Tra 2025 e avvio del 2026, la Corte costituzionale ha fatto letteralmente a pezzi le norme messe in piedi con molta fatica dalla RAS nel 2024 allo scopo di arginare l’assalto delle aziende del mercato elettrico impegnate nel fotovoltaico e nell’eolico. La legge 5 e la legge 20 della Regione - la prima cosiddetta di “moratoria” e la seconda sulle aree idonee - sono state cassate o svuotate dei loro contenuti dalla suprema corte italiana. Dando come risultato la ripresa dei procedimenti autorizzativi per una gran massa di progetti, volti alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili e fino a quel momento al palo.
Adesso la Regione non può dire “no” ed è costretta non solo a prendere in esame i progetti, ma anche, se rispettano la normativa statale, a dare la sua autorizzazione ultima. Si tratta di un carico enorme, facilmente verificabile in primo luogo attraverso le richieste di connessione sul sito di Terna (dove giacciono al momento per la Sardegna 645 pratiche, assommanti a circa 45 GW per fotovoltaico ed eolico) più la bellezza di 354 pratiche per circa 24 GW di potenza riguardanti gli accumuli. E poi nella pagina delle Valutazioni d’impatto ambientale sul sito del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Bisogna dire, infatti, che in tutti questi mesi gli uffici del ministero hanno continuato a svolgere alacremente il loro mestiere. Da inizio dicembre del 2024, quando a Cagliari il Consiglio regionale varò la legge sulle aree idonee poi abbattuta dalla Corte costituzionale, il MASE ha approvato sulla Sardegna progetti per complessivi 624 MW di potenza, più altri 126 MW di accumuli.
In definitiva, registriamo successi sporadici, come la solenne bocciatura del fotovoltaico da decine di ettari progettato a ridosso delle domus de janas S’Incantu di Putifigari. Per converso, avanzano minacce molto più numerose: ad esempio, a Luogosanto e Noragugume, con procedimenti per fotovoltaico ed eolico da poco riavviati appunto su sentenza del TAR, dopo le bocciature della Corte costituzionale.
Le mosse incerte della Regione
Andiamo, se non intervengono fatti nuovi, verso un futuro fosco, in cui la Regione non avrà alcuna o quasi nessuna possibilità di salvaguardare specifiche aree dell’Isola, tenendole al sicuro dai grandi impianti FER, all’infuori di quelle stesse previste dalla legge di Roma: vale a dire, in sostanza, dal decreto Draghi dell’autunno 2021.
In tale quadro la RAS si muove in maniera incerta, dando l’idea di non sapere che direzione prendere. Di sicuro, in ottemperanza alle norme dello Stato, dovrà varare una nuova legge sulle aree idonee, e la politica regionale ha già detto che si prenderà, per stenderla, tutto il tempo necessario. Del resto, nel 2024, la RAS è stata la prima in Italia a produrne una, con i risultati che abbiamo visto. Adesso bisognerà scrivere un testo capace di conciliare l’esigenza romana di allargare il più possibile il campo di applicazione delle rinnovabili e l’esigenza dei sardi di preservare la loro terra. Un compito quasi impossibile.
Nel frattempo non sembrano vicini a una definizione né il PEARS, il Piano energetico ambientale della Regione Sardegna, che resta a tutt’oggi quello del 2016, né l’Agenzia sarda per l’energia, snodo fondamentale per la gestione in autonomia di elettricità e decarbonizzazione. Mentre, sempre in ossequio alla normativa statale, è stato da poco licenziato un Piano regionale per le aree di accelerazione, ovvero le aree in cui si potranno installare impianti FER con procedure autorizzative semplificate - ma è limitato al fotovoltaico e ha già suscitato molti dubbi e critiche. Per non sbagliare, infine, la RAS ha replicato alle mosse del Governo e della Corte costituzionale impugnando a sua volta il recente decreto energia emanato da Roma e rivendicando, di nuovo, il proprio diritto a stabilire con un certo margine di libertà quali sono le terre della Sardegna in cui si può o meno installare pannelli e pale.
