«Da lì dentro mia figlia mi chiamava e mi diceva che si sentiva in prigione. Noi in un carcere non ci siamo mai state, ma più volte anche ho pensato che la differenza non deve essere molta; quello che ci siamo dette è che quel reparto è sicuramente il posto più brutto dove siamo mai state». La voce è di una mamma, ma quella raccontata non è la storia di una madre. Né tantomeno quella di una figlia. È piuttosto la testimonianza di un servizio pubblico che osservato da vicino, restituisce il ritratto di come oggi viene affrontata – o forse, non viene affrontata – la salute mentale delle persone minorenni che abitano un’Isola il cui diritto alla cura pare scontrarsi giorno dopo giorno con un’incuria che è strutturale. Riguarda gli spazi, ma per chi parla caratterizza soprattutto scelte istituzionali che nella programmazione prima, e nelle non-risposte poi, sono riflesso di priorità politiche che lasciano ai margini.
Del reparto di Neuropsichiatria della Infanzia e Adolescenza, sito al quarto piano dell’Ospedale Microcitemico di Cagliari, le cronache sarde (e non) a luglio 2026 hanno parlato per giorni. L’Asarp, Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica, lo ha descritto senza mezzi termini come “un luogo indegno di un Paese civile”. Anna Cau, Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione Sardegna, ha parlato di criticità “gravissime nel territorio sardo”, chiedendo (“con urgenza”) un intervento atto a garantire il rispetto del diritto alla salute dei minori accolti e la dignità di pazienti, familiari e personale operante nel reparto. Contestazioni che non sono state affidate al vento: quelle riportate sono prese di posizione ribadite in via ufficiale attraverso due lettere. La Garante ha scritto alla Presidente della Regione e assessora regionale alla Sanità Alessandra Todde, e alla Presidente della Sesta commissione del Consiglio regionale, Carla Fundoni. Mentre l’Asarp ha rivolto il proprio appello all’Assessorato regionale Igiene, Sanità e Assistenza Sociale, alla Direzione Generale della ASL 8 di Cagliari e per conoscenza alla Garante regionale per Infanzia e Adolescenza Anna Cau e alla Presidente dell’ANCI, Daniela Falconi.
Scripta manent, ma ciò che tra le righe manca è innanzitutto una risposta istituzionale ufficiale, in particolare da parte della presidente e assessora Todde. In secondo luogo, un’azione concreta che sottragga il diritto alla salute al destino di una corrispondenza epistolare dimenticata, trasformando le parole in risposte reali.
Ciò che accade
La storia di G. e della sua esperienza con la sofferenza mentale attraversa luoghi che dovrebbero essere parte della rete di sostegno attorno a una persona minorenne: scuola, servizi, adulti di riferimento, comunità. Un tessuto spesso raccontato come tale, che nella realtà però non riesce a trasformarsi in una presa in carico collettiva. «Quello che descrivo sembra un film di guerra», racconta la madre. Fino alla fine della scuola materna - dice - G. era «una bambina molto vivace, sveglia, brillante: attirava l'attenzione». I primi segnali di sofferenza arrivano in seguito a una serie di esperienze in cui la scuola sarebbe stata «determinante». «È stato un disastro». La madre parla di istituti e insegnanti che cambiano spesso, tentativi di rifiutare l'iscrizione della figlia, episodi di violenza e persino di genitori che avrebbero organizzato mobilitazioni contro la presenza di una bambina considerata elemento di disturbo. «Ero disperata, non sapevo dove girarmi». La voce si spezza più volte in un racconto che però va oltre l’attribuzione di responsabilità individuali. Ciò che emerge è soprattutto la difficoltà di una comunità nel riconoscere e accompagnare la sofferenza mentale: «Una famiglia viene lasciata sola», sintetizza.
Ma la solitudine non si interrompe con l'ingresso nel sistema sanitario. Al contrario, è proprio nel primo contatto con il reparto di Neuropsichiatria infantile che secondo la donna il senso di abbandono assume una forma diversa, quella di chi si ritrova in un luogo che dovrebbe curare ma che viene vissuto come incapace di accogliere. Tre ricoveri, per un totale di circa sessanta giorni, portano G. dentro il reparto di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale Microcitemico di Cagliari. «Gli operatori sono all’osso - racconta - vedo la struttura peggiorare nel tempo, assolutamente inadeguata». Come precisa però, il problema non riguarda tanto il lavoro delle persone che vi operano. A mancare sarebbe un sistema che si strutturi attorno a pazienti e famiglie: personale sufficiente, spazi adeguati, un'idea di presa in carico e cura che sia effettivamente tale.
«Nel reparto non ci sono spazi esterni, c’è un protocollo rigidissimo che comporta l’assenza di arredi anche perché hanno poco personale e devono adeguare gli spazi a questo: all’accappatoio fanno togliere i lacci, come se in un posto del genere fosse anche possibile suicidarsi». La chiosa è inequivocabile: «È logica manicomiale, un luogo che esaspera determinate situazioni di sofferenza, dove si usa la terapia al bisogno in alternativa ad altri interventi». E la quotidianità viene descritta come impietosa: «Noi famiglie viviamo in un vortice di solitudine e abbandono: non sai a chi rivolgerti, non c’è chiarezza né un sistema realmente integrato di servizi creati attorno alla persona. Il sistema non funziona perché le persone non vengono trattate con dignità».
