Si sa tutto e niente. O meglio: del Data Center Edge AI dichiarato di interesse strategico nazionale che verrà realizzato dalla società svizzera Energy Vault nell’ex miniera di carbone di Monte Sinni a Nuraxi Figus (Gonnesa), per ora si conosce solo la vetrina. I posti di lavoro (circa 400 tra occupazione diretta e indotto), l’investimento (circa 1 miliardo e mezzo di euro) e la promessa di sostenibilità ambientale (il campus - si legge su Cagliari Today - dovrebbe essere alimentato principalmente da un mix di fonti di energia rinnovabile con sistemi ibridi di accumulo energetico e tecnologie di raffreddamento sviluppate da Energy Vault). Sono i dubbi – in linea con quelli sollevati dall'ondata internazionale di proteste contro i data center, che punta il dito sugli impatti ambientali, sociali ed economici – a non avere ancora ottenuto risposta.
A chiedere ufficialmente maggiore chiarezza (depositando due istanze di accesso civico, una all'Assessorato sardo dell’Industria e l’altra alla Carbosulcis, società che possiede il sito, controllata dalla Regione Sardegna) è stato anche il movimento indipendentista A Innantis!. “Chiediamo quello che oggi non sa nessuno”, scrivono. “Consumi di acqua e di energia, temperatura dell'acqua di miniera, tecnologia di raffreddamento, posti di lavoro separati per tipo, destinazione della capacità di calcolo”. Il tempo scorre – le istanze sono state depositate il 19 agosto e i giorni a disposizione per rispondere sono 30 (“se tacciono chiediamo il riesame”, annunciano già dal movimento) – ma quello nel quale dà l’impressione di essere stato per l'ennesima volta catapultato il Sulcis Iglesiente, sembra sempre di più un limbo di grandi cifre e scarse certezze. Ad apparire chiaro è anche il fatto che se da un lato l'era del carbone è finita, dall'altro quella dell'oro nero del Ventunesimo secolo (i dati) è appena cominciata.
Per Francesco Micozzi, avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie e docente nelle università di Perugia e Milano, le domande da porsi in materia non mancano. Allo stesso tempo, i punti fermi da tenere a mente sono già tra noi.
Quando si parla di data center, “futuro” è uno dei termini che maggiormente ne accompagna la narrazione. In che modo allora, nel presente, i data center riguardano il nostro domani?
Quello che noi sappiamo è che l’elaborazione di dati e informazioni (o il loro immagazzinamento) non è una moda passeggera ma qualcosa che sarà sempre più importante e rilevante per le nostre vite. Che si tratti o meno di dati personali, l’attenzione è sempre più forte; soprattutto da quando i sistemi di intelligenza artificiale generativi sono diventati quotidianità per chiunque, quasi un’opportunità da non perdere. Da ciò si deduce come oggi un data center (sia esso cervello o memoria) è sempre più rilevante, tant’è vero che una realtà come Meta – che ha bisogno di data center enormi – ha chiesto al governo americano di poter riattivare centrali nucleari in passato dismesse per alimentarli.
La sfida (o meglio, il futuro) riguarda anche il come elaborare queste informazioni in modo sostenibile, soprattutto dal punto di vista ambientale: è ormai altrettanto chiaro l’enorme impiego di energia elettrica e acqua per il raffreddamento dei componenti, tant’è vero che si pensa spesso di installarli vicino a grandi risorse d’acqua o in zone fredde. Questo poiché andando oltre la loro “necessità”, l’altra faccia della medaglia sono i consumi importanti. Ciò al quale si dovrebbe arrivare è studiare e ottenere data center che impiegano meno risorse per raggiungere lo stesso risultato, un qualcosa che accade già. Ma non deve essere sempre visto come una passione particolare per gli interessi ambientali, è più che altro una questione economica: stessi risultati e meno risorse significano costi inferiori e guadagno maggiore.
Del progetto di data center a Nuraxi Figus si parla di fatto (nonostante molte informazioni non siano ancora chiare) quasi come una grande oasi ecologica.
Parlando della Sardegna, ciò che sarebbe necessario conoscere è cosa intende sviluppare il progetto. Quello al quale voglio credere è che se è stato approvato, aspetti ambientali cruciali quali il consumo di acqua (in un’isola dove la risorsa scarseggia) non siano passati inosservati. Tenendo lo sguardo sul territorio, credo che un aspetto che probabilmente è stato prioritario sia la scarsa sismicità della regione. Ma voglio ritornare a quanto dicevo poco fa: esprimersi senza conoscere effettivamente il progetto ci consente solo di parlare per massimi sistemi, provando quindi a capire quali sono i fattori determinanti e quali gli effetti tipici di un sistema di questo genere, che consuma sì energia e risorse. Quello che è ormai certo è però che avremo sempre più bisogno di data center localizzati e controllabili anche fisicamente. E non solo dal punto di vista dell’accesso delle informazioni: più che altro in virtù del tema sempre più centrale della sovranità tecnologica e digitale.
Potrebbe sembrare un concetto in linea con la nuova semantica dei sovranismi dilaganti. Cosa si intende con sovranità tecnologica e digitale?
Coincide col non dipendere – in materia tecnologica e digitale – da altri Stati o Paesi. Facendola semplice, la questione è che noi europei non possiamo essere messi sotto ricatto da chi ci dà strumenti per alimentare le nostre macchine o custodire i nostri dati. Bisogna evitare qualsiasi elemento che ci possa rendere succubi di altri soggetti che dicono: “O fai come dico io o ti taglio la benzina” – per fare un esempio attuale. Il termine “sovranità” sembra richiamare qualcosa di antico ma è più legato alla disillusione dalla globalizzazione, dall’idea che siamo tutti amici; una diffidenza generalizzata che si lega anche all’instabilità geopolitica. E allora uno dei modi per proteggerci diventa la sovranità. Ma deve esserci a 360 gradi.
