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Soggettività trans e i diritti ancora negoziati

Una serie di prassi non previste dalla legge rende più complesso il percorso di affermazione di genere delle persone trans. Una situazione che evidenzia la distanza tra il riconoscimento formale dei diritti e la loro applicazione concreta.

Sara Brughitta
Sara BrughittaCorrispondente
30 GIU 2026
7 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Quello di giugno ormai agli sgoccioli, è il mese del Pride, tempo di rivendicazione per l’autodeterminazione delle persone facenti parte della comunità LGBTQIA+. Le piazze si riempiono, le parole circolano - diritti, identità, libertà, autodeterminazione - e per un momento sembrano già acquisite. Ma mentre lo spazio pubblico celebra, nelle istituzioni persistono troppo spesso pratiche che raccontano una realtà diversa.

È a partire dalla segnalazione di Fra* Fadda, psicoterapeuta che accompagna le persone nei percorsi di affermazione di genere, che emerge ciò che accade nell’iter burocratico per le persone trans sarde. Secondo la sua testimonianza, da circa cinque anni una prassi non codificata complica ulteriormente il già lungo e oneroso iter. Ci si imbatte infatti in pratiche non obbligatorie il quale esito è un'oppressione che si somma a una quotidianità in cui la transfobia risulta ancora imperante.

Passaggi non previsti dalla normativa che però si inseriscono stabilmente in un percorso burocratico che continua a trattare l’identità di genere come qualcosa da dimostrare davanti a un’istituzione. Il percorso, stando alla segnalazione, si inceppa. E tra file all’alba, numeri limitati e pratiche contingentate, un diritto riconosciuto sulla carta si trasforma, nella pratica, in un percorso a ostacoli.

L’iter legale: un diritto che passa dal tribunale

Quello segnalato è un meccanismo che si inserisce in un sistema più ampio, che continua a trattare la rettifica di sesso e nome nei registri anagrafici come una questione giudiziaria. Prima di entrare nel merito occorre evidenziare come in Italia, per ottenere documenti coerenti con la propria identità, è necessario prima avviare una causa civile con il supporto dell'avvocatura, poi sottoporsi alla valutazione dell'autorità giudiziaria. La procedura prevede la presentazione di una lunga documentazione - tra cui una relazione psicodiagnostica di cosiddetta "incongruenza di genere" - e si conclude con una sentenza.

«Tecnicamente si chiede che venga confermata una diagnosi di incongruenza di genere - spiega Fadda - ma oggi l’identità di genere è stata depatologizzata. È una contraddizione». Con depatologizzazione si intende la rimozione lo status di malattia o disturbo da una determinata condizione. Quindi allora, perché l’identità deve essere certificata? Secondo Fadda, «il problema è a monte: non dovrebbe esserci un iter giudiziario per questa procedura. Dovrebbe essere un passaggio amministrativo, come andare all’anagrafe. Ma l’identità di genere troppo spesso nelle istituzioni non è contemplata come tale. E ciò che non rientra nella norma viene patologizzato».

Una prassi senza legge

Ciò che sempre più spesso accade è che si chiede alle figure professionali che hanno redatto la relazione di recarsi in Tribunale e prestare giuramento davanti a un pubblico ufficiale in cui dichiara di aver agito secondo scienza e coscienza, «il che dovrebbe esser già garantita dall’etica professionale e dal codice deontologico». Tale tendenza, pur non trovando fondamento in alcuna disposizione normativa, nasce - secondo quanto riportato da Fadda - da orientamenti informali, ma nel tempo si è trasformata in una consuetudine. È quest'ultima però a far sì che ciò che non è previsto diventi necessario, per prassi (non per legge). E in un sistema che dovrebbe garantire uniformità, apre invece uno spazio instabile in cui i diritti spesso dipendono dalle singole interpretazioni.

«Si genera poi un meccanismo di chiusura: non si fanno segnalazioni, non si mettono in discussione prassi che danneggiano e creano rallentamenti inutili. E questo è un problema», osserva Fadda. Il silenzio (alimentato da una cultura non accogliente verso persone e istanze trans) è parte del dispositivo, e irrigidisce ulteriormente il sistema. La conseguenza è una giustizia non uniforme: «Talvolta vengono chieste determinate cose e altre no. Non c’è chiarezza né compattezza».

