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Nel carcere non c'è spazio per la disabilità

In un sistema carcere dove il sovraffollamento è ormai una caratteristica strutturale, a mancare sono anche luoghi accessibili attraversabili da persone con disabilità. «L’invisibilità della condizione delle persone detenute con disabilità non è solo una percezione». Un approfondimento a tema carcere, disabilità e salute mentale in dialogo con la Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Irene Testa.

Sara Brughitta
Sara BrughittaCorrispondente
3 GIU 2026
7 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Se parlare di carcere significa affrontare un tema troppo spesso ai margini del dibattito pubblico, parlare di persone detenute con disabilità diventa quasi come affrontare l'invisibile. Eppure, ad essere coinvolta è una parte significativa della popolazione detenuta, anche se declinare in numeri la quantità non è facile. Secondo Antigone, associazione indipendente che si occupa di garantire i diritti all’interno del sistema penale, manca ancora un monitoraggio stabile delle persone detenute con disabilità e persistono criticità nel coordinamento tra Servizio sanitario nazionale e DAP, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che gestisce il sistema carcerario, per cui avere dei dati attendibili risulta difficile se non impossibile.

In Sardegna poi, la situazione appare particolarmente complessa. A raccontarla quotidianamente è Irene Testa, garante regionale delle persone detenute, la quale descrive istituti segnati da sovraffollamento, carenza di personale sanitario e strutture spesso inadeguate a soddisfare i bisogni basilari dell’essere umano. «Purtroppo l’invisibilità della condizione delle persone detenute con disabilità non è solo una percezione», conferma Testa. «Dovrebbero fare dei censimenti. Rientrano nella "disabilità" anche le persone psichiatrizzate, non solo quelle con disabilità motorie. A Uta, un mese fa, su venticinque persone detenute con disabilità erano presenti solo venti celle adeguate».

Le sue sono parole che si inseriscono in una riflessione più ampia che riguarda il rapporto tra pena, dignità e diritti fondamentali. La Costituzione italiana stabilisce che la pena non possa consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debba tendere alla rieducazione della persona condannata. Tuttavia, il carcere contemporaneo continua a interrogare - da più parti - sul rischio che la detenzione finisca per produrre ulteriore esclusione sociale.

Un sistema penitenziario che è margine del margine

Le persone con diagnosi psichiatriche o che vivono esperienze legate ai cosiddetti disturbi mentali, secondo le osservazioni di Irene Testa rappresentano una delle categorie più marginalizzate all’interno degli istituti penitenziari. «Mentre altre persone detenute vengono coinvolte nelle attività, coloro che hanno una diagnosi psichiatrica restano più tempo in cella», osserva. «Sono gli ultimi degli ultimi».

Il tema riguarda non soltanto l’accesso alle cure, ma anche la possibilità concreta di partecipare alla vita detentiva. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ha infatti spostato l’attenzione dalla sola condizione individuale all’interazione tra persona e ambiente, per cui la disabilità dipende dalle barriere fisiche, sociali e organizzative che limitano l’autonomia e la partecipazione. Da questo punto di vista, il carcere rappresenta un luogo particolarmente problematico. La vita detentiva è scandita da spazi ristretti, tempi rigidi e forte dipendenza dall’istituzione. Se mancano strutture accessibili, personale adeguato o percorsi di supporto, la situazione rischia di aggravarsi ulteriormente.

«L’assenza di monitoraggio pesa e comunque queste persone spesso vedono negati i loro diritti, come quello alla salute», sottolinea. Le criticità emergono anche nella quotidianità. «Ho incontrato un detenuto in carrozzina che per lavarsi aveva bisogno dell’aiuto del compagno di cella che faceva da piantone», racconta. «Non è accettabile che non abbiano celle con gli ausili necessari». La figura del cosiddetto piantone, cioè la persona detenuta incaricata di assistere altre persone detenute con disabilità, rappresenta un altro aspetto controverso. Formalmente prevista in alcuni istituti, finisce spesso per supplire alle carenze strutturali dell’amministrazione penitenziaria e sanitaria.

Le REMS e il “limbo” del carcere

Particolarmente delicato è il rapporto tra carcere e salute mentale. Le REMS, Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, sono strutture sanitarie destinate a persone con diagnosi psichiatriche definite "gravi", autrici di reato. Tuttavia, ribadisce Testa, «La REMS non è la risposta non per tutte le forme di diagnosi psichiatrica».

