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Solstizio d’estate e San Giovanni: due tradizioni, un unico linguaggio simbolico

Acqua di San Giovanni, raccolta delle erbe, fuochi, promesse. Gesti e rituali che in Sardegna custodiscono un legame simbolico tra uomo, natura e spiritualità.

Natascia Talloru
Natascia TalloruCorrispondente
25 GIU 2026
6 min
Foto di Natascia Talloru

Foto di Natascia Talloru

Il passaggio tra il solstizio d’estate, dalla Festa di Giovanni Battista e gli ultimi giorni di giugno, è un lasso di tempo fortemente ricolmo di simbolismi in tutte le culture del mondo, che raccontano storie e rituali legati alla tradizione, alla magia e alla spiritualità. Entrambe le ricorrenze citate, nella loro ciclica ripetizione, preservano e racchiudono l’eco remota di tradizioni popolari dove le soglie e i portali, astronomici e ritualistici, venivano celebrati con numerose usanze che oggi avremmo perduto, se non fosse per il credo, per la costanza e per le abilità nel sentire dei nostri antenati. 

È col solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, che il Sole raggiunge il suo punto più alto, la luce domina sulla notte e nell’attimo successivo, nel suo moto di discesa, apre le porte al buio. La natura raggiunge il suo massimo splendore e se anticamente questo passaggio veniva celebrato con riti pagani che prevedevano la raccolta delle erbe, dei fiori, della preparazione di acque curative e accensione di fuochi, è attraverso la religione cristiana che tali consuetudini vennero assorbite nella celebrazione di San Giovanni Battista.

Il Santo dell'acqua

San Giovanni Battista è difatti considerato il Santo dell’acqua, del Battesimo, della purificazione e della rinascita. Ma nelle culture popolari, in Sardegna e non solo, la sua festa è accompagnata da riti molto antichi, appartenenti al mondo agropastorale, legati ai cicli della terra e della fertilità, alla protezione, all’amore e alla salute. Il Cristianesimo ha accolto e trasformato queste pratiche, creando quel sincretismo affascinante in cui sacro e profano convivono tuttora consentendoci di collegarci a pratiche risalenti a tempi indefiniti.

A tal proposito non è un caso che proprio in questi giorni, secondo la tradizione della Sardegna, erbe, fiori, acqua e fuoco si carichino di virtù particolari. La sera del ventitrè giugno si prepara infatti l’acqua di San Giovanni, e all’inizio del crepuscolo si raccolgono fiori ed erbe: primo fra tutti l’iperico – altri nomi comuni dell’iperico sono erba di San Giovanni, per l’appunto, o erba scaccia Diavoli - ma anche lavanda, elicriso, rosmarino, menta, salvia, rose, malva, papaveri, timo, achillea, camomilla, rose. La raccolta delle erbe in realtà non segue una regola precisa: spesso ci si affida a ciò che è disponibile in quel luogo, alla memoria familiare, all’istinto e ai doni che il nostro giardino o la  campagna possono offrirci. 

Le erbe vengono adagiate in una ciotola colma d’acqua e lasciate all’aperto per tutta la notte in attesa della rugiada del mattino, perché è proprio la rugiada l’incognita e il mistero del rito: nelle credenze popolari era considerata una benedizione celeste, come se fossero gli Dei stessi durante la notte a trasferire alle piante, e all’acqua in cui si trovano immerse, una carica nuova. Al mattino del ventiquattro giugno, quell’acqua profumata naturalmente viene utilizzata per lavare il viso, le mani e il corpo, per la cura della pelle, degli occhi, dei capelli e della bocca. Gesti semplici ma carichi di un senso profondo: purificarsi, proteggersi, propiziare salute, cura, amore, fortuna e prosperità.

Il tempo degli opposti

L’acqua di San Giovanni non è soltanto un preparato rituale. È un simbolo. Racconta il bisogno dell’uomo di riconnettersi ai cicli naturali, di rallentare il tempo, di riconoscere nella natura cura e bellezza. Dal Battesimo cristiano ai pozzi sacri, dalle sorgenti alle brocche lasciate fuori dalle case, l’acqua conserva la stessa funzione: lava, benedice, purifica.

