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Il Mediterraneo è pieno di plastica ma in Sardegna c'è chi prova a invertire la rotta

Il progetto europeo PLASTRON e i Clean Up Games di Rebelterra sono due dei numerosi progetti portati avanti nell'Isola contro l’inquinamento nel Mediterraneo. Dalla raccolta dei rifiuti sulle spiagge alla trasformazione dei materiali recuperati, il tentativo è affrontare una crisi ambientale che riguarda ecosistemi e comunità.

Sara Brughitta
Sara BrughittaCorrispondente
20 MAG 2026
7 min
Uno scatto dai CleanUp Games 2026

Uno scatto dai CleanUp Games 2026

Il Mediterraneo, pur rappresentando meno dell’1% delle acque marine globali, concentra circa il 7% delle microplastiche presenti nelle acque. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), ogni giorno finiscono nel Mediterraneo circa 730 tonnellate di rifiuti plastici, mentre tra il 95 e il 100% dei rifiuti galleggianti è costituito da plastica. Una pressione ambientale che ovviamente coinvolge anche la Sardegna, anche in quanto isola al centro di rotte marittime, correnti e flussi turistici sempre più intensi.

La nota positiva è che le azioni a contrasto, non mancano. Dal basso, come quanto organizzato da Rebelterra, ente del terzo settore impegnato nella sostenibilità che ha di recente concluso i Clean Up Games raccogliendo a Giorgino - nel lungo tratto di spiaggia che costeggia la strada statale 195 - 9,3 tonnellate di rifiuti grazie a 764 volontari e volontarie, rilanciando il tema della responsabilità collettiva. Così come dall'alto delle istituzioni, come il progetto europeo PLASTRON portato avanti a Stintino, e finanziato dal programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2021-2027. L’obiettivo qui è trasformare la plastica recuperata dall’ambiente marino in nuovi materiali destinati all’arredo urbano e alla stampa 3D.

Perché se il problema della plastica ha ormai dimensioni sistemiche, anche le risposte sembrano dover passare da approcci diversi ma complementari: partecipazione collettiva, ricerca, economia circolare e trasformazione dei materiali.

MEDSEA, PLASTRON e la logica del ripristino ambientale

Il progetto PLASTRON coinvolge partner di Sardegna, Corsica, Toscana e Liguria, sperimentando modelli di economia circolare applicati agli ecosistemi costieri. Non solo recupero dei rifiuti, ma anche ricerca, monitoraggio ambientale e riutilizzo di materiali che normalmente finirebbero dispersi in mare o in discarica. Tra i partner c’è Fondazione MEDSEA, nata nel 2015 e specializzata nella tutela degli ecosistemi marini e costieri mediterranei. «Il nostro punto di forza è la multidisciplinarità», spiega Vania Satzu di MEDSEA. «Molti soci provengono dal mondo della ricerca scientifica e questo ci permette di unire studio ambientale, sviluppo sostenibile e ripristino degli ecosistemi».

La fondazione lavora soprattutto sul restauro ambientale. «Quando possibile – continua Satzu – invece di intervenire con infrastrutture artificiali si cerca di ripristinare gli equilibri naturali originari». E PLASTRON nasce dentro questa visione. Il progetto punta infatti a creare nuove filiere di recupero partendo dai rifiuti marini e da altri scarti provenienti dal settore alimentare e zootecnico. La plastica recuperata viene trattata e combinata con altri materiali per creare composti utilizzabili nelle stampanti 3D. «L’idea è trasformare un problema ambientale in una risorsa. Non si tratta solo di raccogliere rifiuti, ma di capire se quei materiali possano avere una seconda vita utile alle comunità locali».

Progetti simili, MEDSEA li aveva già sperimentati. Fra i tanti la collaborazione con Nieddittas finalizzata alla realizzazione di isolotti artificiali costruiti con gusci di cozze non commercializzabili e sacchi di juta, pensati per favorire la nidificazione degli uccelli acquatici. «Abbiamo anche lavorato, in collaborazione con l’Università di Cagliari, al cosiddetto cozzestruzzo, un materiale composto da gusci di cozze, carbonato di calcio e sfridi di marmo con cui sono state realizzate alcune panchine prototipo».

Recuperare plastica dal mare, resta però un'azione molto più complessa rispetto alla gestione dei rifiuti terrestri. Acqua salata, sole e moto ondoso accelerano la degradazione dei materiali, trasformandoli progressivamente in frammenti microscopici. Anche per questo i siti pilota scelti dal progetto PLASTRON figurano Stintino e L'Île-Rousse, territori accomunati da forte pressione turistica e intensa attività legata al mare. «Sono aree molto delicate dal punto di vista ambientale – spiega Satzu – e allo stesso tempo particolarmente esposte all’inquinamento prodotto dal traffico marittimo, dalla pesca e dall’elevata presenza stagionale di persone. E anche qui le microplastiche sono oggi una delle questioni più preoccupanti», osserva Satzu. «Ormai questi residui sono presenti ovunque».

