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Contro il senso comune

Questo è il primo appuntamento di PROTEIN - Strappare il corpo/mente umano al sistema che lo distrugge. Una rubrica a cura di Maurizio Onnis che nasce dal trauma del vivere in un luogo - la Sardegna - dove spesso ci si sente dalla parte dei perdenti. Fuori si vince, dentro si lotta al ribasso. Un sentimento che ha cause storiche, materiali ed economiche sostanziose, alle quali questa rubrica vuole sfuggire. Non abbandonando la complessità ma alimentando un immaginario trasformativo in cui il cambiamento - quello che attraversa tutto - è possibile. Nuove azioni per nuove realtà.

Maurizio Onnis
Maurizio OnnisCorrispondente
4 GIU 2026
6 min
Un immagine dal trailer di Triangle of Sadness (2022) - Maxpoto

Un immagine dal trailer di Triangle of Sadness (2022) - Maxpoto

La prima regola del senso comune è questa: tutto deve andare esattamente come va sempre. I ricchi devono restare ricchi e i poveri devono restare poveri. Ogni tanto, un povero può diventare ricco. Vale per i singoli, per i paesi e le città, per i popoli. Ma solo ogni tanto, come eccezione che dimostra la validità della regola. La quale non cade e non può cadere. Perché il rovesciamento della regola è il rovesciamento del senso comune. E il rovesciamento del senso comune produce disorientamento, in ciascuno di noi e in tutti, instabilità, incertezza e quindi difficoltà di governo, problemi per chi gestisce il potere. Il senso comune deve prevalere, permanere.

In Triangle of sadness, Ruben Östlund - che ci ha vinto la Palma d’oro a Cannes - ne fa quasi un teorema, in modi così rigidi da sembrare meccanici, ma non per questo meno efficaci. Su quello yacht, tutti rispettano il senso comune. L’equipaggio si carica e si bea, sul serio gode, della possibilità di servire come schiavo i ricchi a bordo. E i ricchi imbarcati esercitano con naturalezza il privilegio, pretendendo e non chiedendo, esigendo l’assurdo. La ricchezza materiale trascende in presunta superiorità morale e il germe della stronzaggine contagia anche chi non ha ricevuto la ricchezza per sorte familiare, ma partendo dal niente e conquistandosela col lavoro. Se sei ricco sei evidentemente migliore e devi mostrarti migliore. Puoi essere prepotente. Non c’è problema.

Solo la rottura dell’ordinario spazza via il senso comune. Il naufragio costringe i sopravvissuti a riscrivere bisogni e capacità. Il denaro non conta più nulla, le gerarchie sociali si ribaltano. La donna dei cessi, la più abile a procurarsi da mangiare, domina e comanda chi ha da offrire solo un orologio d’oro. Completamente inutile. Ma serve davvero la distruzione di tutto perché chi sta sotto abbia la possibilità di tirare la testa fuori e respirare la stessa aria dei ricchi?

A parole, siamo tutti contrari al senso comune

Se capita di discuterne, ci scopriamo difensori dell’equità, della giustizia sociale, di tutti i possibili sinonimi ed equivalenti di un mondo migliore. D’altronde, certe storture sono talmente evidenti da rendere persino assurdo appoggiarle, dichiararsi d’accordo e parteggiare per un ambiente e un’atmosfera saturi di cattiveria competitiva.

Poi, in pratica, accade il contrario: nel quotidiano condividiamo lo spirito dominante e applichiamo il senso comune, quasi fossimo i suoi difensori più titolati. Ci hanno immessi nel flusso in corsa e, anche quando capiamo che non ci piace, anche quando vorremmo uscirne, restiamo là, pronti a eseguire ogni comando ricevuto.

A volte proviamo a opporci. Ma non basta cancellare maniacalmente ogni sponsorizzata sui social. Non basta spegnere lo smartphone per due ore. Non basta rifiutare di rispondere alle mail di lavoro il sabato sera. Questo è ciò che facciamo nel nostro piccolo. Troppo piccolo. Perché poi, quando le scelte pesano sul serio, sbandiamo e usciamo di carreggiata. Mai che rinunciamo a prendere un volo low-cost, e contribuire allo sfascio climatico, per fare un salto in qualche oscura capitale baltica nel fine settimana. Ed è così, tutti assieme, da umili servitori del sistema, che ci facciamo anche servitori del senso comune.

