In Sardegna l’invecchiamento è una questione demografica, ma anche e soprattutto territoriale. L’età media ha raggiunto i 49,2 anni e per ogni 100 giovani si contano oltre 280 persone anziane, con valori che superano i 300 nei comuni più periferici. Tuttavia, i dati raccontano solo una parte della storia. L’altra riguarda lo spazio: paesi che si svuotano, servizi che mancano ma anche distanze che rendono potenzialmente difficile un accesso alle cure sempre più privilegio e sempre meno diritto.
Qui dove si parla spesso di “isola dei centenari” come se il tempo fosse l’unico indicatore della qualità della vita, ciò che capita di tralasciare è come il concetto di vivere più a lungo non coincida necessariamente vivere meglio. Significa, a volte, vivere da soli e soprattutto lontani dai presidi sanitari. E i dati lo raccontano: secondo il Rapporto del Servizio sanitario nazionale presentato alla Fondazione Gimbe, in Sardegna circa il 17,2% della popolazione ha dichiarato di rinunciare alle cure.
In questo contesto, mentre il sistema di cura e supporto familiare si indebolisce e quello pubblico fatica a raggiungere i territori, la risposta tende a polarizzarsi: da un lato la permanenza in casa, spesso in condizioni di isolamento, dall’altro l’ingresso in strutture residenziali. Una tensione quella tra diritto all'autonomia, vita indipendente e istituzionalizzazione, in cui sempre più spesso si inserisce il dibattito sulle nuove forme dell’abitare nella terza età. Qui il senior cohousing emerge come una proposta: un modello quindi di abitazione condivisa pensato principalmente per le persone anziane che attraverso la condivisione di spazi comuni e servizi assistenziali e/o sanitari prova ad agire prima che fragilità e marginalità si manifestino.
Problema demografico o relazionale?
L’invecchiamento in Sardegna può essere letto anche sotto la lente della trasformazione delle relazioni sociali. Non è solo il numero delle persone anziane a crescere: lo è anche la difficoltà di mantenere reti di prossimità stabili in territori che si svuotano. Per RE.COH, associazione che promuove modelli di abitare collaborativo e processi di cohousing, il tema non riguarda soltanto l’età, ma il modo in cui vengono costruite le comunità. «Persone con problemi diversi trovano più facilmente il modo di risolverli reciprocamente» spiegano dall'associazione, suggerendo inoltre come «per affrontare spopolamento e invecchiamento della società dovremmo puntare su comunità eterogenee e servizi dedicati».
In questo senso, la fragilità di cui spesso si parla guardando alla quotidianità delle persone anziane non si riferisce necessariamente a una condizione sanitaria, ma a un progressivo indebolimento dei legami quotidiani. Allo stesso tempo però non si può ignorare l’impatto del declino nell'Isola della sanità pubblica, il quale incide in modo diretto anche (o forse, soprattutto?) sulla popolazione anziana. Un terreno, quello delle relazioni che si indeboliscono, in cui le varie esperienze di abitare collaborativo diventano prima di tutto azioni che provano a ricostruire reti di prossimità, lavorando prima che la marginalità diventi strutturale.
Rinunciare alle cure: una conseguenza più che una scelta
Parlare di rinuncia alle cure richiede una precisazione. Il termine “rinuncia” suggerisce una scelta, quasi una presa di posizione, ma in molti casi non lo è. È piuttosto l’effetto di una serie di condizioni: liste d’attesa, distanza dai servizi, difficoltà negli spostamenti, o direttamente presidi assenti. Per molte persone anziane, rinunciare a una visita o a un esame non è una decisione, ma l’unica opzione possibile.
In una Sardegna in cui la geografia del diritto alla salute descrive una garanzia d'accesso non uniforme, anche la permanenza nella propria casa, a seconda del luogo che si abita, può trasformarsi in una forma di isolamento. La logica dell'istituzionalizzazione (che nel suo significato assistenziale, indica il ricovero di persone in strutture dedicate a lungo termine) non coincide però necessariamente con un luogo, ma più con una pratica: quella in cui la quotidianità si restringe e le possibilità di scelta si riducono progressivamente. Si può essere "istituzionalizzati" anche senza entrare in una struttura quando (ad esempio) l’accesso ai servizi diventa troppo complesso e la rete di supporto si indebolisce.
Nella polarizzazione tra isolamento domestico e istituzionalizzazione, il senior cohousing - modello che quindi consente alle persone anziane di vivere in autonomia mantenendo al tempo stesso relazioni sociali attive - viene sempre più spesso proposto come possibile alternativa. Ma per l’architetto e consulente senior in Design for all, social housing e longevità Francesco Cocco, il rischio principale è proprio quello di leggerlo con le categorie sbagliate.
