Tra luglio e agosto 2026, in Italia, sono almeno otto le donne uccise per mano di un partner o un ex che gli inquirenti contestano come femminicidio. Nove secondo il conteggio di Non Una di Meno, se si allarga la finestra alle stesse settimane. In Sardegna nello stesso periodo Alessandro Pintus ha confessato il femminicidio di Michela Rubiu, morta il 17 agosto dopo 25 giorni di agonia trascorsi nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Brotzu di Cagliari, dove si trovava ricoverata dal 23 luglio. Un'ecatombe, nel pieno dell'estate. Non un'anomalia statistica, ma ennesima conferma che qualcosa, nel sistema che dovrebbe proteggere, continua a non funzionare.
Il caso più esemplare è quello di Tania Terrin, uccisa a Camponogara dall'ex fidanzato Dino Keber, che dopo il delitto si è tolto la vita. Terrin aveva denunciato. Il Codice Rosso avrebbe dovuto attivarsi. Altre tre donne prima di lei si erano rivolte alla giustizia contro lo stesso uomo. Eppure è morta lo stesso, nella notte tra il 15 e il 16 agosto.
L'educazione che manca
L'ergastolo per femminicidio è legge dal 17 dicembre 2025. Otto mesi prima della strage dell'estate. Se la pena massima fosse davvero un deterrente, l'estate 2026 avrebbe dovuto essere diversa. Ma non lo è stata. Questo perché la deterrenza presuppone un calcolo razionale — "io non uccido perché la pena è troppo alta" — e l'86% degli omicidi di donne avviene in ambito familiare o affettivo. Non è la logica del criminale che pesa costi e benefici, ma l'idea di possesso che degenera quando una donna prova ad andarsene. Keber non ha consultato il codice penale prima di uccidere Terrin. Ha ignorato tre denunce precedenti, non certo l'articolo 577-bis.
Quello che accade è che mentre lo Stato alza l'asticella della pena, parallelamente restringe l'accesso a ciò che potrebbe intervenire prima che si arrivi al coltello. Il DDL Valditara sul consenso informato subordina l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole all'assenso preventivo delle famiglie. Chi lavora sul campo lo dice chiaramente: così l'educazione smette di essere democratica, e sono proprio lə giovani provenienti dai contesti familiari più difficili a restarne fuori — cioè chi ne avrebbe più bisogno.
Nel frattempo l'Istat certifica che 6,4 milioni di donne italiane tra 16 e 75 anni, quasi una su tre, hanno subito violenza fisica o sessuale nella vita. In Svezia l'educazione sessuo-affettiva è obbligatoria dal 1955, comincia alla scuola dell'infanzia e prosegue fino ai 18 anni. In Italia non esiste ancora una legge nazionale che la renda obbligatoria in tutte le scuole: dipende da singoli istituti, enti locali, associazioni. Ed è qui che il confronto con realtà come la Spagna smette di essere retorica e diventa dato.
Il caso spagnolo
Nel 2003, l'anno prima della sua legge organica contro la violenza di genere, la Spagna registrava 71 femminicidi. Nel 2024, vent'anni dopo, 47: il numero più basso mai registrato, un calo del 30%. Oggi il tasso spagnolo è di 4,6 femminicidi ogni 100mila donne, contro 9,4 in Italia — più del doppio. La differenza non è la fortuna né una società improvvisamente meno violenta: è che la Ley Orgánica del 2004 ha trattato la violenza di genere come un sistema, non come un'emergenza da punire dopo il fatto. Prevenzione, formazione del personale scolastico, obiettivi specifici di parità nel curriculum secondario, protezione integrale delle vittime: tutto dentro la stessa legge, tenuto insieme per vent'anni, attraverso governi diversi.
L'Italia ha scelto la strada opposta: severità massima sulla pena, incertezza crescente sulla prevenzione. Da una parte proclama la tolleranza zero e riempie le conferenze stampa di ergastoli. Dall'altra, quando si tratta di insegnare il consenso a un sedicenne, lascia la decisione al singolo genitore — come se riconoscere il possesso e il controllo fosse un'opinione di famiglia invece che una competenza di sopravvivenza. La pena arriva quando una donna è già morta. L'educazione dovrebbe arrivare mesi o anni prima, quando quella morte è ancora evitabile. La Spagna lo ha capito vent'anni fa.
Finché la repressione resta la misura di punta e la prevenzione resta un'opzione su consenso, l'Italia non ha una politica contro il femminicidio. Ha una lista di nomi che si allunga ogni estate.
La raccolta firme per il referendum “Sì educazione affettiva nelle scuole” [qui] promosso per abrogare le disposizioni del ddl Valditara, ha superato le 500mila firme necessarie in poco più di un mese. «È un risultato straordinario - hanno dichiarato Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, promotori del referendum - ma non è finita qui: bisogna continuare a firmare, perché ogni firma in più darà maggiore forza alla nostra richiesta politica». L'obiettivo, come chiarito dal Comitato organizzatore, è ripristinare l'educazione affettiva e sessuale nelle scuole italiane, superando le attuali restrizioni normative. Ora spetta alla Corte di Cassazione verificare la validità di richiesta e firme, e poi alla Corte Costituzionale il compito di valutare l'ammissibilità del quesito entro il 10 febbraio 2027.





