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Ma davvero tre mesi di vacanze scolastiche sono troppi?

C'è chi dice che tre mesi di vacanze estive sono "troppi" dal punto di vista genitoriale. Ne ha parlato di recente anche la media company Will Media sottolineando come l'Italia sia tra i Paesi europei con la pausa estiva più lunga. "Per i genitori, la chiusura prolungata si traduce in un gravoso onere di cura" scrivono, un sovraccarico che si interseca col tema del costo spesso proibitivo dei centri estivi, ma non solo. Ci sarebbe anche la “summer learning loss”, ovvero la perdita degli apprendimenti e delle competenze acquisite durante l’anno. Insomma, una serie di criticità che rafforzerebbero disuguaglianze e aumenterebbero il carico familiare, ma la questione che sorge spontanea è: stiamo forse cercando di adattare la vita ai ritmi del lavoro invece di mettere in discussione il modello di società che ha trasformato l’estate in un problema? Una riflessione di Michela Calledda della Libreria La Giraffa di Siliqua.

Michela Calledda - Libreria La Giraffa
Michela Calledda - Libreria La GiraffaCorrispondente
1 LUG 2026
6 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Ogni anno, puntuale come il caldo, torna la discussione sulle vacanze scolastiche. Tre mesi sono troppi, si dice. Sono un problema per i genitori che lavorano, aumentano le disuguaglianze, fanno perdere competenze agli studenti, costringono le famiglie a spendere cifre sempre più alte per i centri estivi. È un dibattito legittimo e i dati lo confermano: non tutte le famiglie possono permettersi un’estate ricca di esperienze e opportunità. Ma proprio perché il problema è reale, penso valga la pena domandarsi se la soluzione proposta sia quella giusta.

Io credo di no. La politica non può limitarsi a chiedere più ore di scuola come se più istituzione significasse automaticamente più giustizia. A volte significa solo più controllo, più ottimizzazione, meno spazio per ciò che non si misura. Io credo di no perché ho l’impressione che, ancora una volta, stiamo cercando di adattare la vita ai ritmi del lavoro invece di mettere in discussione il modello di società che ha trasformato l’estate in un problema.

Il tempo della noia

Esiste un tempo che abbiamo quasi completamente smarrito: quello lungo, improduttivo, apparentemente inutile dell’infanzia. Il tempo in cui ci si annoia. Quello in cui una giornata sembra infinita, si costruiscono capanne, si leggono fumetti, si osservano gli insetti, si passa un pomeriggio a inventare un gioco destinato a durare una sola estate. È un tempo senza obiettivi e proprio per questo prezioso. La noia, che gli adulti vivono come un vuoto da riempire, è spesso il luogo in cui nascono l’immaginazione, l’autonomia e perfino il desiderio di conoscere.

Non credo che dovremmo difendere l’estate per nostalgia: dovremmo difenderla perché rappresenta uno degli ultimi spazi sottratti alla logica della prestazione permanente. Questo, naturalmente, non significa ignorare il problema di classe. Perché è vero: il bambino di una famiglia benestante passerà probabilmente l’estate tra viaggi, sport, laboratori e centri estivi. Quello di una famiglia povera rischia di trascorrerla davanti a uno schermo, oppure semplicemente da solo. E questa è una disuguaglianza enorme, che si riflette poi anche negli apprendimenti.

Ma qui nasce una domanda politica. Davvero la risposta consiste nel trasformare la scuola in un luogo aperto quasi tutto l’anno? Oppure il problema è che continuiamo a scaricare sulla scuola tutto ciò che la politica ha smesso di fare?

Il ruolo della Scuola

Negli ultimi decenni abbiamo affidato alla scuola una quantità crescente di compiti. Deve istruire, certo, ma anche includere chi resta indietro, intercettare il disagio psicologico, promuovere la salute, fare educazione ambientale, digitale, civica - purché non affettiva - come se ogni emergenza sociale trovasse nella scuola il suo sportello naturale. Ora le chiediamo anche di risolvere il problema dell’organizzazione familiare durante l’estate.

