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Show Israel the red card

Il torneo di basket "Città di Cagliari" riapre il dibattito sull'esclusione di Israele dalle competizioni sportive. A seguire un'analisi di Marcello Cocco che distingue tra le responsabilità dello Stato israeliano e la storia politica dell'Hapoel Tel Aviv, intrecciando il tema con il ddl sull'antisemitismo e lo sportwashing.

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Redazione Autore
14 SET 2026
9 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Il punto di partenza non può essere questo: le federazioni sportive devono mostrare il cartellino rosso a Israele. Ovvero il fatto che l’entità sionista deve essere esclusa da tutte le manifestazioni internazionali. Quindi, anche dal torneo di basket “Città di Cagliari”, al quale, nello scorso weekend, hanno preso parte la Maxima Roma, l’Asvel Villeurbanne, il Bayern Monaco e l’Hapoel Tel Aviv, rappresentante cioè della capitale mediorientale. Le squadre israeliane dovrebbero, appunto, essere escluse da tutte le manifestazioni sportive. Ma occorre anche fare qualche distinguo, sul quale vale la pena soffermarsi più avanti.

Il “cartellino rosso” nei confronti delle federazioni sportive è un provvedimento severo che scatta quando vengono violate le regole minime della convivenza civile: in passato, sono stati esclusi dagli eventi sportivi – solo per citarne alcuni esempi – la Germania, il Giappone, il Sudafrica, la Rhodesia (l’attuale Zimbabwe), la Jugoslavia. Recentemente la stessa sorte è toccata alla Russia, rea di aver invaso uno Stato sovrano, e alla Bielorussia che aveva la “sola” colpa di aver concesso l’uso del suo spazio aereo a Mosca. In tutti i casi, a essere stati puniti non sono stati gli jugoslavi, i tedeschi, i sudafricani o i russi. La sanzione ha colpito gli Stati che si sono resi responsabili di aver scatenato guerre, di essersi resi responsabili di politiche di apartheid o di aver invaso un altro Paese.

Perché, dunque, lo stesso trattamento non è stato riservato a Israele, lo Stato che si sta rendendo responsabile del genocidio del popolo palestinese? Anche in questo caso, a finire nel mirino non sarebbero gli ebrei (visto che Israele si definisce "Stato ebraico") ma il governo, responsabile di questo orribile crimine. Una richiesta legittima, la “red card”, che, ovviamente, scatena il riflesso pavloviano dei sionisti: davanti a qualunque critica scatta immediatamente l’accusa di antisemitismo. Un’accusa, assolutamente infondata, che però in questi giorni comincia a preoccupare.

Il ddl antisemitismo

Il ddl 1004, attualmente in discussione alla Camera, a dispetto di quanto sostiene il senatore Pd Graziano Del Rio (affiancato dall’intero centrodestra) non contiene sanzioni penali. Una mezza verità. Per diverse ragioni: in primo luogo, stabilisce all’articolo 2 che il presidente del Consiglio deve adottare un proprio decreto volto a “prevedere apposite misure per contrastare la diffusione del linguaggio d’odio antisemita sulla rete internet”. Quasi una cambiale in bianco. Inoltre adotta, come definizione di antisemitismo, quella formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Una formulazione apparentemente innocua, ma che nasconde la volontà di mettere a tacere le critiche al governo israeliano.

È lo stesso sito dell’Ihra ad ammetterlo: sostiene che si configura antisemtismo quando si fanno “paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”. Dire quindi che Netanyahu, Ben-Gvir o Smotrich si comportano da nazisti, sarebbe, secondo questa organizzazione, antisemitismo. Inoltre, l’articolo 3 del ddl 1004 stabilisce che si può negare l’autorizzazione a un incontro o a una manifestazione “in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”. Vengono i brividi pensando a chi sarà chiamato a fare questa “valutazione”.

