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Ambiente

Perché il paesaggio dovrebbe entrare nel dibattito sulla salute mentale

La Sardegna che cura, senza essere una cura. Ospitiamo questo contributo da parte della psicologa e insegnante di sostegno Carla Suella, una riflessione che guarda al ruolo del paesaggio e più in generale dell'ambiente naturale come alleati al benessere mentale individuale e collettivo.

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Redazione Corrispondente
10 SET 2026
5 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Negli ultimi anni la salute mentale è entrata sempre di più nel dibattito pubblico (finalmente!). Se ne parla nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei servizi sanitari e nelle istituzioni. Si moltiplicano gli appelli a investire nella prevenzione, nell’accesso alle cure e nell’educazione emotiva e ciò è assolutamente un cambiamento importante.

Esiste però una domanda che continua a rimanere ai margini della discussione: può un territorio contribuire al benessere psicologico di una comunità? E no, non è una suggestione romantica; è una domanda che la ricerca scientifica pone da oltre quarant’anni.

Gli psicologi Rachel e Stephen Kaplan, tra i fondatori della psicologia ambientale, hanno mostrato come il contatto con gli ambienti naturali favorisca il recupero dell’attenzione dopo periodi di intenso affaticamento mentale. La loro “Attention Restoration Theory” ha aperto un filone di ricerca che oggi trova conferme nelle neuroscienze. Negli stessi anni Roger Ulrich dimostrò che anche la semplice vista di elementi naturali era associata a una riduzione degli indicatori fisiologici dello stress e, in ambito ospedaliero, a un recupero più favorevole dei pazienti.

Oggi numerosi studi indicano che il tempo trascorso in ambienti naturali è associato a una migliore regolazione delle emozioni, a una riduzione del carico cognitivo e a livelli inferiori di stress percepito. Ed è anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità a richiamare inoltre il ruolo degli spazi verdi e dei determinanti ambientali come componenti della salute delle popolazioni.

Il ruolo del territorio

Naturalmente nessun bosco sostituisce uno psicologo o uno psichiatra, come nessun paesaggio "cura" la depressione e nessuna montagna "elimina" un disturbo d’ansia. Confondere il benessere con la terapia sarebbe un grave errore. Esiste però una differenza sostanziale tra curare una malattia e costruire condizioni favorevoli alla salute. Ed è qui che il territorio entra in gioco.

La Sardegna viene raccontata quasi sempre attraverso il mare: un bel racconto comprensibile, ma sostanzialmente incompleto. Esiste infatti anche un’altra isola, meno visibile, fatta di montagne, boschi, altopiani, piccoli paesi e soprattutto silenzi. Una Sardegna che compare spesso nelle cronache per lo spopolamento, la chiusura delle scuole, la riduzione dei servizi e le difficoltà nei collegamenti. Problemi reali che rischiano però di oscurare una domanda altrettanto importante: che cosa custodiscono ancora questi territori?

Durante il mio anno di insegnamento a Meana Sardo questa domanda è diventata sempre più concreta. Il viaggio quotidiano dal Campidano verso la scuola non rappresentava soltanto uno spostamento geografico. Con il tempo è diventato uno spazio di transizione mentale. La successione dei boschi, la riduzione del traffico, il silenzio e l’ampiezza del paesaggio producevano una sensazione di rallentamento difficile da descrivere ma sorprendentemente coerente con quanto racconta la letteratura scientifica.

Da psicologa, riconoscevo i meccanismi studiati nei manuali. Da insegnante, osservavo ogni giorno quanto il territorio fosse parte integrante dell’esperienza educativa. Non solo perché rappresentava il contesto in cui crescevano gli alunni, ma perché influenzava anche chi quel territorio lo attraversava. Forse allora, è arrivato il momento di ampliare il nostro modo di pensare alla salute.

Quando parliamo di prevenzione immaginiamo ospedali, ambulatori, campagne informative ma molto più raramente (spesso mai) pensiamo ai luoghi. Eppure urbanisti, psicologi e professionisti della salute pubblica parlano sempre più spesso di città salutogeniche, di progettazione orientata al benessere, di infrastrutture verdi, di percorsi naturali accessibili. Sono politiche di salute, non semplici interventi urbanistici.

Iniziare a considerare anche l'entroterra sardo attraverso questa prospettiva, potrebbe essere una buona prassi. Non quindi soltanto come territorio fragile da salvare ma come patrimonio che può insegnarci qualcosa sul modo in cui costruiamo il benessere collettivo. Qualcuno, altrove, ha già cominciato a muoversi in questa direzione.

Buone prassi

Un esempio interessante arriva dalla Scozia, un territorio che, per alcuni aspetti, può dialogare con il nostro: vaste aree rurali, comunità distanti dai grandi centri e un patrimonio naturale che costituisce una parte essenziale dell’identità dei luoghi.

Con il programma “Our Natural Health Service”, la Scozia ha iniziato a considerare il proprio ambiente naturale come una risorsa per la promozione della salute e del benessere. Nel 2018 sono nate quattro “Green Health Partnerships”, che hanno coinvolto servizi sanitari, amministrazioni locali e organizzazioni di diversi settori con l’obiettivo di creare un collegamento più strutturato tra salute, comunità e ambiente naturale.

Il principio è interessante proprio perché non attribuisce alla natura un potere terapeutico assoluto, né pretende di sostituire i servizi sanitari. Cerca piuttosto di mettere in relazione ciò che troppo spesso consideriamo separatamente: la salute delle persone e i luoghi nei quali quelle persone vivono.

L’esperienza scozzese non è un modello da importare e replicare automaticamente in Sardegna, anche perchè le differenze geografiche, sociali e organizzative sarebbero troppe per rendere sensato un semplice trasferimento. Può però suggerirci una domanda. Se altrove il patrimonio naturale viene considerato anche nella progettazione delle politiche di salute e di prevenzione, perché non cominciare a interrogarsi sulle possibilità offerte dal nostro territorio?

Preservare un bosco, rendere accessibile un sentiero, mantenere vivo un piccolo paese o permettere alle persone di avere un rapporto quotidiano con la natura non significa fare psicoterapia. Significa però decidere in quale ambiente vogliamo che le persone crescano, vivano e invecchino.

Il tutto, guardando all'idea che forse, il futuro della salute mentale non dipenderà soltanto da quanti psicologi verranno formati, ma dai luoghi che sceglieremo di preservare.


di Carla Suella


Per approfondire

• Kaplan, R. & Kaplan, S. (1989). The Experience of Nature: A Psychological Perspective.

• Ulrich, R. S. (1984). View through a Window May Influence Recovery from Surgery. Science, 224(4647), 420–421.

• World Health Organization (2016). Urban green spaces and health: a review of evidence.

• World Health Organization. Mental health: strengthening our response (aggiornamenti periodici).

• Bratman, G. N. et al. (2019). Nature and mental health: An ecosystem service perspective. Science Advances.

• NatureScot (2025). Realising the Potential of Scotland’s Natural Health Service in Practice: A Report on Piloting of Green Health Partnerships.


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