Tempo e spazio sono le coordinate che determinano la quotidianità di ogni essere umano. Enormi contenitori che però non possono essere riempiti da tutti allo stesso modo. Ancor di più quando si vive sotto occupazione. Quello che invece può accomunare il maggior numero di persone è la passione che ti accompagna sin da piccola, che negli anni diventa uno strumento di adattamento ai cambiamenti imposti dalla realtà e dalle trasformazioni del proprio io. «Il calcio è ossigeno» dice per prima cosa Natali Shaheen quando le si chiede cosa sia il pallone per lei oggi. Evidenziando così il filo conduttore di una vita iniziata a Gerico, in Palestina, e che oggi prosegue a Sassari, e che l’ha spinta oltre i confini imposti da pregiudizi e regole di potenze occupanti.
Un lungo percorso
Il calcio Shaheen l’ha incontrato da bambina, quando non era comune vedere una piccola atleta giocare e sognare di prendere a calci un pallone per tanto tempo. Sguardi di giudizio che non l’hanno fermata, nonostante presto agli occhi altrui si è aggiunto il confronto con un’occupazione israeliana che rendeva quasi impossibili gli spostamenti da Gerico a Ramallah. Una sana ostinazione che l’ha portata a vestire presto la maglia della nazionale femminile palestinese, a diventarne uno dei volti più giovani della sua storia recente e a esserne capitana.
Il tutto senza perdere di vista gli studi che l’hanno portata fino all’Università di Sassari grazie all’incontro con l’associazione Ponti non Muri. Cammino concluso con una tesi di dottorato dedicata agli ostacoli sociali ed economici che il calcio femminile ha dovuto affrontare in Palestina e in Sardegna. Un lavoro confluito nel libro «Un calcio ai pregiudizi», edito da Edes nel 2022, ancora utile oggi per raccontare l’ingiustizia alla base di un sistema calcistico sbilanciato a favore degli uomini, da qualunque luogo lo si osservi.
«Se parliamo di calcio femminile tra Sardegna e Palestina le similitudini son tante - spiega Shaheen - soprattutto negli ostacoli. A partire dalla priorità per i campi, che è sempre per i maschi. Non tutte le squadre femminili, tra l’altro, hanno il loro campo anche per il loro allenamento e questo costringe ancor di più ad allenarsi ad orari scomodi. La stessa cosa accadeva in Palestina. Senza dimenticare il valore degli stipendi o la questione del professionismo. Anche se ormai da tre anni in Palestina anche per i ragazzi non c’è più il professionismo e tanti dei miei ex colleghi universitari hanno dovuto lasciare lo sport e dedicarsi a un lavoro diverso».
Se sul piano sardo e italiano alcuni timidi passi avanti hanno contribuito a migliorare la situazione del movimento calcistico femminile, la situazione a Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati degli ultimi anni ha danneggiato il percorso intrapreso. «Già al mio arrivo in Italia, il movimento stava crescendo - racconta Shaheen — era nata la federazione, diversi club stavano creando i loro settori femminili e le ragazze avevano più possibilità di giocare a calcio nelle diverse città. Da più di tre anni però tutto si è fermato e l’opportunità di dare uno spazio di gioco libero alle ragazze è drasticamente diminuita. Tutto era già difficile quando mi spostavo io, con i checkpoint e i controlli israeliani entrando e uscendo dalle diverse città per andare agli allenamenti. Oggi lo è diventato ancora di più, perché le chiusure sono durate spesso per tempi indefiniti: nessuno poteva uscire per andare al lavoro o studiare, figuriamoci allenarsi. Dopo il progresso, abbiamo fatto dei passi indietro per colpa dell’occupazione israeliana, ma non abbiamo mollato: la nazionale femminile al momento è fuori per allenarsi insieme e giocare delle partite, proprio come ha fatto la nazionale maschile».