Pensiamo ad esempio a un pc. Ha dei processori, sono in silicio. Chi li produce? Normalmente la Cina. Ecco, chi ci garantisce che – supposizione – la Cina non introduca strumenti che consentono a un governo straniero di poter controllare quello che le nostre amministrazioni stanno elaborando attraverso un pc? Il discorso sulla sovranità tecnologica non mira però solo a dire: “Ci costruiremo i processori in casa!”. Cerca anche modi diversi per elaborare le informazioni, o per avere l’energia che alimenta il processo; per questo l’approccio deve essere a tutto tondo. Possiamo pensare alla sovranità digitale facendo un parallelismo con un castello sotto assedio in epoca medievale. Ci si chiedeva come poter indurre le persone che stavano là dentro ad abbandonarlo, come sconfiggerle e impossessarsi dei loro beni. Non solo bombe e cannoni ma ad essere minate erano (ad esempio) anche le risorse che rendono la vita possibile dentro il castello.
Allo stesso modo, se si parla di sovranità digitale sono una miriade i problemi da affrontare, che partono dalla non più per scontata idea che le relazioni internazionali possano sopperire alle esigenze quotidiane. Certo, si potrebbe estremizzare e pensare: e allora perché lavorare per una sovranità digitale e tecnologica europea, perché mi dovrei fidare degli altri Stati europei? In merito, oggi si fa un discorso di sovranità a livello europeo dando per scontato che la necessità di restare uniti ci garantisca la possibilità di difenderci da soggetti più grandi di noi.
Di recente nel parlare del tema lei ha ribadito come “una sovranità digitale separata dalla sovranità energetica, industriale, scientifica e infrastrutturale rischia di diventare una sovranità illusoria”. Tornando alla questione principale, quali sono però i rischi legati all’avere un data center nel nostro territorio? Anche in virtù alle appena citate relazioni internazionali disfunzionali.
Il rischio aumenta nei territori quando vi è un interesse maggiore. Lo espone notevolmente. Se io ad esempio sono uno Stato nemico e so che quel data center è imprescindibile per il funzionamento dei computer che gestiscono i sistemi di lancio dei missili, non distruggo missile per missile ma miro alla macchina che li controlla. A seconda di quello che ci sarà, quel luogo diventerà appetibile per gli “attaccanti”. Questo anche se fossero contenuti dati personali o biometrici o informazioni che io posso rubare per estorcere denaro, danneggiare e ottenere benefici.
Immaginiamo di avere i server di Meta: solo Facebook ha più di 3 miliardi di utenti attivi mensili. Questo significa avere un database con informazioni dettagliate su miliardi di persone. Chi potrebbe volerlo? Dai governi al più piccolo dei criminali che vuole usare quelle informazioni per estorcere denaro. Tanto più quel data center farà cose importanti, quanto più il Sulcis sarà a rischio.
Eppure non di rado, parlando sempre del futuro data center in territorio sardo, si guarda ai circa 150 metri di profondità come una “protezione” fisica.
Dal punto di vista informatico, affatto. Anche fosse sulla Luna, se c’è un modo per collegarsi lo si fa: oggi ci sono diverse tecniche per violare anche i satelliti. La regola base è che il sistema informatico sicuro non esiste: i codici sono scritti da uomini e gli uomini sono imperfetti. Ci sono interi team di hacker continuamente alla ricerca di vulnerabilità informatiche le quali – si dice nel mondo hacker – possono risiedere nel software, nell’hardware e nel wetware, ovvero quelle cose umidicce che usano gli hardware: gli esseri umani. Una macchina può anche essere perfetta ma io posso violarla attraverso le persone che ne sono a contatto.
Ricordiamo la questione Stuxnet [un malware, abbreviazione di malicious (malevolo) e software ndr] che nel 2010 ha attaccato il programma nucleare iraniano compromettendo i sistemi di controllo (sensori di velocità di rotazione delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio) e manipolandone il funzionamento dall’interno. È stato usato un attacco di ingegneria sociale (social engineering) per introdurre nella struttura un dispositivo infetto, probabilmente una pennina USB. Magari qualcuno è stato pagato per farlo, oppure qualcuno è stato indotto (o costretto) a farlo. I modi per agire possono essere tanti.
In conclusione, ciò che si sta delineando sempre di più anche in territorio italiano è una lotta sociale e ambientale ostinatamente contraria ai data center. Ad essere evidente è però anche un’altra questione: questi grandi centri sembrano interessare più le istituzioni che le comunità. Quali sono le domande che la Sardegna dovrebbe porsi oggi davanti a un progetto simile?
Quando le tecniche di attacco si spostano ad attori come l’IA tu non puoi difenderti se non hai uno strumento di IA. È come se si passasse da un periodo in cui si combatte con arco e frecce a uno in cui si combatte con i mitra: devi adattarti. L’esigenza dei data center, in un modo o in un altro, arriva.
Penso che essere aprioristicamente contrari ai data center sia sbagliato. È vero, possono comportare problematiche di diverso tipo, ma per questo bisogna bilanciare opportunità e rischi e comprendere cosa si può fare in Sardegna e cosa richiede sacrifici talmente grandi per cui il ritorno non è proporzionato. Se si hanno più contro che pro non ne vale la pena. Al territorio quali benefici porta? Queste sono le domande da fare. E se porta solo sacrifici allora la comunità ha il diritto di dire: chi me lo fa fare?