Il senior cohousing come scelta
«Il cohousing non nasce come risposta alla cosiddetta fragilità - spiega Francesco Cocco - ma come scelta elettiva: un gruppo di persone autonome che decide di progettare insieme il proprio modo di abitare». Il parallelismo con le RSA, in questa prospettiva, è fuorviante. «Non si tratta di un’alternativa alla residenzialità assistita: sono modelli che rispondono a bisogni completamente diversi. Il cohousing riguarda persone autosufficienti, mentre le RSA accolgono chi ha bisogno di assistenza continuativa».
Più che uno strumento di cura, il cohousing si configura quindi come uno spazio di prevenzione. L’obiettivo non è gestire la marginalità ma ridurre i fattori che la accelerano, quali isolamento sociale, solitudine o impoverimento delle relazioni. «La differenza tra invecchiare soli e invecchiare in un contesto relazionale attivo non è secondaria», osserva Cocco. «Non elimina il rischio di decadimento, ma può rallentarlo».
Ed è proprio questa distanza dal tema della cura intesa in senso strettamente sanitario a renderlo difficilmente sovrapponibile alle risposte tradizionali alla marginalità. Anche RE.COH sottolinea come il rischio sia quello di leggere il senior cohousing come una soluzione settoriale, mentre per loro «il concetto di senior cohousing dovrebbe integrarsi con quello di cohousing intergenerazionale». Alla base deve esserci un cambio di prospettiva: non progettare per una categoria ma partire dalla persona. Infatti, come sottolinea Cocco «le esigenze cambiano nel tempo, e l’abitare deve essere in grado di adattarsi. Ma questo è possibile solo se si mantiene al centro l’autonomia».
Il nodo del welfare
Se il cohousing riguarda persone autonome, cosa accade allora quando i bisogni aumentano? E soprattutto: cosa succede in quei territori dove l’accesso ai servizi è già limitato? Lo stesso Francesco Cocco riconosce come il modello non sia autosufficiente. Il cohousing non eroga servizi sanitari diretti, ma li integra attraverso il territorio. La sua efficacia dipende quindi dalla qualità del welfare locale e in assenza di servizi adeguati, il rischio è che anche all’interno di una comunità collaborativa si continuino a sperimentare difficoltà nell’accesso alle cure.
Su questo punto, anche RE.COH suggerisce di «mettere a sistema le energie di tutta la comunità» per evitare il rischio di trasformare queste esperienze in una forma informale di welfare sostitutivo, scaricate quindi sulle comunità e non sostenute dal sistema pubblico. Si apre così una tensione ulteriore tra la necessità di supporto e la pretesa del controllo. Nei modelli più strutturati, in cui interviene un soggetto gestore, il confine tra accompagnamento e organizzazione della vita quotidiana può diventare sottile, riaprendo il tema dell’istituzionalizzazione anche in forme meno visibili.
Altra questione riguarda poi la composizione delle comunità. Il senior cohousing, se pensato come spazio esclusivamente per persone anziane, rischia di concentrare marginalità e fragilità simili nello stesso luogo. «Una comunità composta esclusivamente da anziani non è necessariamente fragile, ma una comunità mista è quasi sempre più ricca e resiliente», osserva Cocco. Una posizione condivisa anche da RE.COH, secondo cui «dovremmo puntare su comunità eterogenee», evitando modelli costruiti esclusivamente attorno a marginalità simili.
La differenza sta nel rapporto con il territorio: un cohousing aperto, che dialoga con il quartiere e si integra nei servizi locali, può diventare un presidio sociale. In questa prospettiva, è anche l’associazione RE.COH a immaginare forme di “cohousing diffuso” in cui non è necessario abbandonare la propria casa, ma dove le abitazioni entrano a far parte «di un sistema di abitazioni collaborative che condividono spazi comunitari, come una casa del quartiere, un orto condiviso, e servizi collaborativi».
Oltre le soluzioni semplici
Quello che emerge è quindi come il senior cohousing non sia una soluzione definitiva, ma una delle possibili risposte preventive. E lo diventa soprattutto in un'Isola che invecchia e si svuota, dove la questione dell’abitare si intreccia con quella della cura, dell’autonomia, ma anche della possibilità di scegliere. Francesco Cocco per chiarire meglio la questione riparte dal significato di cohousing, il quale «non nasce per rispondere alla fragilità, ma per anticiparla». Una definizione che ne chiarisce il senso, ma che allo stesso tempo ne evidenzia il limite: funziona dove esiste ancora margine di scelta.
Il punto centrale allora diventa (forse) evitare che la marginalità venga semplicemente spostata e isolata in luoghi speciali, correndo il rischio che a cambiare siano le forme dell’abitare mentre parallelamente a restare intatta sia la difficoltà di garantire davvero una vita autonoma, di qualità. Il tutto, a favore di un diritto di scegliere che non continui a dipendere dalle condizioni di partenza, ma che sia universale e intergenerazionale.



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