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Società

La genitorialità non è una questione privata

In Sardegna è partita dal primo novembre la prima sperimentazione in territorio italiano di "phone ban". Viene descritto come divieto ma è più un patto di disconnessione dagli smartphone nei ristoranti, con l'obiettivo di riportare il dialogo nei pasti in famiglia. Nei 15 locali che hanno aderito volontariamente le famiglie riceveranno materiale informativo, giochi e una guida su bambini, bambine e adolescenti in un mondo sempre più digitale. L'obiettivo è "disconnettere" le persone minori, rendendo inoltre i genitori consapevoli dei rischi e delle opportunità dell'uso degli strumenti tecnologici. Quello che però ci siamo chiesti, andando oltre la sperimentazione in sé, è quali siano le condizioni e il contesto in cui oggi vivono le famiglie in Sardegna. Lo abbiamo chiesto all'associazione cagliaritana MAMAS, il testo che segue è una loro riflessione.

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Redazione Autore
5 NOV 2026
7 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Diventare genitori può essere una delle esperienze più importanti nella vita di una persona. Eppure, proprio in un momento in cui si avrebbe bisogno di sostegno, informazioni e servizi, tante famiglie si ritrovano a dover fare i conti con difficoltà molto concrete: trovare un nido, conciliare il lavoro con la cura dei figli, permettersi una casa, orientarsi tra i servizi sanitari e affrontare spese che sembrano aumentare continuamente.

La genitorialità viene spesso considerata una questione privata, da gestire all’interno della famiglia e, quando possibile, con l’aiuto dei nonni o della propria rete di conoscenze. Ma crescere un bambino non è soltanto una responsabilità individuale: è anche una questione sociale, sanitaria, culturale ed economica. Il modo in cui una comunità si prende cura delle famiglie dice molto del tipo di futuro che sta costruendo.

È da questa consapevolezza che nasce MAMAS, un’Associazione di Promozione Sociale che prende forma a Cagliari con l’obiettivo di mettere in rete famiglie, professionisti, servizi e istituzioni. L’idea è semplice, almeno sulla carta: creare uno spazio in cui i genitori possano trovare ascolto, informazioni affidabili, occasioni di confronto e strumenti concreti, ma anche contribuire a individuare ciò che manca e a immaginare risposte migliori per il territorio. Nasce dalla convinzione che non si possa chiedere alle famiglie di cavarsela da sole in un contesto che spesso non le sostiene abbastanza. E che il benessere dei bambini non possa essere separato da quello di chi se ne prende cura.

Genitorialità è comunità

Fondare un’associazione di genitori in Sardegna, una regione che registra da anni livelli di fecondità tra i più bassi d’Italia e d’Europa, ha anche un significato più ampio. È in un certo senso, un atto di resistenza. Non una resistenza contro qualcuno, ma contro l’idea che questa situazione sia inevitabile e che non ci sia nulla da fare.

I bambini e le famiglie sono sempre meno numerosi. Questo dato non riguarda soltanto le statistiche demografiche: riguarda il peso che le loro esigenze riescono ad avere nel dibattito pubblico e nelle decisioni politiche. In una società che invecchia, le istanze di chi cresce figli rischiano di diventare meno visibili. Eppure, sono proprio queste ultime a riguardare investimenti essenziali per il futuro: scuole, nidi, servizi sanitari, politiche abitative, trasporti, spazi pubblici e strumenti per conciliare lavoro e vita familiare.

Il rischio è quello di entrare in un circolo vizioso. Se i servizi sono pochi o difficili da raggiungere, se trovare una casa diventa troppo costoso e se conciliare lavoro e famiglia è complicato, vivere e crescere i propri figli in Sardegna può diventare sempre più difficile. Alcune persone rinunciano a progetti di genitorialità, altre rimandano, altre ancora scelgono di trasferirsi dove pensano di poter trovare condizioni migliori. E quando le famiglie se ne vanno, il territorio perde energie, competenze e futuro.

Per questo è importante che le famiglie si organizzino e trovino una voce comune. Non basta che i problemi vengano raccontati singolarmente, magari sui social o nelle conversazioni quotidiane: serve una presenza stabile, capace di raccogliere bisogni, formulare proposte e portarle davanti a chi prende le decisioni. Le politiche per l’infanzia e la genitorialità non possono dipendere soltanto dalla sensibilità del singolo amministratore o dalla buona volontà di qualche professionista: devono diventare una parte strutturale dell’agenda pubblica.