Secondo i monitoraggi di ARPAS Sardegna, effettuati nell’ambito della Strategia Marina europea, microplastiche e frammenti plastici sono stati rilevati in diversi punti delle coste sarde, tra cui Porto Torres, Olbia, Oristano e il Golfo degli Angeli. Le tipologie più diffuse sono frammenti derivanti dalla degradazione di oggetti più grandi, filamenti e plastiche morbide. Questione centrale è anche il fatto che il Mediterraneo, per caratteristiche geografiche, tende infatti ad accumulare gli inquinanti. E le conseguenze sugli ecosistemi marini sono ormai documentate. Pesci, cetacei, tartarughe e uccelli marini possono ingerire frammenti plastici scambiandoli per cibo. «Una tartaruga può confondere un sacchetto con una medusa», commenta Satzu. «L’ingestione di plastica può provocare soffocamento, occlusioni intestinali o malnutrizione, mentre ancora non sono noti gli effetti sulla salute dell’uomo delle microplastiche che ormai sono nel nostro organismo».

Accanto alle microplastiche esiste poi il problema delle “reti fantasma”, attrezzature da pesca perse o abbandonate che continuano a intrappolare organismi marini. «La rimozione non è sempre semplice», sottolinea Satzu. «Prima bisogna mappare il fondale e valutare se l’intervento produca un beneficio reale oppure rischi di danneggiare ulteriormente l’ecosistema». Se però PLASTRON affronta il problema dal punto di vista della ricerca e del riutilizzo dei materiali, esistono anche altre realtà che lavorano direttamente sulla raccolta dei rifiuti lungo le coste. Come Rebelterra.

Dalle spiagge ai Clean Up Games

«Le mareggiate spiegano solo una parte del fenomeno», racconta Carola Farci di Rebelterra in merito al tema dei rifiuti lungo le coste. «Le nasse possono essere trascinate dal mare, ma è difficile pensare che frigoriferi, copertoni, set di pentole, motorini o piccoli veicoli arrivino sulle spiagge soltanto a causa delle correnti». Secondo Farci, il nodo principale riguarda la produzione stessa dei rifiuti. «Continuiamo a generare quantità enormi di imballaggi e materiali usa e getta. Non basta fare la raccolta differenziata: bisogna ridurre a monte ciò che produciamo».

«Le regolamentazioni sono importanti - aggiunge sempre Farci - ma serve soprattutto un cambiamento culturale. Dovrebbe diventare inconcepibile abbandonare un rifiuto in spiaggia o in mare». Uno degli aspetti più interessanti dei Clean Up Games riguarda la volontà di coinvolgere persone che normalmente (forse) non parteciperebbero a iniziative ambientali. Un qualcosa che avviene attraverso un format che trasforma la raccolta dei rifiuti in una competizione tra squadre, con premi e attività ludiche rivolte soprattutto alle persone più giovani.

«Chi partecipa ai Clean Up spesso è già sensibile al tema», osserva. «Ma la vera impresa è raggiungere chi normalmente non se ne interesserebbe». E l'esito di una volontà resa pilastro dell'organizzazione sta anche nei numeri: tra i partecipanti dell’ultima edizione c’erano circa 400 persone minorenni. Se il più piccolo aveva un anno e mezzo, il più anziano 75 anni. Secondo Farci, elemento determinante sta anche nel fatto che negli ultimi anni la sensibilità verso la tutela ambientale è cresciuta molto, soprattutto tra le nuove generazioni. «Le persone oggi sono più informate e consapevoli rispetto al passato. Anche se nel 2026 c’è ancora chi pensa di poter abbandonare un frigorifero in spiaggia».

Resta però un rischio, ovvero che l’ambientalismo venga percepito come una tendenza temporanea. «La mia paura è che la sensibilità ambientale diventi una moda e che, come tutte le mode, possa passare». Ma non solo. «Quando si pensa davvero alla crisi climatica e ambientale si rischia di entrare nell’ecoansia, cioè uno stato di inquietudine», prosegue sempre Carola Farci. «Forse allora anche il gioco e la leggerezza possono aiutare ad avvicinare le persone a un problema enorme senza paralizzarle». E a offrire in merito un cambio di prospettiva è anche Vania Satzu. «Si può ragionare anche in termini di benefici immediati - spiega - bisogna ricordare che vivere in un luogo pulito, mangiare cibo sano, respirare aria meno inquinata sono vantaggi diretti per il singolo e per la comunità tutta. E poi, quando si parla di consumo energetico ed economia circolare, entra in gioco anche il tema del risparmio».

Azioni, principi, punti di vista e prospettive che si basano sull'idea che il mare, spesso raccontato come un bene di tutti, proprio per tale motivo dovrebbe essere considerato davvero una res publica. Qualcosa che appartiene quindi alla collettività, per cui comunitarie devono essere le responsabilità quotidiane.

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