È stato pubblicato lo scorso due settembre l’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) sulla crisi climatica, intitolato Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, che utilizza una parola destinata probabilmente ad accompagnare sempre più spesso il dibattito climatico dei prossimi anni: overshoot, superamento. Per la precisione, “Limiting Overshoot” significa arginare il superamento della soglia limite di 1,5 °C. E secondo il nuovo rapporto tale soglia è sempre più vicina.
Quando nel 2015 quasi duecento Paesi sottoscrissero l’Accordo di Parigi, l’obiettivo sembrava tanto ambizioso quanto necessario: contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e fare il possibile per limitarlo a 1,5 °C. Una soglia che è diventata negli anni una sorta di confine simbolico nella lotta alla crisi climatica. A distanza di poco più di un decennio però, quel confine è diventato per davvero un bordo vertiginoso oltre il quale si potrebbero avere impatti e rischi sempre più difficili da gestire, alcuni dei quali potenzialmente irreversibili.
Le possibilità per evitare il superamento temporaneo di 1,5 °C, sono infatti, secondo l’UNEP, ormai esaurite: la sfida diventa renderlo il più contenuto e breve possibile. Questo non significa che la battaglia climatica sia perduta e soprattutto, non significa che tale soglia rappresenti una sorta di interruttore oltre il quale qualsiasi azione svolta diventi inutile. Al contrario, ogni piccolo cambiamento in meglio può ancora essere determinante. Il punto su cui soffermarsi sarebbe chiedersi, casomai, quando supereremo quella soglia, per quanto tempo vi resteremo e quanto rapidamente saremo capaci di tornare indietro.
Le cause sono principalmente umane
Nel 2024 la temperatura media globale aveva già oltrepassato, per la prima volta nell’arco di un anno solare, la soglia di 1,5 °C. Un anno tuttavia non è sufficiente a valutare la complessità del fenomeno: il clima è un insieme di condizioni che vengono valutate dagli studiosi attraverso periodi molto più lunghi, proprio per distinguere le tendenze strutturali dalle oscillazioni naturali.
Sulla base degli ultimi dati però il trend è inequivocabile, e forse l’estate 2026, oramai sulla via del tramonto, ha lasciato i segnali più chiari di questa crisi. Il Pianeta si sta surriscaldando e tra le cause principali vi sono le attività umane: combustione di carbone, petrolio e gas, industria, trasporti, agricoltura e allevamenti intensivi, deforestazione e trasformazione degli ecosistemi hanno progressivamente modificato la composizione dell’atmosfera.
Gli effetti non appartengono più ad un futuro astratto e lontano. Ondate di calore sempre più intense, siccità prolungate, incendi, precipitazioni estreme, alluvioni improvvise, degrado del permafrost, innalzamento del livello dei mari e perdita di biodiversità sono fenomeni che stanno via via modificando interi territori.
Il Mediterraneo, in particolare, è considerato un hotspot climatico: si riscalda più rapidamente della media globale ed è tra le aree più vulnerabili del Pianeta, con al centro la nostra isola, la Sardegna. Centrale non solo geograficamente me negli ultimi anni al centro anche del dibattito sulla transizione energetica.
Transizione energetica, ma in che modo?
Se la causa principale del riscaldamento globale è rappresentata dall’attività umana e dall’utilizzo dei combustibili fossili, uno dei cardini delle politiche climatiche, a partire da quelle europee, è la transizione energetica orientata alla decarbonizzazione, ovvero la progressiva riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2) e di altri gas serra generati dalle attività umane stesse. Come? Attraverso il fotovoltaico ad esempio, o l’eolico, che producono elettricità senza emissioni dirette, affiancati da efficienza energetica, elettrificazione dei consumi e sistemi di accumulo. Mettere in discussione la necessità della transizione energetica significherebbe dunque ignorare una parte sostanziale del problema. Ma in che modo deve avvenire questa transizione?
È proprio qui che il caso Sardegna ha assunto dimensioni di una portata che ha superato i confini regionali. L’isola è stata ed è tuttora al centro di un numero crescente di progetti per la realizzazione di impianti eolici, fotovoltaici, sistemi di accumulo e nuove infrastrutture per la realizzazione e il trasporto dell’energia. Alle installazioni terrestri si sommano i grandi progetti offshore prospettati nei mari attorno.
La quantità di richieste presentate ha alimentato un’opposizione che sarebbe riduttivo liquidare semplicemente come resistenza alle energie rinnovabili da parte dei sardi. Il punto è che la Sardegna produce già più energia di quanta ne consumi (si sottintende energia fossile), buona parte di questa produzione viene trasferita verso la penisola e le insistenti richieste di impianti atti alla transizione energetica hanno superato di gran lunga il fabbisogno dell’isola. Stiamo dunque costruendo una transizione energetica per il territorio o stiamo trasformando i territori, e non solo la Sardegna, in piattaforme per la produzione energetica come surrogati dell’energia fossile prodotta finora?
Se pensiamo di intervenire sulla crisi climatica consumando il suolo potremmo ad esempio trovare risposte a questi quesiti osservando il Mediterraneo stesso e la sua storia, poiché la questione non riguarda soltanto il numero delle pale eoliche o l’estensione dei pannelli fotovoltaici. Riguarda i terreni agricoli, i paesaggi, la biodiversità, le aree archeologiche, le attività legate alla pastorizia; le comunità e quelle particolari relazioni tra uomo e territorio che in Sardegna hanno modellato per millenni la sua cultura e natura.
In questo senso la questione energetica sembra quasi estendere il discorso affrontato di recente [qui] parlando del compianto Bachisio Bandinu: cosa accade quando un territorio smette di essere percepito come luogo da abitare e diventa prevalentemente una risorsa da utilizzare?