Molte persone infatti, non rientrano nei criteri previsti per l’accesso alle REMS e restano così all’interno del circuito penitenziario ordinario. «Se hai una diagnosi psichiatrica spesso rimani nel limbo, resti in carcere», spiega. Secondo la garante, il rischio è che il carcere finisca per assorbire marginalità che il sistema sanitario e sociale fatica a gestire altrove. Una riflessione che richiama, almeno in parte, alcune analisi sviluppate nel Novecento da Michel Foucault, che vedeva nel carcere uno strumento non soltanto punitivo ma anche di gestione delle marginalità sociali.

«Il disagio viene messo tutto dentro», osserva Testa. «Chi non ce la fa spesso si toglie la vita, chi resiste, resiste male». La situazione appare aggravata anche dalla carenza di personale sanitario. «A Uta c’è uno psichiatra e uno psicologo per oltre 700 detenuti. Ci dovrebbero essere molte più figure professionali». Per la garante, il problema riguarda anche l’assenza di percorsi realmente terapeutici e riabilitativi. «Le persone prima o poi escono - sottolinea - ma spesso manca un percorso rieducativo che consenta davvero di evitare che certi reati si ripetano».

Sovraffollamento, isolamento e “pena nella pena”

Il sovraffollamento continua a rappresentare una delle principali criticità del sistema penitenziario. «A Uta (dove l'occupazione è al 130%) ci sono circa 760 detenuti, in queste condizioni diventa difficile fare qualsiasi cosa». Un sovraccarico che non incide soltanto sulle condizioni materiali della detenzione, ma anche sulla salute mentale, sull’accesso alle attività trattamentali e sulla possibilità di costruire percorsi individualizzati.

Testa denuncia inoltre l’esistenza di reparti che formalmente risultano destinati all’osservazione psichiatrica, cioè a un periodo di "valutazione" clinica finalizzato a osservare la presenza di diagnosi psichiatrica e, qualora ci fosse, agire per individuare dei trattamenti. Tutto ciò, però, nella pratica si traduce in sezioni di isolamento. «A Uta c’è un reparto di osservazione psichiatrica che in realtà sono celle di isolamento - afferma - risulta a sistema, ma effettivamente non c’è».

Anche i trasferimenti verso strutture (almeno sulla carta) specializzate possono comportare ulteriori difficoltà. «Quando succede è un macello», racconta. «I familiari si trovano disperati». E nel caso della Sardegna, la distanza geografica dal continente può rendere ancora più complesso mantenere i rapporti affettivi e familiari.

Una quotidianità in cui la negazione di diritti è quasi strutturale e che si fa macigno sempre più pesante nelle spalle di chi vive marginalità che si sommano alle difficoltà già presenti in carcere. Il vissuto di una persona detenuta senza disabilità non è lo stesso di quello di una persona detenuta con disabilità. Centrale è il fatto che il tema carcere continua a essere fortemente condizionato da una narrazione pubblica orientata soprattutto alla dimensione punitiva, «non c’è culturalmente l’apertura che consente di capire che vivere in uno Stato di diritto significa riconoscere dei diritti anche a chi ha commesso reati». La garante sottolinea come molte persone detenute provengano da contesti segnati da povertà, dipendenze e marginalità sociale. «Molto spesso si trovano in carcere per una somma di piccoli reati legati a condizioni di disagio e dipendenza».

Si tratta di un aspetto che richiama il dibattito sociologico sul carcere come possibile “contenitore” delle marginalità sociali. Non soltanto luogo di punizione, dunque, ma anche spazio in cui finiscono per concentrarsi problemi sanitari, economici e relazionali irrisolti. «Chi entra in carcere smette di essere persona e diventa straccio», afferma, descrivendo la disumanizzazione che molte persone detenute sperimentano.

Le possibili alternative

Non tutte le realtà penitenziarie, però, vengono descritte allo stesso modo. Testa cita il carcere di Tempio Pausania come un istituto dove attività educative e formative risultano maggiormente presenti. «Quando entri a Tempio sembra quasi di entrare in una scuola», racconta. Tuttavia, la priorità resta alleggerire il sistema penitenziario e investire maggiormente nelle misure alternative alla detenzione, soprattutto per le persone con dipendenze, neurodivergenze o disabilità.

«I ragazzi e le ragazze con dipendenze dovrebbero stare in strutture apposite, così come molte persone con disagio psichico», sostiene. Accanto a questo, conclude, sarebbe necessario rafforzare i percorsi educativi e trattamentali per tutte le persone detenute. «Dobbiamo creare le condizioni affinché chi rimane possa svolgere attività educative e di recupero. Dobbiamo pensare alla reinserimento di tutti e tutte».

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