Manca un senso comune alternativo. Perché manca un sistema diverso, in cui sentirci a casa e per cui valga la pena lottare sul serio. Ma questo sistema diverso non nasce, nel gioco di specchi che rimandano uno all’altro, se non è innervato dal senso comune alternativo. Il primo che deve sorgere. In parole e azioni.

Molte parole ci sono già: “benessere condiviso”, “economia sociale”, “prosperità senza crescita”. Ma sono parole sperse, divise: creano la cornice per ora solo immaginaria di una realtà ancora di là da venire. Sono parole che emergono ogni tanto con forza alla nostra mente e sulla piazza pubblica, ma che a oggi non compongono un pensiero coeso.

Di azioni, sì, ce ne sono molte in giro per il mondo. Azioni individuali, a volte collettive, raramente di massa, e mai, proprio mai, azioni di chi governa. Se un sistema nuovo deve sorgere, può accadere solo attraverso i programmi e le leggi di chi arriva al potere e traduce in pratica quel senso comune alternativo. Peccato che, arrivato al potere, anche il più integro difensore della nostra salute mentale e sociale dica: «Ehi! Abbiamo scherzato. Ora che siamo qui ci accorgiamo di una cosa. Sapete? I nostri principi non valgono nulla. Gli affari prima di tutto».

Ci siamo talmente adeguati a questo andazzo che il senso comune dominante è diventato “naturale”. Lo accettiamo come inevitabile, come se fosse lì da sempre e destinato a restare lì per sempre. Come se fosse completamente inutile lottarci contro per provare a cambiare le cose. Ma dovremo farlo. Saremo forzati a farlo, innanzi tutto per questioni molto materiali.

Nel 2025, l’Overshoot Day è caduto il 24 luglio. Quel giorno, in altre parole, i popoli della Terra avevano consumato tutte le risorse che la Terra stessa mette a loro disposizione per un anno. Nel 2026 cadrà ancora prima perché, come avviene ormai da decenni, bruciamo ogni dodici mesi una quantità di risorse maggiore dell’anno precedente. L’Italia, ad esempio, ha appena raggiunto il suo Overshoot Day, il 3 maggio. Se tutti gli abitanti della Terra avessero lo stesso tenore di vita degli italiani, servirebbero per andare avanti quasi 3 pianeti all’anno. Non c’è molto spazio per arzigogolarci sopra. Certi numeri, per quanto li si possa piegare e coartare, alla fine parlano. 

E se anche volessimo continuare così, imperterriti: in cambio di che cosa?

Non sembra che in giro abbondi la felicità. I sardi ripetono a sé stessi che vivono in un paradiso, nel luogo più bello del mondo, con un ritmo e uno stile di vita invidiabili. Ma non tali, evidentemente, da gonfiare i loro cuori.

Nei paesi dell’Isola sotto i mille abitanti, l’indice di vecchiaia sfiora il 400%: significa che per ogni minore di 15 anni ci sono quasi 4 ultra sessantacinquenni. È difficile capire perché chi vive in paradiso non voglia fare figli. Forse sperimenta una felicità talmente assoluta da non volerla condividere con nessuno, neppure la prole. Ed è una ricompensa davvero triste per i sardi, che al sistema si sono adeguati e si adeguano con genuina buona volontà. Nessuno è più sincero di loro nell’accettare il senso comune.

Prima di diventare tutti zombie depressi che si aggirano nel mondo alla ricerca dell’ennesima distrazione dalla nostra stessa inesistenza, dobbiamo seminare il mutamento e lavorare per un senso comune contrario all’attuale. Non basta aspettare che lo yacht di Östlund affondi. Dobbiamo prenderne il comando e condurlo in porto in pace, su una nuova rotta e con regole di navigazione diverse. Ciò che è “naturale” oggi non sarà “naturale” per sempre. Invertire il discorso e riportarlo a una decente umanità è il nostro compito. 

Un long game, che privilegia la pazienza e il risultato futuro, respingendo l’impazienza e la ricerca del risultato immediato. Un gioco a lungo termine di valore strategico, essenziale per le nostre stesse vite, e al quale è ormai impossibile sottrarsi.

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