«Ora posso parlare, non ci sono i caccia quindi la ricezione è perfetta: quando sono in volo la linea non funziona bene». Dall’altra parte del telefono, la voce è più nitida del solito. È quella di Marco, nome di fantasia di uno degli allevatori che nel sud-ovest della Sardegna porta avanti un lavoro da tempo scandito dalle esercitazioni militari. «Ormai sono arrivato a capire a quali nazioni appartengono i rispettivi aerei. Di solito seguono orari precisi: volano dalle 9 alle 12, riprendono alle 13 fino alle 16. So che è ora di pranzo perché smettono di volare, ma l’ora di riposo pomeridiana di chi come noi allevatori si alza all’alba non esiste quando ci sono loro: il frastuono è allucinante. Se poi c’è qualche problema a livello internazionale, le ore di volo aumentano. Io però volevo fare l’allevatore non l’esperto di esercitazioni militari».
Sceglie di raccontare, ma in anonimo. «Molta gente ha paura di parlare», spiega. «Stiamo toccando un settore che qua a qualche famiglia ha dato uno stipendio, e c’è chi non vuole sputare nel piatto dove mangia. Una catena di guerre tra poveri dove in media si preferisce subire. A me non piace invece. Non posso vedere i miei animali correre come matti spaventati dalle esercitazioni e poi chinare la testa davanti alle servitù militari».
La denuncia del Centro Studi Agricoli
La sua non è una voce isolata. Nelle ultime settimane il Centro Studi Agricoli ha denunciato di aver raccolto numerose segnalazioni formali da parte di allevatori di pecore, capre e bovini operanti nelle aree di Marina di Arbus, Sant’Antonio di Santadi e Pistis, zone in cui - scrivono in una nota - “si è registrato un aumento stimato intorno al 70% dei voli di aerei da caccia militari riconducibili ad attività addestrative NATO, con voli a bassa quota, manovre che simulano battaglie aeree, rumori assordanti e attività anche in orari notturni”. La zona è quella del Poligono di Capo Frasca, installazione di tipo permanente in prossimità del golfo di Oristano la cui operatività è integrata con le attività addestrative Nato e nazionali dell’aeroporto militare di Decimomannu.
Dal Centro Studi Agricoli parlano di sorvoli continui, ravvicinati, che avvengono sopra le aree di pascolo e in prossimità delle aziende zootecniche. E gli effetti sarebbero immediati: animali agitati e disorientati, difficoltà di pascolamento e di riposo, alterazioni del comportamento riproduttivo, calo immediato delle produzioni di latte, con punte fino al 20% in meno segnalate da più allevatori. «Noi purtroppo abbiamo qua oltre il 60% del demanio militare di uno Stato che ce lo ha imposto, senza però riconoscere in toto la realtà delle conseguenze che stiamo soffrendo», commenta Tore Piana, presidente del Centro Studi Agricoli.
A fronte di queste segnalazioni però, una risposta ancora non è arrivata. La nota del Centro Studi Agricoli risale al 18 marzo ma da allora «non si è mosso niente». Di ufficiale non c’è nulla ma quello che dall’associazione raccontano è che nel piano dell’ufficiosità le risposte hanno seguito due direzioni: prima la richiesta «dai piani alti» di non diffondere questa denuncia anche in virtù del momento «difficile» che a livello internazionale si sta vivendo; poi la disponibilità a valutare quelli che possono essere gli inconvenienti vissuti dalle aziende agricole. Nel mentre, se da un lato il tema del peso delle servitù militari e dell’autodeterminazione dei territori è negli ultimi giorni tornato in auge in seguito al ritiro del disegno di legge n.1887 sulla riforma del Codice dell’Ordinamento militare (presentato dalla deputata di Fratelli d’Italia Maria Paola Chiesa) che mirava a rafforzare il ruolo dello Stato limitando l’azione regionale sulla gestione di poligoni e aree militari, sulla questione specifica sollevata dagli allevatori che si affacciano lungo la Costa Verde, il silenzio regna sovrano. O almeno in parte.
Scripta manent
Sulle “gravi ricadute delle esercitazioni militari sulle aziende” Sinistra Futura a fine marzo ha depositato un’interpellanza in Consiglio Regionale. «È importante che la Regione non faccia correre questi fatti» ha commentato il capogruppo Luca Pizzuto. Raggiunto per un aggiornamento sull’andamento dei lavori, è sempre Pizzuto a spiegare però come all’interpellanza «non abbiamo al momento ancora ricevuto risposta». «Prendiamo atto dello stato di assedio lamentato dagli allevatori - aggiunge - vox populi dice che le esercitazioni sono aumentate ma dagli atti questo non si evince con chiarezza. Essendoci però qua basi NATO, è evidente siano poli che vengono coinvolti maggiormente». Carta canta e il tema dei dati a supporto delle segnalazioni che arrivano dal Centro Studi Agricoli è perno e limite (nella burocrazia che non è empirica) della questione.