In alcune zone della Sardegna questa notte è anche associata ai falò, che vengono ancora accesi in diversi paesi dell’isola: il fuoco scaccia il male (scaccia Diavoli ndr), porta luce alla nuova stagione e sigilla promesse. Attorno alle fiamme tradizionalmente si danzava, si cantava, si pregava; in alcuni luoghi giovani uomini e donne saltavano il fuoco, vi ruotavano attorno insieme ai cavalli addobbati a festa, tenendosi per mano o stringendo un fazzoletto e divenendo così compari e comari di San Giovanni, uniti da un vincolo destinato a durare tutta la vita.

In questa notte, si sussurra, l’acqua si sposa con il fuoco, e il Sole con la Luna. È il tempo degli opposti che si ricompongono: luce e buio, maschile e femminile, vita e morte, materia e spirito. Accanto all’acqua e al fuoco, vi sono le erbe, che svolgono un ruolo centrale in questo lento processo alchemico della durata di una notte. Tra tutte, l’iperico o Hypericum perforatum raggiunge il suo tempo balsamico proprio nel periodo del solstizio e i suoi fiori giallo-oro sembrano custodire la forza del sole. Secondo la tradizione veniva raccolto non solo come componente dell’acqua ma anche all’alba del ventiquattro giugno, ancora bagnato dalla rugiada, e in seguito appeso alle porte e alle finestre sotto forma di mazzetti per proteggere la casa da tempeste, malattie, spiriti maligni e fatture.

L'iperico

In Sardegna l’iperico è diffuso in tutta l’isola, da Nord a Sud, dal livello del mare sino alle cime del Gennargentu. Cresce nei luoghi assolati, nei terreni asciutti, ai margini delle strade e lungo i sentieri campestri e, a seconda delle zone assume nomi diversi: nella Sardegna centrale – ad esempio - conosciuto anche come su frore ‘e Santa Maria, mentre in Campidano viene chiamato erba de piricoccu o pirinconi, correlandolo alla sfera femminile. In Barbagia, in alcune aree, sarebbe noto come vidikinzu.

Il suo utilizzo appartiene tanto alla tradizione popolare quanto alla fitoterapia. Le sommità fiorite e le foglie contengono preziosi principi attivi (flavonoidi, tannini, carotenoidi, vitamine, olio essenziale, ipericina e iperforina) che già Paracelso ne evidenziò le sue proprietà cicatrizzanti, antisettiche e depurative. Ancora oggi l’iperico viene preparato in casa dalle "majarzas" soprattutto sotto forma di oleolito, impiegato per curare irritazioni cutanee, scottature, ferite, cicatrici e dolori di varia natura.

Anche il curioso nome popolare di "erba scacciadiavoli" è stato poi confermato in ambito medico e farmacologico, poiché l’iperico è noto per il suo utilizzo nel trattamento della depressione lieve e moderata e come stabilizzante dell’umore. Oggi questo nesso assume una suggestione nuova: ciò che un tempo allontanava demoni e spiriti maligni attualmente risulta utile come pianta capace di contrastare i "cattivi pensieri". 

E non solo. La ricerca scientifica continua a studiare l’iperico e  alcune pubblicazioni dell’Università di Pisa indagano sulle potenziali proprietà protettive dei suoi estratti sulle cellule pancreatiche produttrici di insulina, aprendo nuove prospettive di ricerca anche nell’ambito del diabete giovanile. Si tratta di risultati preliminari, ancora lontani da applicazioni definitive, ma indicativi di quanto il patrimonio vegetale del Mediterraneo e della Sardegna possa offrire spunti preziosi per lo studio  di metodi di cura alternativi.

Eppure, al di là della scienza, la forza del periodo attorno al solstizio d’estate e della notte di San Giovanni resta nei gesti: nella raccolta dell’iperico e delle altre erbe offerte dalla natura, nella preparazione dell’acqua e nell’accensione dei fuochi. Azioni intime e silenziose, che come d’incanto ci riportano a un credo che abbiamo perduto, che ci ricordano l’esistenza dei passaggi da onorare e che pur  mutando nella forma, ne preservano il significato in un tempo dai contorni soffusi.

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