Sebbene la legge 164 del 1982 - che dovrebbe sancire il diritto all'autodeterminazione dell'identità di genere - non indichi espressamente quali documenti siano necessari per la sentenza di rettificazione del sesso, nella pratica si slitta altrove. «Spesso vengono richieste relazioni psichiatriche o provenienti dal pubblico. È una deriva che riporta l’identità di genere dentro un paradigma patologizzante. Oltretutto, ci viene chiesto di giurare di dire la verità per una pratica che è già garantita dall’etica professionale e dal codice deontologico».

La materialità dell'esclusione

La prassi del giuramento è anche una questione materiale: tempi, spazi, accessi, costi. Secondo la segnalazione di Fadda, e stando anche a quanto riportato nel sito del Tribunale di Cagliari, l’ufficio traduzioni e perizie giurate è aperto solo due volte a settimana, dalle 9:00 alle 12:00, e gestisce al massimo venti pratiche per apertura. Non venti persone: venti pratiche. Questo significa che, se si devono giurare più relazioni, il numero effettivo di accessi si riduce ulteriormente. Lo sportello, inoltre, è condiviso con le traduzioni giurate, che rappresentano la maggior parte delle richieste.

Il risultato è una saturazione costante. Le condizioni di accesso sono al limite del praticabile: si arriva alle sei del mattino per mettersi in fila, senza alcuna garanzia di riuscire a entrare. Si può trascorrere un’intera mattinata in attesa senza completare la procedura.

Fadda vede tutto ciò come «un dispositivo di controllo sull’identità trans che si incastra perfettamente con le logiche burocratiche». A questo si aggiunge il costo delle marche da bollo: un ulteriore onere economico che ricade sulle persone trans, già impegnate in un percorso lungo e complesso. «È una forma di violenza amministrativa, ma anche una forma di violenza transfobica».

Nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso l’incongruenza di genere dai disturbi mentali. Una svolta formale importante, motivata dalla necessità di ridurre lo stigma e promuovere l’autodeterminazione. Ma le pratiche non si muovono alla stessa velocità. «Quello che noto è la difficoltà di recepire questi cambiamenti. Senza un aggiornamento normativo, le prassi continuano a riflettere modelli vecchi», osserva sempre Fadda. Così il paradosso resta: «Da un lato si dice che non è una patologia, dall’altro si richiedono relazioni psichiatriche e si costruiscono percorsi che producono disagio».

E quel disagio comporta conseguenze: «L’iter ha l’impatto di una violenza. Porta le persone a procrastinare. E vivere con documenti non coerenti genera difficoltà quotidiane: nella sanità, nei viaggi, nello sport, nel voto. Si creano situazioni di imbarazzo che possono portare all’evitamento, all’isolamento, alla depressione, all’ipercontrollo». Sebbene quindi l’incongruenza di genere sia stata depatologizzata, il rischio è che durante l’iter si creino una serie di condizioni per cui la persona possa sviluppare esperienze di sofferenza della salute mentale. «La cosiddetta disforia [ovvero il malessere derivante dal non riconoscersi nel sesso biologico assegnato alla nascita, ndr] è spesso un disagio sociale, legato agli ostacoli e alle violenze sistemiche. È il prodotto di norme cisgenderiste che quindi non contemplano le soggettività trans».

Un diritto ancora negoziato

La segnalazione di Fadda fa emergere l’urgenza sia di snellire le pratiche, che di eliminare passaggi non previsti riportando coerenza tra principi e applicazione. Ma il punto è anche politico. «Oggi ottenere documenti rettificati non è un diritto pieno, ma una concessione», afferma. Finché resta una concessione, resta anche una negoziazione, in cui ogni passaggio - formale o informale - diventa un punto in cui quel diritto può essere rallentato o rimesso in discussione.

«Servirebbe cambiare la legge e riconoscere l’identità di genere come un atto di autodeterminazione. Ma serve anche un cambiamento culturale: non basta depatologizzare se poi le prassi restano le stesse». Nelle piazze del Pride le parole vanno avanti in direzione ostinata e contraria ma oltre, - da quanto emerso - molto meno. E finché l’identità dovrà essere dimostrata davanti a un'autorità giudiziaria, ciò che dovrebbe essere un diritto continuerà a somigliare, nei fatti, a una concessione.

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