Per quanto riguarda il calo della produzione di latte, da Laore - l'Agenzia regionale per lo sviluppo in agricoltura - sottolineano come in merito sarebbe necessario uno studio scientifico specifico per accertarne cause ed eventuali conseguenze. I dati sul settore lattiero caseario hanno valenza regionale («dobbiamo garantire la terzietà del dato globale», spiega Massimiliano Vetusti, referente dell’Unità organizzativa Sviluppo filiere lattiero casearie), e sono aggiornati su base annuale retroattiva (quelli appena pubblicati sul sito riguardano il 2025), di conseguenza la conferma di un eventuale calo in quella specifica area dell’Isola - da verificare poi se collegato alle esercitazioni - non è al momento riscontrabile sulla carta.
Sul versante delle attività militari invece, la questione dei voli e del denunciato aumento delle esercitazioni apre il nodo della loro effettiva tracciabilità. Quello che dichiarano in merito dal Comipa (Comitato misto paritetico per le servitù militari della Sardegna) è che nell’approvare o bocciare il calendario delle esercitazioni non sono state riscontrate modifiche sostanziali rispetto alle programmazioni precedenti. «Ma c’è tutto un aspetto fuori dal nostro controllo che riguarda voli a bassa quota che non necessariamente sono all’interno delle esercitazioni propriamente dette, in cui quindi non si svolge nessuna attività soggetta al nostro giudizio, neppure consultivo. Eppure ci sono, e creano un impatto enorme: rumore assordante, impressione inquietante», spiega dal Comipa Antonio Canu.
Anche in merito ai voli al centro delle segnalazioni degli allevatori mancano quindi dati oggettivi, ma «quando [come Comipa ndr] abbiamo tentato di averne giurisdizione c’è stata opposizione in quanto eccederebbe dal perimetro istituzionale del nostro lavoro». Un fattore quello della tracciabilità che impatta anche l’eventuale erogazione di indennizzi. «Quelli che ci sono, sono frutto di una contrattazione Stato-Regione che sancisce con parametri che andrebbero rivisti (perché vecchi e di quantità non sufficiente) ristori per chi nelle immediate prospicienze delle basi ne subisce influssi negativi a vario titolo. Ma sono dovuti ad attività riscontrabili nel calendario delle esercitazioni». Sul tema dei ristori la soluzione per Canu potrebbe essere quindi «un intervento della parte politica regionale e statale volto ad ampliare il perimetro di chi è indennizzabile includendo chi ha dati oggettivi che dimostrano che anche attività non a fuoco e non strettamente legate al poligono agiscono negativamente».
Nel mezzo di quello che manca e quello che si dovrebbe fare, si incista però ciò che resta: i racconti degli allevatori al centro della vicenda, testimonianza di ciò che anche davanti a eventuali, futuri ristori, permarrebbe. Una la loro quotidianità limitata, vincolata ai cosiddetti giochi di guerra, che vede (non da poco) le questioni relative il benessere animale e la sostenibilità ambientale sacrificate a favor di esercitazioni.
«Ci sentiamo completamente abbandonati»
«Gli animali soffrono. Quando sono coricati stanno ruminando e assimilando ciò che hanno mangiato, ma durante i voli questo non è possibile perché si alzano, corrono spaventati, allarmati anche dai cani che abbaiano al passaggio dei caccia. Un qualcosa che crea problemi anche a noi: a volte quando parlo con la mia compagna devo urlare per farmi sentire». A raccontarlo, più di ogni dato, è ancora Marco. Quelli che squarciano la quotidianità sopra i suoi terreni sono boati che riscrivono la misura del tempo lasciando un senso di disorientamento che perdura oltre il passaggio dei velivoli. «Il tempo delle campagne è specifico, segue le stagioni, il meteo, il giorno e la notte - racconta - invece il nostro è rapportato ai voli sopra le nostre teste: quando ci sono, e quando no. Mi chiedo: che lavoro sto facendo?».
E l'esito è una sensazione di impotenza e invalidazione che fa del paradosso, realtà. «Ci sentiamo completamente abbandonati - conclude - anche perché sono mezzi che emanano sostanze che gli animali e noi respiriamo. Si parla tanto di transizione ecologica e sostenibilità, a noi che lavoriamo nelle campagne quasi pretendono che anche i trattori vadano a energia solare, ma poi ho i caccia che mi volano sulla testa. Sarebbe inconcepibile, e invece è la nostra realtà».


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