistematicamente escluso. Come possono arrivare a ruoli di responsabilità donne che non siano “figlie di” o “nipoti di” uomini con capitale economico, relazionale o politico già acquisito? Una domanda scomoda per gran parte delle forze politiche, e che impone azioni di riforma interna, prima ancora del puntare il dito sui limiti delle leggi elettorali.

Abbiamo sperimentato la Public Narrative, centrale per la costruzione di campagne convincenti, e ragionato del valore politico della lingua, a partire dall’attivismo linguistico catalano e dall’insubordinazione linguistica del sardo. Torrare a apoderare sa limba sarda no bolet nàrrere solu recuperare unu trastu de comunicatzione, ma reconnòschere una parte de fundòriu de s’identidade colletiva nosta e chesciare su deretu de s’esprimere, esìstere e pigare parte, partende de su chi semus. Sa limba est un’arraighina: chi acabbamus de ddi donare a papare, arriscamus de pèrdere fintzes una parte de sa capatzidade nosta de imaginare su tempus benidore.

Ci siamo chiesti, con il taglio volutamente provocatorio della sessione “Zohran Mamdani a Perdas Carpìas”, cosa possa insegnare la vittoria di un socialista – giunto alla guida di New York faccia a faccia dopo faccia a faccia, porta a porta dopo porta a porta – a chi fa politica ogni giorno nei paesi della Sardegna di dentro o nelle periferie urbane delle nostre città. Abbiamo lavorato sulla comunicazione politica nei social network come strumento per informare, coinvolgere e organizzare davvero: perché anche un’oasi che cresce ha bisogno di farsi vedere, di aprire i propri spazi, di rendere comprensibile e condivisibile il percorso che sta costruendo, non soltanto di raccontare la propria esistenza.

Parlare alla maggioranza

“Se si cuce bene, è poi difficile scucire”, ci hanno detto Lorena López de Lacalle e Sonia Tirado, raccontando le loro esperienze in EH Bildu e Compromís. È la stessa convinzione con cui siamo tornati a casa noi. Perché una buona analisi non produce da sola organizzazione. Una vertenza giusta non genera automaticamente partecipazione. Serve un lavoro paziente, fatto di relazioni, fiducia, formazione, responsabilità condivise: il lavoro, spesso invisibile, di chi organizza; non il notabile che accumula consenso per sé, ma chi distribuisce potere, lo moltiplica, lo mette al servizio di altri.

Un’oasi non nasce da sola, e non basta che qualcuno ne indichi la direzione: occorre scavare insieme, imparare a custodire l’acqua, fare in modo che nessuno debba affrontare il cammino in solitudine. Pensare alle istituzioni senza fermarsi alle istituzioni, perché da sole non bastano a cambiare una società ma senza di esse nessun cambiamento regge nel tempo. Costruire alleanze sociali, politiche, istituzionali, con chi non la pensa esattamente come noi, perché nessuno può bastare a sé stesso. Ed essere, prima ancora che organizzazioni, persone generose, coraggiose, rigorose: capaci di mettere in discussione ciò che viene presentato come inevitabile, di sperimentare strade nuove, di superare tanto l’estetica del gesto quanto la testimonianza fine a sé stessa, di non accontentarsi di sopravvivere alle condizioni esistenti. Non si fa politica per essere a posto con la propria coscienza, né per la propria visibilità. È il lavoro che serve per trasformare l’humus sparso della Sardegna in un blocco politico e sociale capace di parlare alla maggioranza di chi la abita, non solo a chi già la pensa come noi.

Move! non basta, e lo sappiamo. Un’oasi serve a riprendere fiato, non a fermarsi. Ma due giorni a Nurapolis ci dicono che l’acqua c’è ancora, che si può scavare insieme un pozzo, portare ciascuno la propria brocca, piantare un albero che darà ombra a tutti. Vogliamo costruire non una politica semplicemente diversa da quella che critichiamo, ma una politica che faccia davvero la differenza per la maggioranza dei sardi e delle sarde.

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