Doppi standard e connivenza
La resistenza si è fatta anche sportiva, nonostante gli atleti, allenatori, dirigenti, siano stati essi stessi vittima di un genocidio che gran parte del mondo dello sport non ha denunciato. Sia sul piano istituzionale, che sul piano individuale. «In tanti dicono di non mischiare sport e politica - afferma Shaheen - ma non è un ragionamento che si può fare solo in certi momenti. Se non si vuole far entrare lo sport nella politica, allora anche la Russia non doveva essere esclusa o la stessa decisione non doveva essere presa tanti anni fa per il Sudafrica dalla FIFA. Se è uguale per tutti è una cosa, altrimenti è un chiaro doppio standard. Gli atleti israeliani - ricorda la calciatrice - non sono come gli altri, tutti sono stati obbligati a fare il servizio militare per almeno tre anni. Questo vuol dire che ognuno di loro ha partecipato a mantenere lo status quo. Sarebbe stato importante che i giocatori dicessero qualcosa, soprattutto quelli più importanti: non si chiede tanto, ma solamente di stare dalla parte giusta, quella degli esseri umani e dei loro diritti».
Una vicinanza che invece è spesso arrivata dalle persone comuni, come dimostrato anche con eventi come quello di Napoli a maggio scorso, quando la Palestine Stars Team, squadra composta da ex giocatori e giocatrici palestinesi, ha giocato il “Derby dei campioni” contro una selezione della nazionale cantanti, con l’obiettivo di devolvere gli incassi alla ricostruzione degli ospedali colpiti dai bombardamenti israeliani. «Giocare allo Stadio Maradona - racconta Shaheen - è stato stupendo per tutti noi, calciatrici e calciatori. La nostra squadra mista ha mandato già da sé un messaggio forte, perché abbiamo dimostrato di voler portare l’uguaglianza dentro e fuori dal campo. Ma volevamo anche dire ancora una volta che noi abbiamo il diritto di giocare a calcio come tutti gli altri e che in Palestina ci sono giocatori e giocatrici che hanno talento, hanno i propri sogni nel calcio e vogliono continuare a giocare liberamente».
Una nuova casa
Quello di Shaheen è stato un impegno costante negli anni, che le è valso anche il Premio Internazionale «Sport e Diritti Umani» di Amnesty Italia e Sport4Society nel 2023. E che soprattutto l’ha resa una voce importante in grado di squarciare spesso i silenzi del mondo sportivo. Un percorso reso possibile anche da una Sardegna che l’ha accolta fino a farla sentire a casa.
«Sono arrivata in Sardegna più di otto anni fa per continuare a studiare e giocare a calcio, con il sogno di fare un campionato per intero come invece in Palestina non potevo fare, grazie all’associazione Ponti non Muri; oggi è una seconda famiglia. Ci sono tante cose in comune tra Sardegna e Palestina - sottolinea - a partire dall’ospitalità e dalla disponibilità ad aiutare chiunque. Qui sicuramente la vita è molto più semplice. Posso pianificare la giornata o le settimane ad esempio e rispettare tutti gli impegni, qualcosa che in Palestina potevo solo sognare di fare a causa dell’esercito israeliano. In Palestina ho perso tanto tempo solo perché stavo ferma ai checkpoint».
Nel presente, però, c’è ancora tanto calcio. Dopo un passaggio anche nel futsal, Shaheen è tornata nel calcio a undici e da quattro stagioni veste la maglia del Real SunService (25 gol nell’ultima annata), squadra andata vicina nell’ultima stagione alla promozione in Serie C: «Ho creduto sin dall’inizio al loro progetto, perché i valori della società sono anche i miei. Negli anni è andata sempre meglio, l’anno scorso abbiamo vinto il campionato di Eccellenza, ma le regole ci hanno costretto allo spareggio per la promozione con Pesaro che ci ha battuto. In Sardegna abbiamo però vinto meritatamente e anche se quest’anno la squadra è un po’ cambiata, proveremo comunque a mettere in circolo i nostri principi, a dare ulteriore valore al calcio femminile e a vincere il torneo».
Un obiettivo che si unisce al lavoro all’attivismo, fino alla promozione dell’ultimo libro Yallajò — la tavola che unisce, scritto insieme a Paola Pilisio per Magnum Edizioni. Il tutto, tenuto in piedi dalla voglia di una Palestina libera dall’ingiustizia del genocidio e dalle disuguaglianze, ma anche da quell’amore per il calcio che da sempre per Shaheen resta uno «spazio di libertà».
di Matteo Cardia





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