La contraddizione è ancora più evidente quando lo sfruttamento avviene in nome della sostenibilità. La crisi climatica ci impone di proteggere gli ecosistemi e contemporaneamente di produrre energia senza combustibili fossili. Ma se la soluzione comporta nuovo consumo di suolo, frammentazione degli habitat, trasformazione del paesaggio e concentrazione dei benefici economici lontano dalle comunità che ospitano gli impianti, allora il problema non riguarda più la scelta tra energia fossile ed energia rinnovabile. Riguarda il modello stesso di transizione. E non tutte le rinnovabili sono uguali, così come non tutti i luoghi sono paragonabili.
Un impianto costruito su una superficie industriale già compromessa non produce lo stesso impatto di uno realizzato in un’area agricola o in prossimità di un paesaggio dall’inestimabile valore storico e naturalistico. Allo stesso modo, una comunità energetica concepita per distribuire localmente energia e benefici non è equivalente a un grande progetto destinato prevalentemente all’export di energia attraverso le reti nazionali e/o internazionali.
La domanda allora non è soltanto quanta energia pulita possiamo produrre, ma anche dove, per chi e a in cambio di quale risorsa territoriale.
Come natura comanda
C’è poi un’altra Sardegna sulla quale la crisi climatica ha già ampiamente lasciato segni abbastanza tangibili: la Sardegna dei terreni aridi, delle campagne sottoposte a periodi sempre più lunghi senza precipitazioni, degli invasi in sofferenza, degli incendi estivi e di una vegetazione costretta ad affrontare temperature elevate e disponibilità idrica sempre più limitata.
Ed è proprio osservando questa vegetazione da vicino che il discorso può cambiare nuovamente prospettiva. Perché alcune delle piante che consideriamo ordinarie nel paesaggio mediterraneo possiedono in realtà sofisticate strategie di adattamento e sopravvivenza. L’elicriso ad esempio, o il mirto, il lentisco, il rosmarino, il timo, la santolina, il ginepro, il corbezzolo, il leccio, il carrubo e numerose altre specie mediterranee hanno attraversato millenni di estati calde, terreni aridi e scarsità di nutrienti con lunghi periodi di siccità, sviluppando differenti meccanismi di adattamento.
Piante con foglie piccole e coriacee, con cere superficiali isolanti e peli capaci di limitare la perdita d’acqua e apparati radicali molto efficienti, sino al rallentamento dell’attività vegetativa: queste sono solo alcune delle strategie con cui queste specie riescono a sopravvivere in condizioni estreme. Non si tratta dunque soltanto di piante che hanno bisogno di poca acqua. Esse sono il risultato di una lunga reazione evolutiva conseguente ai climi aridi e siccitosi.
Negli ultimi anni si parla anche di modelli di progettazione del verde (xeriscaping) con l’obiettivo di ridurre il consumo idrico attraverso la scelta di specie adatte alle condizioni climatiche del luogo. Il principio su cui si basano è apparentemente molto semplice: piuttosto che mantenere artificialmente giardini costruiti secondo modelli incompatibili con un clima arido, si utilizzano specie capaci di vivere con precipitazioni limitate, associate a sistemi di irrigazione efficienti, pacciamatura e gestione del suolo orientate a trattenere maggiormente l’umidità.
In Sardegna queste tecniche potrebbero assumere una flessione ancora più interessante, se si pensa di utilizzare prima di tutto la biodiversità mediterranea che è già presente. Non perché ogni pianta locale sia automaticamente adatta a qualsiasi ambiente, ma perché progettare il verde a partire dalle caratteristiche ecologiche del territorio significa ridurre la quantità di acqua necessaria e, contemporaneamente, proteggere l’habitat naturale. È infatti necessario evitare un altro errore: sostituire le specie che soffrono gli effetti della crisi climatica introducendo indiscriminatamente piante esotiche semplicemente perché resistono alla siccità.
Una specie capace di sopravvivere al caldo non è necessariamente utile all’ecosistema nel quale viene inserita e, in alcuni casi, può persino diventare invasiva. Resilienza e biodiversità devono procedere parallelamente. E questo significa anche adattarsi. Significa preparare città, campagne ed ecosistemi a condizioni climatiche in continuo cambiamento, poiché un sistema vegetale complesso trattiene umidità, offre ombra, gestisce le temperature e le varietà floristiche. Una superficie cementificata cementificata alimenta le isole di calore urbano.
Un laboratorio di cambiamento
L’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente non rappresenta dunque una dichiarazione di resa e la Sardegna, proprio per la sua posizione e insieme per la straordinaria ricchezza ambientale che ancora conserva, potrebbe diventare un laboratorio naturale di questa transizione. Non un’enorme piattaforma energetica, ma un territorio capace di produrre energia pulita in base ai propri bisogni, valorizzando superfici già compromesse, distribuendo benefici alle comunità e proteggendo contemporaneamente ciò che rende la nostra isola unica.
E forse, ancora una volta, potremmo osservare ciò che la natura fa da parecchio tempo. Una pianta non sopravvive alla siccità consumando indefinitamente più risorse: si adatta, riduce le perdite, conserva ciò che possiede. Costruisce relazioni con il suolo e con le altre specie.
Di fronte alla crisi climatica abbiamo certamente bisogno di nuove tecnologie, ma potremmo anche aver bisogno di recuperare dei principi molto più antichi dell’era geologica della nostra stessa isola: non esiste vera transizione ecologica se, se, nel tentativo di salvare le biodiversità e le comunità, la vita, dimentichiamo ancora una volta di abitare la Terra. Proprio come fanno le piante.