C’è poi una questione che riguarda da vicino Cagliari: il rapporto tra la trasformazione turistica della città e il diritto di abitarla. Il turismo è una risorsa importante per l’economia locale, ma lo sviluppo di una città non può essere misurato soltanto dal numero di visitatori che riesce ad attrarre. Deve essere valutato anche in base alla possibilità, per chi ci vive tutto l’anno, di trovare una casa, muoversi, lavorare e crescere i propri figli.

L’aumento degli affitti brevi e la pressione sul mercato immobiliare possono ridurre l’offerta di abitazioni disponibili per i residenti e contribuire a rendere alcuni quartieri meno accessibili. Una città a misura di turista non è automaticamente una città a misura di famiglia. Queste ultime hanno bisogno di case sostenibili, nidi, scuole, aree verdi, marciapiedi percorribili con i passeggini, trasporti efficienti, spazi di incontro e servizi vicini. Hanno bisogno, soprattutto, di poter restare. La domanda da porsi è: quale equilibrio vogliamo per Cagliari e quale spazio intendiamo riservare a chi la abita? Una città può essere attrattiva anche perché è un luogo piacevole in cui vivere, non soltanto perché è una destinazione da visitare.

In questo senso si inserisce anche la partecipazione di MAMAS a Street for Kids, l’iniziativa che promuove città più a misura di bambine e bambini, restituendo le strade alle persone e soprattutto ai più piccoli. È stata un’occasione per sostenere concretamente un’idea diversa dello spazio urbano: non soltanto luoghi di passaggio per le automobili, ma spazi di incontro, gioco, autonomia e socialità. I bambini hanno diritto di vivere la città, di attraversarla, giocare e sentirsi parte della comunità. Una città che lascia loro spazio è una città che sceglie di investire nel proprio futuro.

Famiglie, a quali condizioni?

Un altro tema che non può essere escluso da una riflessione sulla genitorialità riguarda le persone che desiderano avere figli e incontrano difficoltà nel realizzare questo progetto. Parlare di famiglie significa parlare anche di fertilità, prevenzione, infertilità e accesso alla procreazione medicalmente assistita. In Sardegna, la condizione di insularità può aggiungere ostacoli a percorsi già complessi sul piano clinico, emotivo ed economico: spostamenti, tempi di attesa, disponibilità dei servizi e costi possono incidere in modo significativo.

Occorre quindi interrogarsi non soltanto sul numero dei centri presenti, ma sulla reale accessibilità dei percorsi, sulla distribuzione territoriale dei servizi, sui tempi e sulle prestazioni effettivamente disponibili. Non si tratta di promuovere la maternità a tutti i costi o di trasformare la scelta di avere figli in un dovere. Al contrario: significa tutelare la libertà di scelta, garantire informazioni corrette e ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle opportunità sanitarie. La possibilità di costruire una famiglia non dovrebbe dipendere dal luogo in cui si vive o dalla disponibilità economica.

C’è infatti anche il tema del carovita. Mettere al mondo e crescere un figlio comporta responsabilità economiche che si sommano a spese già difficili da sostenere: affitto o mutuo, bollette, alimentazione, trasporti, servizi educativi, prodotti per l’infanzia e cure. A questo si aggiungono la precarietà lavorativa, la distanza tra casa e lavoro e la difficoltà di trovare servizi che permettano una reale conciliazione.

Non basta invitare le persone a fare figli, né limitarsi a richiamare il valore della famiglia. Bisogna chiedersi quali condizioni stiamo offrendo a chi vorrebbe diventare genitore e a chi lo è già. Una scelta così importante non può essere sostenuta soltanto dalla buona volontà individuale: servono servizi accessibili, politiche abitative, tutela del lavoro e un sistema di welfare che consideri le famiglie una risorsa per l’intera comunità.

MAMAS vuole partire da qui: dall’ascolto delle famiglie e dalla costruzione di una rete che sappia trasformare esperienze individuali in questioni collettive; dalla promozione di un'informazione basata sulle evidenze scientifiche, di occasioni di confronto, iniziative formative e dalla collaborazione con professionisti, scuole, servizi e istituzioni. Ma vuole anche contribuire a portare all’attenzione pubblica domande che troppo spesso restano ai margini.

La denatalità non è soltanto un problema di quante persone nascono. È anche il risultato delle condizioni in cui le persone vivono, lavorano, abitano e immaginano il proprio futuro. Se vogliamo che la Sardegna continui a essere un luogo in cui è possibile scegliere di restare e costruire una famiglia, dobbiamo cominciare a considerare le esigenze dei bambini e dei genitori una priorità collettiva. Noi nasciamo con questa convinzione: una comunità che non investe nelle famiglie finisce, prima o poi, per impoverire anche se stessa.

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