Il caso dell'Hapoel Tel Aviv

Il torneo di basket di Cagliari sarebbe potuto servire a smentire l’accusa di antisemitismo. Perché, nonostante la presenza di un proprietario, Ofer Yannay, oscenamente schierato con i massacratori, la tifoseria di quella società ha una storia (ma anche “un’attualità”) che merita rispetto. Certo, le squadre israeliane dovrebbero essere escluse dalle manifestazioni sportive. Ma è altresì vero che, in questo caso, a essere bannata sarebbe soprattutto una tifoseria che pagherebbe colpe non sue. L’Hapoel Tel Aviv (che ha nel suo stemma la falce e il martello, essendo nata come squadra dei sindacati) rappresenta una realtà particolare nel panorama sportivo israeliano: secondo uno studio accademico dedicato alla cultura dei suoi sostenitori, pubblicato da Oxford University Press, l’Hapoel propone come valori caratterizzanti il socialismo, l’antinazionalismo e l’antirazzismo.

Nel dicembre 2025 gli ultras si presentarono allo stadio con una maglietta con la scritta “Ultras Hapoel against the scum”. Sotto comparivano, barrati, tre simboli: quello del Maccabi Tel Aviv (la squadra che, invece, si colloca nell’area dell’estrema destra, i cui tifosi si sono resi responsabili di tanti disordini nelle trasferte europee), quello della polizia israeliana e quello di Kach, il movimento ebraico suprematista di estrema destra messo fuori legge in Israele.

Si potrebbero raccontare molte altre cose di questa squadra. Il mese scorso, in occasione della partita con l’Atalanta, l’allenatore della squadra di calcio Elyaniv Barda, a proposito delle proteste dei manifestanti pro Palestina, si è limitato a dire: «Pensiamo solo al calcio e alla partita, perché il calcio unisce le persone». Apparentemente una dichiarazione pavida. Ma che forse è molto più coraggiosa di quanto sembra. Perché bisogna tenere conto di chi è il proprietario della società (cosa di cui si parlerà più avanti). E bisogna anche paragonarla con quello che dicono tanti sportivi israeliani, dal bobbista Adam Edelman («Sionista fino al midollo») al coach della nazionale di basket under 18 Nadav Zilberstein («Ci sono soldati ora che si trovano a Gaza e in Libano affinché noi possiamo giocare qui.»), passando per l’ex calciatore della Fiorentina ora al Manor Solomon, ora al West Ham («L’esplosione dell’ospedale di Gaza è senza dubbio colpa del lancio fallito di un razzo da parte della Jihad islamica. Uccidono il loro stesso popolo e danno la colpa a Israele») e per l’ex calciatore della Salernitana Shon Weissman, ora al Beitar Gerusalemme, la squadra che va orgogliosa del fatto di non aver mai tesserato un giocatore arabo («Cancellare la striscia di Gaza» e «Sganciare 200 tonnellate di bombe»).

Ecco, in situazioni “normali”, con un Israele che diventa finalmente un paese civile, l’Hapoel Tel Aviv rappresenterebbe un ospite gradito. Cosa che, purtroppo, almeno per il momento, non appare possibile. Ma essere al fianco del popolo palestinese, urlare al mondo la rabbia per un criminale genocidio, non significa assolutamente essere antisemiti (anche perché, tanti sionisti sorvolano su questo aspetto, eventualmente i palestinesi sono molto più semiti degli israeliani). Sarebbe auspicabile che si creasse un ponte tra chi, nel mondo, si batte contro un crimine e chi, in Israele, deve convivere con una realtà che forse non accetta.

Poi, sia chiaro, non è il caso di farsi troppe illusioni. Perché se è vero che i tifosi (e, probabilmente, molti giocatori e tecnici) sono per il dialogo, è altresì vero che il proprietario della società, Ofer Yannay, presidente della multinazionale delle energie rinnovabili Nofar Eneergy (con interessi, guarda caso, anche in Sardegna), è un sionista che desidera la “vittoria finale” su Hamas ed è convinto che Israele deve incutere fermezza e rispetto nei propri avversari.