Centrali a carbone, metano e Tyrrhenian Link
Ricordate i tempi in cui la chiusura delle centrali a carbone italiane era prevista per il 31 dicembre 2025? Correva il 2020, alla presidenza del Consiglio sedeva Giuseppe Conte e la data era contenuta nel PNIEC, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. En passant, a quel documento diede un’impronta sensibile Alessandra Todde, all’epoca sottosegretaria di Patuanelli al ministero dello Sviluppo economico con delega all’energia.
Non è andata così.
È arrivata la guerra in Ucraina e, tra una crisi e l’altra, con il prezzo del gas in altalena, le centrali a carbone sono rimaste accese. Parliamo di quelle di Brindisi e Civitavecchia e, per ciò che riguarda la Sardegna, delle centrali di Portovesme e Fiume Santo. La cui chiusura era peraltro già stata prorogata al 2028, stante la forte dipendenza del sistema elettrico isolano dal carbone. Ebbene, il nuovo decreto energia del Governo ha stabilito che le centrali a carbone resteranno in funzione fino al 2038, annacquando quindi la strategia volta alla decarbonizzazione dei consumi italiani di elettricità.
A ciò aggiungiamo che proprio a Portovesme dovrebbe arrivare il metano, consegnato a Oristano dalle navi gasiere e con l'approvazione del ministero dell’Ambiente, che ha da poco dato il via libera alla metanizzazione del Sud Sardegna. Il tutto mentre sulle coste del cagliaritano avanzano i lavori per il Tyrrhenian Link, il cavo che, stando a quanto dice Terna sul suo sito, permetterà «un incremento della capacità di scambio elettrico tra Campania, Sicilia e Sardegna […] e l’integrazione della produzione rinnovabile sul territorio italiano». Molte cose insieme, troppe.
Nel creare confusione, comunque, il Governo italiano ci mette del suo. Basti ricordare che il decreto energia (2026) è figlio di quello analogo (2025) smontato dal TAR del Lazio, che ha costretto il ministro Pichetto Fratin a scriverlo da capo. Mentre Giorgia Meloni ha di recente bocciato l’eolico a mare, definendolo anti-economico e tecnologicamente non maturo: un’uscita solo a parole, ma sufficiente a gettare nel panico l’intero mondo che ruota attorno all’energia.
E le comunità energetiche?
La situazione delle comunità energetiche non è rosea. Non lo è per l’Italia tutta, con appena 904 CER registrate al GSE. E non lo è per la Sardegna, che ne conta al momento 52, disseminate per l’intera Isola: da Ales a Fonni, da Lanusei a Olbia, da Cagliari a Seulo. Sono poche o tante? Non è questo il punto. Il punto è dato dalla loro capacità produttiva. Messe tutte assieme, le nostre comunità energetiche arrivano a stento a una potenza di circa 3,7 MW: molto, molto meno dei 6 MW di una sola delle innumerevoli pale eoliche che le grandi aziende del mercato elettrico vogliono piazzare in Sardegna.
Oltre tutto, per valutarne le dimensioni e l’impatto sulla transizione ecologica non basta fare una semplice media tra potenza installata e numero di CER. Le comunità da 992 kW di Assemini, da 109 kW di Cagliari, da 198 kW di Serrenti, da 600 kW di Tortolì e da 989 kW di Tula assommano a circa 2,9 MW. Ne concludiamo che le restanti 47 si spartiscono circa 0,8 MW. Stiamo parlando letteralmente di spiccioli di energia e quindi, rispetto ai grandi impianti speculativi, di due fenomeni di scala completamente differente.
La conclusione non può prescindere da un’ultima considerazione: a parte le CER, tutto avviene contro la volontà delle comunità locali, che vedono pioversi addosso progetti sui quali non hanno voce in capitolo. E in assenza di compensazioni dignitose per lo sfregio inferto al paesaggio, alla cultura, alla società e all’economia dei paesi della Sardegna e dei loro abitanti. Pannelli fotovoltaici, pale eoliche, carbone, metano: un miscuglio cui non possiamo certo dare il nome di “transizione ecologica”. Si tratta invece di malgoverno, improvvisazione e soprattutto predazione a scopo di profitto. Solo in ultima battuta, giusto perché le FER collimano con lo spirito affaristico delle aziende, di un contributo alla lotta contro il cambiamento climatico. Ma questo - la definizione di una transizione davvero efficace ed equa - è un argomento che ha bisogno di una riflessione a parte e su cui torneremo presto.