Ciò che manca
Quello descritta dalla madre di G. secondo Asarp è il punto di emersione di una fragilità più ampia, che riguarda non soltanto gli spazi fisici del reparto ma il modo in cui viene organizzata la presa in carico della salute mentale delle persone (minorenni e non) in Sardegna. Le criticità denunciate trovano riscontro nelle segnalazioni messe nero su bianco da un’associazione che da mesi prova a puntare l’attenzione sul reparto ospedaliero di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza di Cagliari. Ad oggi però, come spiega la presidente dell’Asarp Gisella Trincas, «non si è mosso niente».
Nella lunga lettera inviata a luglio, l’intera struttura viene descritta come “obsoleta, nonostante lo Status di Ospedale pediatrico”. “Senza nessun spazio all'aperto - si legge - con ambienti inadeguati, logori e trasandati. La capienza è di 7 posti letto ma raggiunge, in situazioni di emergenza, i 9/11 ospiti. Alcuni ricoveri sono lunghi, reiterati più volte, a causa della insufficienza di servizi territoriali per la prevenzione, la diagnosi e la presa in cura. Ma ciò che è veramente inaccettabile per i familiari e i pazienti, ma anche per il personale sanitario che vi opera, è lo stato in cui versa il Reparto Ospedaliero”.
La porta d’ingresso nella lettura dell’associazione diventa così il biglietto da visita di un sistema in cui la logica della custodia rischia di prevalere su quella della cura. “Si accede attraverso delle porte blindate e ci si ritrova in dei corridoi tristi, spogli, a parte pochi murales, cupi e lugubri. Pochi gli arredi - prosegue la lettera - danneggiati e logori. Le stanze sono vecchie e spoglie di tutto, i letti vecchi, i bagni anch’essi spogli e senza nessuna logistica igienica. Ai genitori dei minori ricoverati viene richiesta una presenza in reparto sulle 24 ore senza che vi siano le condizioni ambientali necessarie, percepita come la soluzione più sbrigativa per sopperire alla grave carenza di personale. Pensiamo che tutto questo non sia accettabile, che non aiuti le persone minori ad affrontare le difficoltà e la sofferenza creando, oltretutto, una ulteriore ansia e sfiducia nei familiari”.
Per Gisella Trincas, presidente dell’associazione, quello che serve è un cambio di rotta, culturale soprattutto. «Quando un servizio è blindato vuol dire che è strutturato sulla custodia dove prevale quindi l’aspetto farmacologico a quello terapeutico: è terribile la degenza di un ragazzino o ragazzina in un ambiente così poco accogliente. Per questo - prosegue - abbiamo bisogno di una visione culturale orientata al rispetto dei diritti umani delle persone, della libera scelta, dell’autodeterminazione, della collaborazione con famiglie e territorio. Tutto questo non c’è in generale, ancora meno per i minori». Una decostruzione e poi ricostruzione dei pilastri su cui dovrebbe fondarsi il principio di cura, che non riguarda solo il sistema sanitario in senso stretto. «Serve una diversa organizzazione e un rapporto fra i servizi della salute mentale e il resto delle istituzioni pubbliche: servizi sociali, il mondo culturale, la scuola… questo non c’è, ma non solo. Noi abbiamo scritto alla Regione, all’assessorato alla sanità ma non si sono neanche degnati di rispondere. Sono totalmente assenti».
Nel frattempo l’associazione ha incontrato anche lavoratori e lavoratrici del reparto, allo scopo anche di precisare che «quando accadono cose di questo tipo la responsabilità non è degli operatori ma della dirigenza e in modo particolare della politica». Una dirigenza che però secondo la Garante Anna Cau, «si sta attivando per verificare come migliorare la situazione». «Non ho avuto una risposta formale da parte dei destinatari - dichiara Cau - c’è stata però un'interlocuzione con la clinica alla quale ha partecipato anche la direzione della struttura ospedaliera. Ho avuto da loro rassicurazioni sulla presa in carico della situazione, ma è ovvio che le criticità non possono essere risolte in un attimo; nel frattempo proseguirò col monitoraggio nell'attesa che giungano informazioni precise al riguardo. Detto ciò - precisa la Garante - si tratta comunque di diritto alla salute e di diritti fondamentali quindi l’idea è che ne deve essere preteso il rispetto».
Ciò che serve
La denuncia di Asarp nasce anche dall’ascolto di famiglie che come racconta Trincas, arrivano ai servizi già segnate da anni di attesa da un lato, solitudine dall’altra. Mamme e padri che spesso vivono la sofferenza delle proprie figlie e figli anche attraverso il peso della responsabilità individuale, mentre attorno ciò che si percepisce è il vuoto. “I familiari sono devastati da situazioni drammatiche che si protraggono da anni”, scrive l’associazione nella lettera inviata alle istituzioni, sottolineando come il rischio sia quello di arrivare alla presa in carico quando la crisi è già esplosa.
Per la mamma di G., ciò che è necessario non è solo intervenire sul reparto ma ripensare l’intero percorso che porta una persona minorenne dentro un servizio di emergenza. «Quello che serve sono arredi migliori e operatori per ridurre al minimo la terapia al bisogno. Ma anche accogliere i genitori e includerli nel percorso terapeutico, con lavori di mediazione. E devono esserci ambienti stimolanti per questi ragazzi». Una richiesta che parte dagli spazi fisici, ma che riguarda soprattutto un’idea diversa di cura. Lo stesso tema sollevato da Asarp, che denuncia una salute mentale ancora relegata ai margini della programmazione pubblica. Ad abitare quel margine però ci sono persone, famiglie, lavoratori e lavoratrici che ogni giorno si trovano a gestire le conseguenze di un sistema che secondo le testimonianze, non riesce ad essere tale. Dove la necessità diventa quindi quella di restituire alla cura il suo significato originario: presa in carico collettiva, costruita attorno alle persone e non lasciata sulle spalle di chi prova a chiedere aiuto.