Ma proprio queste sue posizioni stanno creando una spaccatura con la tifoseria: circa un anno fa, gli ultras avevano pubblicato una dichiarazione sulla loro pagina X ufficiale, annunciando che la squadra “si sta unendo allo sciopero” contro il governo Netanyahu per il rilascio degli ostaggi.

In passato l’Hapoel aveva realizzato iniziative umanitarie e finalizzate a creare una cultura della pace. Visto che il tycoon ha acquisito la società nel 2023, poco prima del 7 ottobre, c’è da capire se avranno un futuro attività come il progetto “Mifalot”: si tratta una serie di manifestazioni sportive che coinvolgono oltre ventimila bambini e ragazzi israeliani, palestinesi e giordani, e finalizzato a plasmare, nelle future generazioni, la pacifica coesistenza fra i tre popoli. Attività che, per ora, hanno subito un forte rallentamento.

Semifinali semi deserte

Certo, l’Hapoel Tel Aviv non ha preso alcuna posizione sul genocidio in corso a Gaza. Non l’ha fatto, in primo luogo, perché il proprietario è un sostenitore dell’Idf. E non l’hanno fatto pubblicamente i tifosi perché, probabilmente, assumere certe posizioni in Israele è tutt’altro che facile. E poi, comunque, tra i milleduecento morti del 7 ottobre, c’erano anche sostenitori della squadra di Tel Aviv (anche se, ovviamente, è impossibile stabilire il numero).

In fondo, è lo stesso atteggiamento che si registra in Italia (e in gran parte dell’Occidente): da una parte c’è la classe dirigente che strizza l’occhio al sionismo, dall’altra c’è un’opinione pubblica sempre più consapevole e numerosa, furiosa per l’osceno genocidio perpetrato dal criminale governo sionista. Ma, se non sono le autorità a mostrare il cartellino rosso alle squadre israeliane, a farlo ci pensa vox populi.

Commentando quello che è accaduto in occasione delle semifinali del torneo, i sionisti di casa nostra hanno ironizzato sul fatto che a prendere parte al presidio di protesta organizzato dai comitati pro Palestina ci fossero soltanto una cinquantina di persone. Vero.

Ma è ancora più vero il fatto che sono stati tutti i cagliaritani a boicottare le semifinali del torneo: nell’articolo sulle semifinali pubblicato da L’Unione Sarda, il giornalista Roberto Rubiu si lamenta proprio della scarsa presenza di pubblico. In effetti, qualche centinaio di spettatori è un numero miserevole se si riflette sul valore delle squadre che hanno preso parte al “Città di Cagliari”: volendo fare un paragone con il calcio, sarebbe come se fosse stato snobbato un torneo con Real Madrid, Psg, Ajax e Como. Un insuccesso che diventa ancora più clamoroso soprattutto in una città che ha “fame” di basket.

Davvero gli organizzatori sono stati così ingenui da non aver previsto un epilogo come questo? Lecito dubitare del fatto che la presenza dell’Hapoel sia una delle tantissime iniziative dell’hasbara israeliana. Alla ricerca di simpatie (che diminuiscono sempre più), la propaganda sionista non esita a finanziare operazioni di “sport washing”.

Alla fine, a pagare il conto per quelle (poche) centinaia di spettatori sono stati tutti i cittadini. Perché il massiccio schieramento di forze dell’ordine è stato tanto sproporzionato da apparire ridicolo. Almeno una ventina di mezzi schierati per tutta via Rockefeller, un numero di agenti impressionante, tutta la strada chiusa al traffico e liberata dalle auto: misure finalizzate a tenere a bada una cinquantina di contestatori (tutt’altro che preoccupanti, vista l’età media alta e il fatto che fossero tutti volti noti alle forze dell’ordine). Uno spreco di risorse impressionante che è andato a pesare sulle tasche dei cittadini.

Uno spreco dovuto al fatto che l’intelligence delle forze dell’ordine aveva annunciato la presenza di almeno trecento manifestanti. Se davvero così fosse, forse dovrebbero essere riviste le fonti dalle quali gli investigatori si informano.

di Marcello Cocco

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