È come se, ogni volta che emerge una frattura sociale, la risposta fosse sempre la stessa: allungare il tempo della scuola. Eppure la scuola non nasce per sostituire una tata, un centro estivo o una famiglia; il suo compito principale rimane quello educativo e formativo. Trasformarla progressivamente in un servizio di custodia significa indebolire proprio quella funzione.

Il problema è che manca tutto il resto. Quasi nessuno parla di politiche per l’infanzia. Provate a pensare ai vostri comuni: quanti hanno un assessore con una delega specifica all’infanzia e all’adolescenza? E, quando esiste, quanto pesa davvero nelle scelte dell’amministrazione? Quanti bilanci comunali considerano bambini e ragazzi non come destinatari occasionali di qualche evento, ma come cittadini a pieno titolo?

La sensazione è che l’infanzia interessi alla politica soltanto quando crea un problema agli adulti. Eppure una comunità educa molto oltre le mura della scuola. Una biblioteca aperta tutti i giorni d’estate, con aria condizionata fruibile, è una politica per l’infanzia. Un parco curato e vissuto lo è. Un educatore di strada lo è. Un centro di aggregazione per adolescenti lo è. Una piazza in cui si possa correre e giocare senza limiti lo è. Laboratori artistici, passeggiate naturalistiche, cinema all’aperto, musica, orti condivisi, attività intergenerazionali: tutto questo è educazione e costruisce cittadinanza. Ma soprattutto nei piccoli comuni, queste esperienze sopravvivono quasi sempre grazie all’impegno di associazioni, volontari o singoli operatori culturali. Raramente sono il frutto di una scelta politica strutturale.

Gli adolescenti, poi, sembrano quasi scomparire dall’orizzonte istituzionale. Troppo grandi per essere accompagnati ai laboratori, troppo piccoli per essere considerati adulti. Non hanno luoghi dove stare senza dover consumare o giustificare la propria presenza. Non hanno piazze, non hanno centri, non hanno quasi nessun adulto non familiare disposto a incontrarli sul serio. Restano sospesi in un vuoto di spazi, occasioni e relazioni, e continuiamo a sorprenderci del loro isolamento, della loro fragilità, del tempo che passano chiusi nelle camere o incollati agli schermi - come se fosse un mistero, e non la conseguenza diretta di un abbandono.

Questione educativa, di reddito e di classe

Forse il problema non sono i tre mesi di vacanza. Forse il problema è che, finito l’anno scolastico, lo Stato sembra ritirarsi dalla vita dei bambini e dei ragazzi e in questo vuoto si inserisce il mercato. Chi può paga il centro estivo, il campus, il corso di inglese, la vacanza studio. Chi non può, si arrangia. È così che una questione educativa diventa una questione di reddito e di classe.

Da questo punto di vista, il dibattito sul calendario scolastico rischia persino di nascondere il vero nodo politico: non dovremmo chiederci come occupare i bambini per più tempo, dovremmo chiederci come costruire comunità che si prendano cura dell’infanzia senza trasformare ogni momento della vita in un’attività programmata o in una prestazione. Una società più giusta non è quella che riduce il tempo libero dei bambini per adattarlo ai ritmi della produzione. È quella che restituisce tempo alle famiglie, riduce l’orario di lavoro, investe nei servizi pubblici, nella cultura, nelle biblioteche, nei luoghi di incontro e nelle relazioni.

La domanda dalla quale dovremmo partire non è di quale estate abbiano bisogno i genitori o il mercato del lavoro, ma di quale estate abbiano bisogno i bambini. E ho il sospetto che, dentro quella risposta, ci sia ancora spazio per la lentezza, per la noia e per il diritto, sempre più raro, di avere del tempo che non serva a nulla. Perché è proprio quel tempo, così ostinatamente improduttivo, che spesso ci insegna a diventare persone.

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